
di Marco Salis
Come avvenuto con l’intervista all’europarlamentare Bartolo, “La Riflessione” allarga nuovamente il suo sguardo al contesto europeo, in un’ottica di analisi delle diverse procedure e misure di lotta all’emergenza. Il confronto e il respiro più ampio possibile di diverse realtà sono, infatti, alla base del sito. Marco Salis, residente da anni a Lione, analizza il crescendo del rapporto dei francese con la pandemia, dall’iniziale convinzione che riguardasse solo l’Italia alla consapevolezza della reale dimensione.
Tra la fine di febbraio e la prima metà di marzo, mentre nel nostro Paese il numero dei contagi e dei decessi per COVID-19 aumentava vertiginosamente cogliendo impreparata sia la popolazione che il personale sanitario, e mentre i nostri governanti si trovavano nell’urgenza di comprendere e decidere, i nostri ‘cugini d’oltralpe’ osservavano.
Osservavano inizialmente con un misto di curiosità, dispiacere, e talvolta anche di (più o meno) velata ironia nei nostri confronti. I principali quotidiani nazionali, con Le Monde in testa, documentavano con regolarità e titoli d’impatto in prima pagina il bollettino della ‘guerra’ che si andava combattendo poco distante, con il conteggio dei deceduti e dei contagiati. Documentavano spesso con i toni sensazionalistici di un certo giornalismo, ma senza disporre degli elementi necessari a decifrare una situazione che sembrava inizialmente non riguardare il loro popolo.
I discorsi in ufficio, per strada e sui social riflettevano questo sentimento. Come molti italiani nella prima fase, anche i francesi si meravigliavano di come una semplice ‘influenza’ (tale sembrava essere) potesse creare tanto scompiglio. Tanti ne imputavano le conseguenze all’età avanzata e alla fragilità di una fetta consistente della nostra popolazione; altri, altrettanto poco informati, all’inadeguatezza del sistema sanitario lombardo, che rappresenta invece un’eccellenza.
Il governo, ancora alle prese con il grattacapo dei gilets jaunes, con la riforma delle pensioni e l’organizzazione delle elezioni municipali il cui primo turno era fissato al 15 marzo, non si pronunciava pubblicamente in merito. Con la consapevolezza di oggi, posso immaginare che l’attenzione fosse rivolta all’Italia per tentare di apprendere velocemente dalla nostra esperienza e formulare una strategia di contenimento, come poi è avvenuto. I tempi e le modalità di questa reazione, però, sono stati e sono tuttora oggetto di critiche vivaci da parte di un popolo che, storicamente e culturalmente, non è abituato ad accettare sommessamente e senza polemiche ciò che non condivide.
Più di uno scivolone è stato imputato, e non a torto, alla gestione della crisi targata Macron. Citerò solo alcuni dei fatti più eclatanti.
Ad allarme ormai suonato, le autorità non hanno annullato la partita di Champions League Lyon – Juventus, che si è giocata regolarmente a porte aperte il 26 febbraio, con migliaia di tifosi italiani che quei giorni hanno circolato liberamente nella capitale dei ‘Galli’.
In seguito, l’episodio forse più sconcertante: dopo giorni di profonda inquietudine in seguito alla prima ondata di contagi e alle prime vittime (dichiarate), e dopo un primo tardivo discorso di Macron alla nazione il 12 marzo, le elezioni del 15 marzo si tengono regolarmente e con misure di sicurezza molto blande. Solo il giorno dopo il presidente della Repubblica francese rivolge ai cittadini un secondo discorso in cui annuncia misure più stringenti che ricalcano quelle comunicate da Conte diversi giorni prima e che limita gli spostamenti all’essenziale, disponendo anche la chiusura delle frontiere. « Nous sommes en guerre », ripete con enfasi più volte. Ma è un po’ come chiudere la proverbiale stalla quando i buoi sono scappati.
Come in Italia, anche in Francia si sente improvvisamente il peso di anni di tagli alle risorse del sistema sanitario. Le mascherine, che dovevano essere tempestivamente messe a disposizione del personale medico e successivamente della popolazione, sono una promessa non mantenuta : scarseggiano negli ospedali, e i cittadini dovranno aspettare fino a maggio per poterle acquistare in farmacia. Le misure di sostegno alle imprese e ai lavoratori autonomi sono poca cosa rispetto alle reali necessità, oltre che di non facile accesso. Il controllo del rispetto delle regole e le relative sanzioni durano solo un paio di settimane, e dall’11 maggio la Francia già comincia il déconfinement.
Avremo bisogno di una buona dose di fortuna.