Il coraggio e la paura ai tempi della pandemia. Dialogo con Vito Mancuso

Il filosofo e teologo Vito Mancuso

di Daniele Madau

La pandemia, che ancora assedia ogni parte del mondo, nella sua valenza sociale e simbolica, oltre che sanitaria, ha suscitato riflessioni ed approfondimenti ermeneutici, volti a consolare l’uomo e a indicargli possibili vie di comprensione e, se l’autore le vede, maturazione. Dopo Corrado Augias, incontriamo il teologo e filosofo, apprezzato saggista, Vito Mancuso: nel suo ultimo lavoro, ‘Il coraggio e la paura’, edito da Garzanti, analizza questi due stati dell’anima di ognuno di noi, che sono risaltati in modo particolare in questi mesi di pandemia.

Il saggio ‘Il coraggio e la paura’ è nato come riflessione immediata dopo il primo manifestarsi, e le prime misure di contrasto, del Corona virus, davanti a uno stato d’animo così umano, come la paura. Si può già fare un bilancio di come l’umanità, almeno quella che ha potuto osservare, sia cambiata a contatto con una realtà comunque epocale e simbolica, come una pandemia?

Posso rispondere di no, che non sia possibile fare un bilancio: ne siamo ancora proprio dentro. Io sono convinto che possiamo essere effettivamente al cospetto di qualcosa che segna una frattura profonda nelle società e nella psiche degli esseri umani. Perciò per parlarne approfondiamente occorre aspettare: se uno pensasse di guradarsi attorno per vedere una società diversa sbaglierebbe e dimostrerebbe un’incapacità di visione a largo spettro. Invece, è il momento di rendersi conto che questa frattura interessa tutto il mondo, soprattutto nelle sue potenze dominanti, la Cina, all’inizio, gli Stati Uniti, il paese più importante dell’America Latina, il Brasile, gli altri paesi del Sud America, l’India. In Europa, Italia, Germania, Francia, Spagna. Si va quindi insidiando, e insediando, nella psiche degli esseri umani un’instabilità che, poi, le generazioni future dimostreranno epocale. Chi è troppo vicino agli eventi non è nelle condizioni di giudicare. Ecco, più che esprimere la mia convinzione, la mia tesi -ancora indimostrabile – che la pandemia, a livello mondiale, mostri la fragilità del sistema economico e, soprattutto, la fragilità del sistema psichico degli esseri umani, di più, in questo momento, non posso fare.

Il saggio, molto denso -come sempre- , riprende anche parte degli argomenti trattati dal precedente ‘La forza di essere migliori’, ne cito alcuni: l’uomo come corpo, psiche e spirito, il coraggio – fortezza come virtù cardinale principale, la coscienza morale come forma più alta del sé: per lei che può già vantare uno studio monografico sul suo pensiero (Essentials of Catholic Radicalism. An Introduction to the Lay Theology of Vito Mancuso), sono questi gli ambiti di riflessione attuali? La metafisica è messa momentaneamente da parte?

Io ritengo centrale la questione antropica, in questo momento: cioè comprendere chi siamo e -se esiste- qual è il nostro specifico. Naturalmente si può parlare dell’uomo in prospettiva unicamente fisica oppure ne si può parlare facendo capire che la fisica, da sola, non basta a comprendere la particolarità di noi umani. Io, quindi, non mi interesso di metafisica direttamente: sempre meno sento che il nostro tempo richiede argomentazioni metafisiche o anche teologiche dirette, che si propongono per sé. Sempre più, invece, avverto che il bisogno reale di questo tempo è quello di riflettere sulla nostra essenza e natura; e, facendolo in maniera approfondita, si capisce che, come ho detto prima, la fisica da sola non basta a capire l’essere umano. Il mistero della coscienza, a esempio, su cui io ho riflettuto, è appunto tale da farci comprendere che nel momento in cui essa diventa coscienza morale avverte di essere al cospetto di valori, di idealità che la semplice dimensione fisica non può capire. Ecco, allora, la metafisica analizzata in maniera indiretta, tramite uno scavo della dimensione antropologica.

Sul coraggio: cosa avrà spinto e cosa hanno ricevuto in cambio, a livello di riflessione del saggio, i medici, gli infermieri e tutti coloro che non sono arretrati davanti al virus?

Hanno ricevuto, immagino, quello che capita a chi fa il proprio dovere fino in fondo, soprattutto quando il proprio dovere è esigente e richiede, appunto, coraggio. Si è ricolmi di un senso di soddisfazione profonda, quella di chi sente che è stato fedele a sé e ai propri ideali anche quando questo richiedeva fatica, rischio, pericolo. Perchè, vede, accade spesso che uno rientri in se stesso e senta motivi di disagio, un senso di vergogna o – viceversa- si senta un senso di rallegramento per il lavoro compiuto: come quando, in campagna, uno si mette a togliere le erbacce e, poi, alza la testa sul vigneto e lo vede pulito. La stessa cosa vale per il nostro giardino interiore, quando abbiamo lavorato per tenerlo pulito, perchè lo abbiamo potuto scavare e arare. Le persone che hanno fatto il loro dovere, quindi, guardano e sono guardati in quel modo che nutre positivamente; viceversa chi ha commesso vigliaccherie è nutrito col junk food, ‘cibo spazzatura’, come si usa dire. Uno, quindi, può essere nutrito dalla coscienza propria o da quella altrui o, al contrario, essere denutrito.

Sulla paura: ha citato Falcone in esergo, con una delle sue più drammaticamente celebri, e belle, citazioni: ‘L’importante non è stabilire se uno ha paura o meno, è saper convivere con la propria paura e non farsi condizionare dalla stessa. Ecco, il coraggio è questo, altrimenti non è più coraggio ma incoscienza’ . In cosa reputa vera questa citazione?

Si può vedere il video dell’intervista in cui pronunciò quella frase: ed è commovente, di un’autenticità disarmante. Quello sguardo di chi sa che ha paura e che, tuttavia, non vuol farsi vincere da questa paura. Non vuole fare l’eroe, non ha quello sguardo gelido di chi pensa di essere superiore a tutti. Ha uno sguardo caldo, come lo è il calore vitale, e la vita è fatta di paura: per se stessi, per gli altri, per le persone care. La paura è inevitabile, tuttavia può essere vinta. E questo è il coraggio. Il coraggio, come dice il nome stesso, è l’azione del cuore che vince le paure della mente, che capta segnali di pericolo e produce l’emozione primaria della paura; e il cuore fa il suo mestiere e trova la forza per vincerle, sapendo -però- che quella paura esiste. Quindi non è temerarietà – che non contempla la paura – ma coraggio, che esiste proprio in quanto esiste la paura. Tra l’altro bisogna considerare che, a volte, la paura bisogna non vincerla ma farla vincere. Noi non siamo nati per vincere sempre e vivere significa, a volte, perdere, arrendersi: ‘Resistenza e resa’ ha scritto Bonhoeffer. Il coraggio, quindi, non è la risposta a tutto, sempre: a volte si deve perdere e rientrare alla base, perché non rientrare alla base significherebbe essere temerari e incoscienti, e finire male.

Sulla paura: se, per i motivi che lei elenca, una persona non devesse provare paura, di cosa si priverebbe? In fin dei conti, per noi moderni, così anestetizzati, è confortante l’apprendere che la paura, almeno nelle sue forme meno estreme, è connaturata a noi e foriera di aspetti positivi

Io penso che nessuno, se è serio con se stesso, possa affermare di non aver mai provato paura. Sarebbe analfabetismo psichico, di uno che non sa leggere la vita di sé, degli altri, del proprio paese, del proprio pianeta. Se una persona vive in relazione non può non avere a cuore la situazione, a esempio, ecologica, dell’inquinamento globale, dell’Amazzonia. Privata di questo senso della realtà, una persona non è compiuta, ha una patologia, fa parte di quelle eccezioni patologiche che vanno trattate come tali. Una persona normale, però, di qualunque orientamento politico, religioso e così via, che vive, non può non rendersi conto dei segnali di pericolo, strutturali alla vita.

Le ultime pagine vertono sul futuro e sono un inno alla speranza e alla capacità dell’uomo di indirizzare lo spazio di libertà, presente nello spirito di ognuno di noi, verso le virtù morali: su cosa si basa questa visione positiva? Cosa dovrebbe mettere in atto la società per aiutare questa libertà? O, se così facesse, non sarebbe più propriamente ‘libertà’?

La speranza, alla fine, si base su un sentimento di ottimismo di fondo. La speranza è cieca, se ci fosse un fondamento individuabile come tale non ci sarebbe nemmeno speranza ma un’attesa sicura di qualcosa che si compie. Invece, come diceva Eschilo, esistono le ‘cieche speranze’ basate su come sono andate le cose. Pur con tutti i malanni, gli eventi terribili, gli orrori della natura e della storia, il tantissimo dolore, tuttavia sostengo che il bilancio sia più positivo che negativo. Perché ci siamo, perché l’universo ha prodotto la vita, perché il cammino cosmico, nella sua imprevedibilità, ha prodotto la vita, il cuore, il fenomeno umano: questo dimostra un orientamento positivo, come lo ha avuto la storia stessa dell’umanità che, pur non essendo un cammino progressivo, mostra una dialettica che ha portato all’aumento della conoscenza, della consapevolezza, della capacità degli umani di parlarsi, di comprendersi, di abbattere barriere. La speranza deriva da un atteggiamento irrazionale -cioè non frutto di un ragionamento stringente e meta-razionale ma non è contro la ragione. La speranza è, in fin dei conti, plausibile e, vorrei aggiungere, più produttiva, performativa. Se mi rivolgo agli essere umani con cinismo e disperazione, otterrò cinismo e disperazione. La positività, invece, otterrà positività, favorendo il cambiamento verso il meglio. Per le altre domande, il termine che mi si è subito acceso nella mente è educazione: la libertà è un processo, noi non nasciamo liberi ma dobbiamo essere educati alla libertà, tramite il primo momento di libertà che si chiama liberazione. Se tu vieni educato non ti viene tolto niente ma, al contrario, chi è stato educato alle buone maniere, con educazione nel senso inglese ‘education’ e latino ‘educatio’, come conoscenza, come formazione totale, è libero ancora di più. Se uno sa le cose è più libero non è meno libero. Si nasce ignoranti e,se si viene educati , si acquisiscono gli strumenti per avere consapevolezza. La scuola non deve essere solo il luogo dell’istruzione ma dell’educazione, e questo genererebbe libertà.

Un’ultima domanda, che si lega a quella precedente, al ruolo della società. L’idea del filosofo a capo, o a servizio, della società, in politica, ha sempre avuto spazio nella riflessione e, a volte, anche nella pratica, filosofica: come filosofo, reputerebbe possibile e interessante una sua esperienza politica?

Non mi ha mai sfiorato né mi piacerebbe. Sono due atteggiamenti diversi, due formae mentis, due vocazioni diverse. Il filosofo, se è tale, ama toni pacati, la riflessione, la solitudine, lo studio, parlare possibilmente senza tesi precostituite ma cercando il dialogo, non solo la confutazione degli altri ma anche di sé, nella ricerca incessante del vero. Non teme di essere in minoranza, anzi, per certi aspetti teme di essere in maggioranza, a partire da Pitagora che diceva ai suoi di non seguire la via principale. Il filosofo non ama la folla, a partire la Platone in poi, la modalità di cui si parla delle masse è molto critico. Non è un caso che Socrate sia stato condannato a morte a maggioranza da ben due votazione dell’assemblea dell’Atene democratica. Il politico, se si presenta così, non ottiene il consenso. Lui deve parlare al popolo, sollecitare attenzione, ottenere consenso. In passato, forse, il politico poteva avere qualche tratto del filosofo; ora, invece, venuta meno l’intermediazione dei grandi partiti, essendo immediato il contatto politico-folla, la figura del filosofo è quanto mai distante dal politico.

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