di Francesca Basso e Viviana Mazza
Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.
Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington

Il presidente Usa Donald Trump sale a bordo dell’Air Force One al termine di un comizio elettorale all’aeroporto di Salina (Kansas) il 1° novembre 2026
Oggi l’America si sveglia con una domanda sola ed è la stessa che si chiede l’Europa: chi comanderà a Washington da domani? Sono in palio tutti i 435 seggi della Camera, 35 dei 100 del Senato e 36 poltrone da governatore. Ma la risposta, in un certo senso, è già cominciata ad arrivare: 54 milioni di americani hanno votato in anticipo, di persona o per posta, sette milioni più che nel 2022 secondo Nbc News. Anche Leone XIV ha votato per corrispondenza ed è il primo Papa a farlo nella storia. A riempire le urne sono stati soprattutto i democratici: 10,7 milioni di voti anticipati contro 7,8 milioni dei repubblicani.
Un presidente in salita
Sullo sfondo c’è un clima che per Donald Trump si è fatto sempre più cupo. La popolarità media è ferma al 38%, la spesa al supermercato e il pieno di benzina costano di più, la guerra con l’Iran pesa sull’umore del Paese e le ombre di corruzione dentro il governo non si dissolvono. I numeri raccontano un vento in poppa per l’opposizione: VoteHub dà ai democratici l’88% di possibilità di riprendersi la Camera e il 63% di conquistare il Senato. Gli ultimi sondaggi del New York Times parlano addirittura di uno tsunami: i dem sarebbero avanti in tutte e sette le sfide che decideranno il Senato, dal Michigan (+11) al Texas (+7), dal Maine (+6) a Ohio e Kansas (+5), fino all’Alaska (+2) e all’Iowa (+1). Eppure, avvertono gli analisti, nulla è scontato, e al Senato l’incertezza resta alta.
Alla Camera poco potere di legiferare
Alla Camera i democratici hanno bisogno di appena tre seggi, ma sognano di vincerne molti di più. Si sono spinti fin dentro distretti dove nel 2024 Trump aveva vinto con margini a doppia cifra, e da mesi non nascondono come useranno la maggioranza: per mettere l’amministrazione sotto pressione. Il problema è che, senza il Senato, le armi sono spuntate. Potrebbero votare i cosiddetti «messaging bills», leggi-manifesto senza alcuna speranza di diventare realtà, e puntare tutto sulle indagini: su Trump e i suoi ministri, sulle ricchezze accumulate durante il mandato, sulla riorganizzazione del governo federale, sulla persecuzione dei nemici politici.
Anche tenere insieme una maggioranza sottile non sarà una passeggiata. Un piccolo gruppo di deputati dell’ala più a sinistra ha già fatto sapere che non garantirà il proprio voto a Hakeem Jeffries come prossimo speaker, se non in cambio di concessioni.
Il Senato una fortezza che scricchiola
Fino a pochi mesi fa, il Senato sembrava un bastione repubblicano: 53 seggi contro 47. Ai democratici ne servono quattro per ribaltare tutto (in caso di parità decide il vicepresidente), e per di più in Stati profondamente conservatori. Poi, in autunno, i sondaggi hanno cambiato direzione. Oltre ai campi di battaglia di sempre, Maine, North Carolina e Ohio, il Gop si ritrova a difendersi in Texas, Alaska, Iowa e Kansas, e versa fiumi di denaro persino in roccaforti come South Carolina e Mississippi. L’unica porta aperta per i repubblicani è il Michigan, dove la spaccatura nella coalizione democratica, con l’endorsement ai repubblicani della ex rivale di Abdul El-Sayed nelle primarie, ha complicato una sfida già serrata.
Se il Senato cambiasse colore, le conseguenze sarebbero pesanti: indagini sul presidente, sulla sua famiglia e sulla sua amministrazione, forse perfino un impeachment (anche se per la condanna servono i due terzi, che i dem non avrebbero). Ma soprattutto Trump farebbe una fatica enorme a far confermare i suoi uomini nei posti chiave, a cominciare da un eventuale seggio vacante alla Corte suprema.
«Mister Veto»
E Trump? Il presidente ha già in mente la parte da recitare. «Bé, se dovesse succedere, immagino che diventerò Mister Veto. Non permetterò loro di fare quello che vogliono», ha detto a Fox News. Poi, con il tono di chi ha già visto questo film: «E poi, a un certo punto, probabilmente raggiungeremo degli accordi. Non sarebbe la prima volta che c’è un presidente che non controlla né la Camera né il Senato». Il copione, nelle sue parole, è semplice: «Ci manderanno dei provvedimenti. Tu metti il veto e, alla fine, dopo un mese o due in cui tutto viene bloccato dai veti, capiscono che stanno solo perdendo tempo. Allora li fai venire da te e si trova un accordo».
In effetti i numeri sono dalla sua parte. Anche con una doppia vittoria, i democratici farebbero fatica a legiferare: il filibuster impone 60 voti su 100 al Senato per quasi tutte le leggi, e senza appoggi bipartisan l’unica scorciatoia sarebbe la riconciliazione di bilancio, che consente di approvare misure su fisco, spesa e debito a maggioranza semplice. Ma sul percorso c’è sempre il veto, che si supera solo con i due terzi di entrambe le Camere, una soglia fuori portata. Trump, dal canto suo, potrebbe cercare terreni d’intesa mentre respinge le indagini, oppure appoggiarsi ancora di più a quegli ordini esecutivi che dal suo ritorno alla Casa Bianca hanno già svuotato di peso il Congresso. Per ora tiene tutte le porte aperte.
Un referendum sul presidente
Questo voto, comunque vada, sarà letto come un referendum su Trump. È stato lo stesso presidente a chiedere agli americani di votare come se il suo nome fosse sulla scheda, ed è lui ad aver spinto alla ribalta candidati ora in bilico, come Ken Paxton per il Senato in Texas. Se i repubblicani superassero le attese, potrebbe rivendicare di aver mobilitato la base e consolidare la presa sul partito, nelle primarie del 2028 e oltre. Se invece le perdite fossero pesanti, più d’un repubblicano potrebbe sentirsi libero di prendere le distanze, mentre il partito si interroga su chi vuole essere dopo Trump.
E poi c’è l’ombra che i democratici agitano da mesi: la paura che Trump torni a contestare la legittimità del voto. In Alaska ha già ordinato al dipartimento di Giustizia di bloccare preventivamente la certificazione, nel caso il senatore repubblicano uscente perdesse con un margine inferiore ai voti raccolti da un avversario dal nome quasi identico al suo, reclutato dai democratici. Un giudice ha archiviato il caso ieri e il senatore ha assicurato che accetterà il risultato. Ma anche una vittoria schiacciante dei dem potrebbe restare impantanata per settimane tra controversie e ricorsi.
L’Europa guarda e non si fa illusioni
Al di là dell’Atlantico, le capitali europee seguiranno la notte elettorale con grande attenzione, ma senza farsi illusioni.La convinzione diffusa è che cambierà il clima a Washington, non le politiche. Difficile che i democratici possano spingere Trump a una nuova linea su Ucraina e Russia: con audizioni e indagini potrebbero rendere più trasparenti le decisioni del presidente, non deviarne la rotta. Il disimpegno dalla Nato, con la revisione delle truppe in Europa attesa entro dicembre, andrà avanti. Anzi, una sconfitta potrebbe rendere il presidente ancora più imprevedibile e radicale. Una maggioranza democratica potrebbe forse rendere più arduo riproporre rivendicazioni territoriali come quella sulla Groenlandia, ma quel dossier, per ora, è chiuso.
Dazi e Big Tech
Sui dazi nessuno si aspetta svolte: basta ricordare che all’amministrazione Biden servirono mesi per intervenire sui dazi sull’acciaio imposti da Trump nel primo mandato. E difficilmente si allenteranno le pressioni americane per ammorbidire le regole europee su digitale e intelligenza artificiale, che a Washington vengono vissute come punitive verso le Big Tech americane. Il sospetto, ormai quasi una certezza, è che gli Stati Uniti resteranno un partner inaffidabile anche dopo le midterm, come lo sono stati dall’arrivo di Trump alla Casa Bianca.
La spinta per l’estrema destra
L’onda lunga del voto, però, si sentirà eccome nella politica europea, soprattutto nei Paesi che andranno alle urne nei prossimi mesi: Spagna, Francia, Polonia e Italia. Una vittoria repubblicana darebbe fiato ai partiti populisti e nazionalisti che guardano alla galassia Maga, a cominciare dall’uso strumentale della lotta all’immigrazione. Anche se, va detto, Trump tra gli europei non è più popolare come un tempo, e le destre estreme, pur condividendone i temi, tendono oggi a sbandierare meno l’amicizia con il presidente americano.
Integrazione, la volontà che non c’è
In fondo, qualunque sia l’esito, le midterm ribadiranno ciò che l’Unione sa già: lo scenario geoeconomico è cambiato per sempre e il tempo della nostalgia è finito. Anche dopo Trump, il rapporto con gli Stati Uniti difficilmente tornerà quello di un tempo. All’Europa tocca accelerare sulla strada dell’autonomia strategica e della sicurezza, economica, energetica e militare. La strada da percorrere è una maggiore integrazione tra gli Stati membri. Ma è la parte più difficile, perché la volontà politica, per ora, sembra mancare.