“Il bene fatto non bisogna dirlo”: storia di Gino Bartali


A vent’anni dalla morte di Gino Bartali, ricevo, e volentieri pubblico, un ricordo del campione – benefattore silenzioso – scritto da chi ha voluto omaggiarlo e restare altrettanto nascosto

A Gino

Credo che a voler ricordare degnamente una persona sia possibile farlo non solo attraverso il sentimento personale e affettivo dei parenti e amici stretti che hanno condiviso con lui il tempo della sua vita ma anche tanti altri che hanno potuto conoscere  le sue qualità umane. Nel caso di Gino Bartali si sono conosciute prima le sue doti sportive ciclistiche che lo hanno portato alla ribalta e poi, ma dopo tempo, le sue qualità morali, il suo altruismo, la sua testimonianza cristiana. Si Cristiana. Molti forse non sanno ancora, nell’ anno 2020, a distanza di 20 anni dalla sua morte, che Lui oltre che ad essere un grande campione di ciclismo fu testimone autentico nella sua vita.

Mi scuso se preferisco ricordarlo più per questo aspetto della sua vita ma con questo non voglio assolutamente sminuire la grandezza del suo impegno sportivo che amo tantissimo.

Parlo così perché vedo in lui l’uomo che ha saputo attraversare il suo tempo con una fede incrollabile, con un altruismo e una particolare propensione alla sobrietà, aspetto che molti di noi dovrebbero prendere ad esempio. Gli Ebrei che attraverso di lui poterono salvarsi e i loro figli non lo hanno dimenticato, al contrario nel 2013, nel Giardino dei Giusti del Museo di Yad Vashem a Gerusalemme, venne piantato un albero di carrubo in memoria di Gino Bartali, proclamato “Giusto tra le nazioni”.

Esemplare è quanto ha fatto. Vorrei ricordarlo in breve. Salvò numerosissime vite, incurante del pericolo a cui esponeva la sua vita. La sua semplicità d’animo autentica, la sua sobrietà portarono a far si che nessuno, nemmeno i familiari, erano al corrente di questo suo mirabile atto di carità. Lui diceva: “Il bene fatto non bisogna dirlo, se viene detto non ha più valore. Di fronte a Dio non valgono i soldi guadagnati, né le medaglie attaccate sulle maglie sportive, ma solo quelle che si attaccano sull’anima, quelle conquistate facendo opere buone, che ho sempre cercato di fare”. Per questo non voleva che si dicesse niente delle continue opere di carità che faceva.

Gino Bartali ci lascia un ricordo dolcissimo, quello di un uomo semplice, padre di famiglia, di un grande campione che non ha cavalcato la sua notorietà per mettersi in mostra, per fare vita mondana ma per mettersi in silenzio al servizio degli altri. E’ quello che ognuno di noi potrebbe fare.

Morì il 5 maggio 2000, serenamente, nel suo letto come aveva sempre richiesto nelle sue preghiere a Santa Teresina avvolto nell’abito bianco dei Terziari Carmelitani, nel cui Ordine Secolare entrò all’età di 22 anni  il 14 febbraio 1937 col nome di Frà Tarcisio di Santa Teresa di Gesù Bambino con rito solenne. Il 4 dicembre 1938 Gino Bartali fece la professione definitiva.

Quanto scritto spero possa spingere ognuno di noi ad approfondire quanto di bello lui ci ha lasciato e a portarlo nei nostri cuori come esempio vero di vita vera dedicata agli altri.

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