Parlare di ‘Sa die de sa Sardigna’ con Gino Marielli dei Tazenda: “Oggi e nel futuro dovremmo essere una famiglia”

Gigi Camedda, Nicola Nite, Gino Marielli: i Tazenda

Oggi è ‘Sa die de sa Sardigna’, la Festa del popolo sardo: festa di valori, cultura, memoria e futuro. Con chi parlarne se non con Gino Marielli – che ringrazio per la gentilezza che sempre mi dimostra -autore dei testi dei Tazenda?

di Daniele Madau

Gino Marielli, i tuoi testi per i Tazenda, fanno ormai parte del patrimonio letterario sardo: sulle tue spalle e degli altri componenti, pesa, anche come onore, però, il fatto di aver incarnato l’immagine della Sardegna fuori dai suoi confini. Del resto le vostre scelte non sono mai state provinciali: avete cantato in logudorese, italiano, inglese, spagnolo e in altre lingue. Anche pensando ai fatti del 1794, quale deve essere lo spirito e il significato da attribuire a ‘Sa die de sa Sardigna’ oggi, affinché non sia una celebrazione puramente esteriore e provinciale? Vorrei partire dal 25 aprile, festa della Liberazione che, quest’anno, è stata vista come liberazione anche dalla pandemia, in un’ottica di speranza. Vorrei, quindi, anche per la celebrazione di oggi, attualizzare, in quanto è chiaro che non si possa applicare il metodo Stanislavskij e come io non possa provare gli stessi sentimenti che ha provato Angioy. Oggi vorrei una Sardegna vittoriosa, di una vittoria basata sulla consepevolezza che i sardi sono, se non il popolo più bello, di sicuro belli e uniti, a dispetto di come ci vedevano gli spagnoli. Da un punto di vista politico c’è ancora tanto da fare ma, per altri aspetti, lo siamo già, uniti. Vorrei una Sardegna cosciente delle proprie potenzialità, in ambito turistico e culturale, che, su queste risorse, riesca a diventare famiglia, da oggi per tutto il resto dell’anno e per il futuro a venire.

Quali valori incarna il concetto, seppur assai generico, di sardità ed esiste questo concetto? Incarna valori e concetti immateriali, come quelli che vengono in mente anche solo vedendo uno scozzese, coi suoi segni identitari come il kilt e le cornamuse. Pensiamo alle musiche, i costumi e le danze degli aborigeni, degli indiani d’america o all’arte cinese. Noi abbiamo danze, costumi e musiche limpidi, che si riconoscono subito. Il concetto di appartenere a un popolo o lo hai o non lo hai: noi lo abbiamo, è un dato di fatto, non dovremmo neanche porci la domanda. Le arti, così bistrattate in questo periodo a vantaggio di un livello tutto economico, hanno la loro rivalsa nel sapere suggerire poesia, come accade guardando un ballerino russo sulle rive del Don, e nel saper, appunto, incarnare i valori di un popolo.

Passando a visioni meno astratte ma più gravi, lo spopolamento, l’emigrazione giovanile, con il conseguente pericolo di desertificazione materiale e culturale, mettono a rischio il concetto stesso di sardità: come immaginare il futuro della Sardegna? Gli spostamenti, a volte, avvengono naturalmente, nella casualità, come un vento della natura. Pensiamo ai Rom, che hanno la loro origine non nei balcani ma nel Rajasthan da dove, 1200 anni fa, sono usciti e hanno iniziato a camminare. Diversa è stata la nostra emigrazione negli anni ’50 e ’60, spinta dalla necessità. Questo mi intristisce, quando una persona costretta lascia, in lacrime perché non vorrebbe, la sua terra e va in cerca di lavoro. Non mi dispiace, invece, quando un ragazzo va via, seguendo un sogno o un’idea e lancia il cuore oltre l’oceano. Io, che sono esterofilo, da giovane, ho vissuto in Inghilterra e sarei potuto restare lì, me la sarei certamente cavata. Poi, però, come nell’Alchimista di Coelho, ho trovato il mio tesoro vicino, in Sardegna. Quando sento, però, i desideri e i sogni di mio figlio, che immagina di seguire il viaggio dei delfini in Nuova Zelanda e di scoprire, lì, un mondo nuovo, non posso non avvertire lo slancio e sognare con lui. Lo spopolamento, con la globalizzazione, è stato un evento col sapore e il profumo dell’ineluttabilità. Sapevamo che, concentrando ricchezze in un determinato modo, le realtà più piccole ne avrebbero sofferto. Penso anche alle migliaia di lingue che scompaiono, coi loro modi di dire, le loro rappresentazioni della emozioni, privando l’umanità di infinite sfumature. Però penso che si possa trovare il modo di far rivivere quei luoghi spopolati, che possono diventare un set di un film o una scenografia di un concerto. Non è bello da dire se si pensa alle persone che ci vivono o, a esempio nel Sulcis, a chi con fatica ci ha lavorato; ma quanto risalta, ora, la bellezza delle miniere diventate un parco minerario? Credo, quindi, che le realtà più piccole, il microcosmo schiacciato dal macrocosmo, o scompaiono o diventano qualcosa di nuovo, che ancora non sappiamo.

Hai spesso impregnato i tuoi testi di spiritualità: si può avere un’ottica spirituale, o una comprensione spirituale, di questo periodo, che ha avuto momenti dolorosi e drammatici? Sì, si può avere ed è bello pensare che si possano avere strumenti per molteplici interpretazioni. Ci sono teorie oggi, anche se non ancora accreditate scientificamente, attraverso le quali si accosta un dolore o un evento a una problematica o a un lato del carattere. Se, magari, a una persona affetta da alcolismo capitasse di subire un infortunio a una gamba, potrebbe pensare, e utilizzare quel tempo di inattività e sofferenza, a liberarsi dalla malattia. Non è qualcosa di scientifico ma è bello il ragionamento, che porta a reinterpretarsi. Io non credo tanto al libero arbitrio, allo yes, we can americano. Credo, invece, all’abbassare la cresta davanti a qualcosa di grande, e pedalare. Arrivando alla pandemia, chi ha questo stato d’animo disponibile, uscirà da questo periodo migliorato; gli altri, forse, con un ego ancora più arrabbiato.

All’alba del primo giorno dopo il coronavirus, come riprenderà il trentennale viaggio dei Tazenda?

Noi abbiamo sospeso ogni attività dal 4 marzo, poco prima di un concerto a Uri, alla Sagra del carciofo: era un appuntamento bello, dal carattere così, direi, popolare, per tornare a una parte dei discorsi affrontati. Ora, a causa dell’inattività forzata, 25 famiglie non hanno alcun sostentamento e non è una situazione semplice. Il nostro nuovo disco, che doveva uscire a maggio, è pronto, incellofanato, ma senza una adeguata presentazione e valorizzazione non avrebbe avuto senso la distribuzione. Ci stiamo reinventando, con concerti da casa e con la pubblicazione, il 6 maggio, per festeggiare i 60 anni di Gigi Camedda, del nuovo singolo “A nos bìere”. Se potremmo ripartire entro l’anno con tutte le nostre attività, ringrazieremo Dio, o chi per lui; se dovessimo aspettare il nuovo anno, lo ringrazieremo ugualmente.

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