L’imperfezione dell’uomo: così bella, così grande, così propria di tutti noi

Mia Martini ed Ezio Bosso

di Daniele Madau

Bellezza e dolore, essendo due vette del sentire umano, spesso germogliano e crescono insieme, intrecciate come i rampicanti.

Se penso a Mia Martini ed Ezio Bosso, che in questi giorni abbiamo ricordato e salutato, non posso non pensare alla bellezza, nonostante il dolore, e nel dolore.

Durante i giorni di più duri dell’epidemia, di eclissi di quasi ogni attività umana e di amputazione, necessaria, delle libertà, Ezio Bosso ha detto che “la musica, però, è necessaria, è come respirare”. A una prima lettura, può sembrare un’affermazione da intellettuale, da élite ristretta e colta, dedita al superfluo e dall’accesa sensibilità decadente. Subito, però, pensando a chi l’ha pronunciata, alla sua vita, al suo dolore, appunto, e alla sua lotta, questa prima sensazione comincia, o dovrebbe cominciare, a cedere il posto ad altro. Pensare all’arte non è un momento d’ozio: è uno dei più alti momenti di dignità dell’uomo, che riflette su di sè. Se Primo Levi ha mantenuto la sua umanità nel campo di concentramento – lo dice lui stesso – è grazie a Dante, precisamente al canto XXVI dell’Inferno, quello di Ulisse: “Lo maggior corno della fiamma antica cominciò a crollarsi mormorando…”.

Bisognerebbe domandarlo a un adolescente, se la musica è come respirare: per me era così e, forse, in qugli anni mi ha salvato la vita.

Eppoi, l’arte musicale, costruita sulla perfezione e l’armonia, guidata dalla bacchetta di Ezio Bosso, o sorta dal suo pianoforte, innestata nel suo dolore e nel suo corpo straziato, sembrava piegarsi al dolore e alla sofferenza: per diventare più bella, però. Perché l’imperfezione è più bella della perfezione, lo sappiamo: è nel non finito che si eleva la libertà, la volontà e la forza dell’uomo, più forte di tutto.

Italo Svevo lo sapeva bene: l’inetto Zeno era, alla fine, più sano di chi si credeva tale.

Come Alex Zanardi, Bebe Vio e tutte le persone interessate da qualche disabilità, cioè tutti noi, Bosso ha mostrato quanto l’imperfezione sia il contesto in cui ci muoviamo ma, proprio per questo, sta all’uomo piegare l’arte a sua serva, sua ancella, per raggiungere la più profonda bellezza della vita.

E l’ha mostrato, Bosso, al mondo che aveva isolato Mia Martini, il mondo che si sentiva sano- per citare nuovamente Svevo -, che aveva isolato la voce femminile più bella della musica italiano, più bella di Mina, perchè più sofferente, appunto. Proviamo vergogna per quel mondo, assaporiamo invece la bellezza pensando a Mia Martini: chi ha vinto, allora, tra i due?

Così come proviamo vergogna quando la nostra società risulta inadeguata davanti alla grandezza di Ezio Bosso o qualsiasi altra persona con difficoltà fisiche: davanti ai marciapiedi sconnessi, alle barriere architettoniche, alle possibilità vietate, tocchiamo l’apice opposto della bellezza, la meschinità. Lì sì che dovrebbe vedersi la perfezione, la maestria delle strutture e delle opere civili, che dovrebbero essere pronte a servire l’imperfezione dell’uomo: così bella, così grande, così propria di tutti noi.

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