
di Daniele Madau
Pochi incontri-anche se a distanza- toccano il cuore come questo con Maria Falcone, la sorella di Giovanni: a pochi giorni dall’ anniversario di via D’Amelio, intraprendiamo con lei un breve percorso di riflessione, che si chiuderà il 19 luglio, con il ricordo di Paolo Borsellino ed Emanuela Loi. Lei, professoressa, che, dopo Capaci, dedica tutta se stessa alla legalità e al ricordo di Giovanni; lei che ne porta l’immagine intima e familiare; lei che, custodendo i ricordi della lotta di Giovanni, ci aiuta nella riflessione, a ricominciare da capo: da Giovanni Falcone colui che, prima di tutti, aveva capito cos’era ‘Cosa Nostra‘
Prof.ssa Falcone, l’estate italiana è attraversata dal ricordo di eventi dolorosi, che hanno lasciato una cicatrice profondissima nell’anima di tutti noi. Dal 23 maggio, Capaci, al 19 luglio di via D’Amelio, che ci prepariamo a ricordare, fino al 3 settembre, con l’uccisione del generale Dalla Chiesa. A loro, e agli altri che hanno offerto la propria vita per la nostra, dobbiamo la vittoria contro la mafia stragista. Ricordo le parole di Giovanni: ‘La mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine’. Si è già realizzata questa sua profezia?
Realizzata no di certo, la fine della mafia, in assoluto, non c’è ancora. Però sono stati fatti passi molto importanti, perché i maggiori latitanti, i capi di ‘cosa nostra’, sono o morti o in carcere: ne resta libero soltanto uno, Messina Denaro. La mafia si è quindi indebolita tantissimo, anche grazie alla ribellione della società civile che ha portato lo Stato e le istituzioni a intraprendere una lotta degna di uno stato democratico. Posso, quindi, con sicurezza dire che siamo avanti nell’aver trovato i capi di ‘cosa nostra’, nell’averli messi in carcere, però siamo lontani dal poter gridare vittoria.
Giovanni Falcone ha dato tutto a noi italiani: quanto c’è di Giovanni nell’Italia di oggi?
Giovanni è il frutto di un’educazione post-guerra; lui era nato nel ’39 e la sua educazione ha fatto riferimento ai valori di quel tempo, soprattutto a quelli di una democrazia recuperata dopo il ventennio fascista. Questa democrazia per Giovanni è stata qualcosa di prezioso da tutelare e da salvare. Come magistrato ha cercato di fare appieno il suo dovere ed, essendosi imbattuto in ‘cosa nostra’ e nella lotta alla mafia, ha fatto sì che il suo lavoro potesse indebolire questa organizzazione che -secondo lui-poteva mettere in pericolo la democrazia del nostro Paese. Sicuramente noi tutti dobbiamo tanto al suo lavoro, alla sua abnegazione, al suo amore per le istituzioni e al suo desiderio di proteggerla, la democrazia.
Ci sono, poi, tante frasi di Giovanni che sono entrate a far parte del nostro patrimonio, come quella, celebre, sulla paura: ‘L’importante non è stabilire se uno ha paura o meno, è saper convivere con la propria paura e non farsi condizionare dalla stessa. Ecco, il coraggio è questo, altrimenti non è più coraggio ma incoscienza’
Devo dirle che questa è una frase che ho sentito ripetere tante volte a Giovanni: anche nelle cose più semplici, le sue risposte sanno sempre di filosofia. Non sono mai banali, sono frutto di un pensiero profondo. Come tutti gli uomini, aveva le sue paure ma conviveva con loro e non si faceva vincere ma continuava a svolgere il suo lavoro. Ricordo con grande dolore, ancora, il periodo dopo l’attentato dell’ Addaura, che fece percepire a Giovanni la sensazione che le cose si stessero concludendo e che per lui si avvicinava quello che tante volte aveva temuto: anche in quel momento tremendo, passati i primi giorni, lui riuscì a scrollarsi di dosso la paura e a continuare a lavorare e a cercare di fare il massimo di quello che poteva fare in quelle condizioni.
Ci può spiegare il metodo professionale di suo fratello? Le sue intuizioni e la sua professionalità che ne hanno fatto un modello in tutto il mondo? Potrebbe anche raccontarcelo nella sua quotidianità e familiarità? Era un ‘uomo normale’ e un ‘eroe solo’ come nei titoli dei suoi libri con Zingales e Francesca Barra?
Sicuramente era un uomo normale come tutti noi anche se – mi secca dirlo, perché sono la sorella (sorride) – dotato di una particolare intelligenza: devo dire che sentirlo parlare era un piacere e, quasi, un provilegio. Però, tutto quello che ha fatto non è solo il frutto della sua intelligenza ma è il frutto di tutto il lavoro che lui ha messo nel migliorarsi e nel raggiungere determinati scopi: questo era impressionante, la sua determinazione. Lo dimostrò da piccolo, a scuola, e poi andando avanti negli anni, al liceo, all’università, nello sport. In lui c’era sempre, latente, la domanda: ‘Cosa posso fare per migliorarmi’? ‘Cosa posso fare per raggiungere quel determinato scopo?’ Ricordo come il suo compagno di doppio in canotaggio, che praticava da giovane, mi raccontava di quando, terminata la gara magari con un insuccesso, Giovanni gli chiedesse: ‘Dove abbiamo sbagliato, cosa dobbiamo correggere, cosa possiamo fare per migliorare?’. Ecco questo voler raggiungere la meta a costo di qualsiasi sacrificio lo riportò poi, soprattutto, nella sua attività di magistrato.
Nei giorni della commemorazione di Capaci, la trasmissione Atlantide ha portato nuove rivelazioni sulla figura di Contrada: se la sente di commentarle?
Ci sono tante voci in riferimento sia all’attentato dell’Addaura sia a possibili legami dietro la strage di Capaci. Chiaramente io sono una persona che, come voleva Giovanni, non dirà mai qualcosa che sia contraria o in opposizione a quello che è stato svelato dalle indagini della magistratura. Le quali hanno, sicuramente, dato la possibilità di conoscere a fondo gli esecutori materiali dell’uccisione; poi ci sono tutte le altre ipotesi che, fino a quando non saranno provate, io non potrò mai appoggiare nel dire che ci sia stata una collusione. Per quanto riguarda, però, la figura di Contrada, posso dire, insieme a tanti altri colleghi, come Giovanni diffidasse di lui. Io ricordo di averglielo chiesto una volta ma lui, con la sua solita maniera, non mi rispose ma mi fece soltanto una mezza smorfia.
Qual è la sua visione sulle nuove misure contenute nel decreto ‘Ripartenza’, in riferimento alla procedura semplificata per gli appalti e ai reati di danno erariale e dell’abuso d’ufficio?
Non conosco bene le nuove disposizioni, credo, però, che sia importantissimo che ci sia assoluta trasparenza e non ci si affidi alle, cosidette, ‘teste di legno’ che, dietro, nascondono esponenti della mafia. Credo che nessun provvedimento che faccia riferimento all’emergenza sanitaria e a quella economica in cui ci troviamo debba dismettere la normativa antimafia.
Nella mia stanza da ragazzo, avevo appesa quella foto così, fortunatamente, celebre in cui Giovanni si guarda, e sorride, con Paolo Borsellino: erano i miei modelli. Ci avviciniamo all’anniversario di Via D’Amelio: ci può regalare un ricordo della loro amicizia?
Io non ho grandi ricordi del rapporto di Giovanni con Paolo: ognuno di noi aveva le sue amicizie e noi condividevamo gli spazi della famiglia, Natale e le visite settimanali. Io posso ricordare che Giovanni parlava spesso di incontri e cene con Paolo nella sua villa a Carini. Però del loro rapporto ne parlano soprattutto i colleghi, come Guarnotta e Ayala: di quegli anni a Palermo, infatti, Giovanni ne visse la maggior parte nel bunker: questa era la sua vita. Ciò che ho potuto ricavare, però, dopo la morte di Giovanni, anche attraverso i racconti di Agnese Borsellino – di cui ero molto amica e che ora, purtroppo, non c’è più – era questa grande intesa che c’era tra due uomini che pur essendo diversi di idee politiche, di carattere, di formazione religiosa – Giovanni era laico, fortemente illuminista, raziocinante anche nella semplicità delle cose di ogni giorno, mentre molto più religioso Paolo, uomo di destra -, nonostante queste diversità che poteva renderli concretamente distanti, erano uniti nel loro lavoro e amici nel vero senso della parola. Tanto è vero che Giovanni, dopo l’intervista di Paolo a ‘La Repubblica’ che scatenò l’inferno a livello nazionale, in cui affermava come Meli stesse distruggendo il pool antimafia, si innervosì, perché sapeva le conseguenze che sarebbero nate da quelle parole dette a un giornalista e perché lui istituzionalmente non le approvava; quando, però, capì che Borsellino avrebbe potuto avere dei problemi e che sarebbe stato chiamato al Consglio Superiore e avrebbe rischiato un provvedimento disciplinare, allora scrisse quella bellissima lettera, che io ricordo ancora di aver letto, piangendo, in televisione, in cui affermava che si sarebbe dimesso e allonatanato da Palermo, dando, così, ragione e appoggio a Paolo. Questo servì a far capire come stessero le cose lì, a Palermo, tanto è vero che, poi, ci fu l’intervento decisivo di Cossiga. Questa era la vera amicizia: essere sempre insieme nell’unico intento di lavorare per lo Stato e di difendersi vicendevolmente.
Come ha vissuto quest’anno la ricorrenza di Capaci, senza la presenza gioiosa dei ragazzi sulla ‘Nave della legalità’?
Sicuramente l’ho vissuta con tristezza perché quella è una giornata che ci riempie il cuore di speranza, perché i giovani sono il riconoscimento che le cose possono cambiare, e che il domani sia migliore dell’oggi e del ieri: il non vederli, quindi, è stato triste. Però li ho sempre sentiti vicino perché ho fatto, con le scuole, degli incontri via Skype e, devo dire, che li vedo sempre interessati e attenti. Poi, è stato un anno particolare, un anno in cui dovevamo pensare ai tanti morti di questo tremendo virus e, soprattutto, dovevamo pensare a tutti quegli eroi di ogni giorno che hanno saputo sacrificarsi, come nuovi e moderni eroi laici, sull’altare del compimento del loro dovere, così come Giovanni e Paolo. Questa comunanza d’intenti tra uomini talmente diversi -come infermieri, medici, poliziotti, ragazzi del supermercato, ragazzi che portavano il cibo a domicilio- è stata una diversità unita da un’unica cosa: il compimento del proprio dovere. Il poter ricordare, quindi, queste persone è servito a farci capire che quest’anno dovevamo pensare, ricordare e meditare sul fatto che siamo uno Stato democratico e mettere al primo posto i valori della democrazia.
“Non li avete uccisi, le loro idee camminano sulle nostre gambe”. Gridavano così i giovani di Palermo dopo le uccisioni di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Per la mia esperienza da insegnante mi sento di dire che le idee di Giovanni hanno tanto spazio nelle gambe dei giovani: è così anche per la sua esperienza, l’Italia può sperare, nei suoi giovani?
Io credo che non si possa pensare allo stereotipo di ragazzi perfetti o, al contrario, di giovani disillusi, disincanti e senza determinati valori: sono estremi che non accarezzo mai e di cui non mi fido tanto. Io mi fido soltanto del fatto che Giovanni e Paolo possano essere degli esempi: lo vedo da ciò che, spesso, mi dicono gli studenti: ‘Se ce l’hanno fatta loro, possiamo farcela anche noi’. Questo è, soprattutto, quello che mi fa andare avanti.