di Daniele Madau
Stanno giungendo a termini i colloqui – che hanno avuto l’ampia valenza di esame in toto – della maturità e, così, si chiudono le porte delle aule di quest’anno così problematico, in cui la scuola ha dovuto riscoprire la sua identità e le sue valenze. Sono stato commissario e ho assistito agli stessi patimenti, alle stesse gioie e ho respirato la stessa aria di momento fondante la vita dei ragazzi degli anni scorsi, e questo mi ha tranquillizzato. Che bella la scuola, è l’unico luogo in cui ancora si parla di futuro e di educazione, di cultura, di Costituzione con una onesta speranza, che scaturisce dai sogni dei ragazzi, da realizzare, e dai desideri degli insegnanti che questi sogni si realizzino. Nonostante tutto, questo è ciò che vedo ogni giorno, che ci si creda o no.
A riportarmi nello scoramento, sono giunte le linee guida per il nuovo anno scolastico: frequenza scolastica in turni differenziati, organizzazione della classe in più gruppi di studio, formati anche da alunni di diverse classi ed età. Scuola anche al sabato, dove non già prevista, su delibera degli organi collegiali. Misure da emergenza, è chiaro. Ed è proprio questo che disturba – anzi inficia e sporca – la scenografia dei muri scolastici su cui va in scena il futuro dei ragazzi: l’emergenza. Non ho mai conosciuto – da quindici anni – un momento, un anno, un periodo, in cui la scuola non fosse in emergenza. In affanno in perenne deroga a tutto, sulle spalle dei dirigenti, degli insegnanti, del personale amministravivo, degli studenti: di ogni Atlante che si caricava – e si carica- il cielo dell’educazione, delle cultura, dello studio, del rispetto. Supplenti che arrivano e vanno via loro magrado, regole di reclutamento che cambiano in continuazione come canne al vento dei politici di turno, i quali, arrivato al timone del comando, sembrano sempre dimostrare un inspiegabile e malcelato astio verso i protagonisti e agli attori della scuola. Ricordiamoli, i nomi: Moratti, Fioroni, Gelmini, Profumo, Carrozza, Giannini, Fedeli, Bussetti, Azzolina, con i sottosegretari di sorta. Ebbene, un percorso, un progetto, una Weltanschauung – una visione di vita- non c’è stata, nè si è intravista in controluce o in embrione. Questo affanno, questo respiro corto, questo claudicante percorrere i sentieri del non futuro quasi distopico, cozzano coi ciò che ho raccontato nelle prime righe. Cozzano ma non trionfano: laddove c’è l’emergenza – anche perenne- si risponde con risorse speciali, strordinarie, quelle che, ricordandoci di Malala, derivano da un libro, un quaderno, un insegnante, uno studente.
Il nuovo anno partirà in emergenza, forse solo un poco diversa dalle altre passate ma il primo insegnamento, il primo imperativo, il nostro primo dovere, ancora, sarà quello di portare i ragazzi a pensare di non doversi accontentare dell’emergenza.
In mezzo a tutte queste evidenti difficoltà l’unica speranza per il futuro di questi ragazzi e di conseguenza per il futuro di questo paese risiede nelle qualità professionali e morali di coloro che li guidano. In questo è riposta la speranza che il nostro paese possa ripartire con uomini formati ad affrontare una rinascita vera che affondi le sue radici soprattutto nel rispetto degli altri, nella morale corretta e nella storia di questo paese. Buon lavoro
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