Oggi e sempre Sanremo: incontro con Ernesto Assante, tra il ‘Premio Tenco’ e il Festival della Canzone Italiana

di Daniele Madau

Ernesto Assante è giornalista di Repubblica e uno dei critici musicali italiani più importanti e seguiti, dalla sterminata bibliografia. Con lui abbiamo dialogato su Sanremo e sulla canzone italiana, tra passato e presente.

Partirei dalla analisi delle classifiche certificate degli streaming e dei download che, nella settimana passata, hanno visto le prime posizioni tutte occupate dai protagonisti di Sanremo: con lo sguardo di critico musicale, puoi dire che è un successo meritato?

Io direi di sì. Le classifiche testimoniano il successo degli artisti di Sanremo sia presso i giovani – come certificato dagli streaming-, sia presso un pubblico più tradizionale -come testimoniato dalla classifica FMI -, che analizza le vendite dei dischi, del supporto, a cui sono legate le persone più adulte. Il Festival di quest’anno ha offerto tanto , e tanto di buono, per gusti musicali differenti e, quindi, in questo momento il mercato corrisponde a un quadro generale buono, che si è rispecchiato in Sanremo.

Quale sarebbe stato il tuo podio?

Basandomi esclusivamente sui gusti personali, e non con un approccio critico, le canzoni che, ora, ascolto con più piacere, sono ‘Fiamme negli occhi’ dei Coma_cose, ‘Momento perfetto’ di Ghemon, che trovo deliziosa, molto bella; la terza è più complicata da scegliere: piacendomene tante, cambia di giorno in giorno. Trovo però, pur essendosi classificata molto in basso al Festival, un bel pezzo di grande impatto, che meriterebbe maggiore attenzione, ‘Ora’ di Aiello.

Sanremo, quest’anno, ha visto anche la consacrazione di Achille Lauro e dei suoi ‘quadri’ così scenografici mentre, contemporaneamente, si celebravano i cinquant’anni da 4/3/’43 di Lucio Dalla, testimone di un Festival in bianco e nero in cui protagoniste esclusive erano le canzoni. Questa eccessiva scenografia fa male alla musica?

Che piaccia o meno, credo sia impossibile immaginare oggi la musica senza la parte visiva. La musica, oggi, tutta, la si vede, non la si sente solatanto. Anche chi decide di non avere un ‘look’, di non muoversi davanti al microfono, sta facendo una scelta di immagine precisa, vuol comunicare un approccio diverso dagli altri. A me, personalmente, di quelli che ballano interessa poco ma è, ormai, un fatto imprescindibile. Faccio un esempio: Fulminacci, che si è presentato sul palco soltanto con la chitarra, si è presentato come cantautore; mentre Gazzè, che è un cantautore che non ha mai messo a lato la parte teatrale, è logico e importante che presenti anche il suo aspetto teatrale. Quindi trovo che entrambe le scelte siano giuste, a seconda dell’idea che l’artista vuole dare di se stesso. Achille Lauro fa un’operazione a 360 gradi: l’ha fatta tutte le volte che è andato sul palco di Sanremo ma anche nei suoi concerti, lui è sempre così, non ha fatto niente di diverso da quanto faceva vedere nei suoi concerti.

L’esempio di Fulminacci e Gazzè mi permette di collegarmi alla domanda successiva. Se esiste un ideale, un archetipo di ‘canzone italiana’ che da Nilla Pizzi e Modugno, passando proprio dal cantautorato degli anni ’60-’70, arriva sino a oggi, questo modello è aiutato o no dalla grande attenzione avuta dal Festival di quest’anno nei confronti delle nuove generazioni?

A mio parere quell’ideale non è mai esistito, perché la canzone è di per sé impura. Celentano, che noi consideriamo tra i più grandi, ha fatto di tutto: rock’roll, funky, disco, generi assolutamente non nazionali. Questo vale anche per i cantautori: De Gregori ama Dylan, moltissimo, Tenco e Bindi amavano i francesi. Poi c’è anche chi guarda al passato e le nuove piattaforme permettono anche questo: avere a disposizione cinquanta milioni di brani, di tutti i tempi, fatto mai successo prima. Partendo da questo presupposto e, cioè, che quel tipo di melodia italiana esisteva quando il mondo era nazionale, cosicchè noi ascoltavamo solo la nostra musica perché quella degli altri paesi non ci arrivava, la radio non la trasmetteva e i dischi arrivavano con difficoltà, avevamo un radicamento in un certo tipo di musica. Ora ascoltiamo tutto e sempre, così da avere una cultura non limitata e provinciale ma aperta a ogni stimolo, compreso qualcosa di, in effetti, tipicamente italiano: penso agli ‘Extraliscio’. C’è tutto e tutto insieme. Il dare spazio ai giovani, poi, aiuta la musica italiana: c’è, infatti, un’unica, vera, cosa che ci unisce al nostro repertorio, e cioè che non cantiamo in inglese ma usiamo la nostra lingua, l’italiano, contrariamente a tutto il resto del mondo.

Pensando ancora a Sanremo, sei più sostenitore del Premio Tenco o del Festival della canzone italiana?

Negli anni passati ti avrei risposto, senza alcun dubbio, del Premio Tenco, perché dava spazio a generi, suoni, artisti che non avevano spazio in televisione, nelle radio e che non sarebbero stati mai premiati né di cui si sarebbe sottolineato il valore, quello legato alla canzone d’autore. Devo dire, però, che negli ultimi due – tre anni, e in particolare quest’anno, Sanremo è molto migliorato. Ti continuo a dire, quindi, il Premio Tenco ma anche Sanremo non è male, perché ha dato spazio a musica nuova, giovane e interessante che, altrimenti, il grande pubblico non avrebbe mai visto. Su un terreno più pop, quindi, non legato alla canzone d’autore, ha svolto la stessa funzione del Tenco, far arrivare al grande pubblico delle musiche che, altrimenti, non avrebbe sentito.

Lasciamo Sanremo ma continuiamo il viaggio nella canzone italiana. Pensando all’intervista, ho ripreso in mano il volume ‘Trentatre dischi senza i quali non è possibile vivere’: l’unico italiano presente è ‘Le Nuvole’ di De André. Io, forse, avrei scelto ‘Creuza de ma’: su cosa avete basato -con Gino Castaldo- la vostra scelta?

‘Creua de ma’ è un disco, musicalmente, meraviglioso, non c’è alcun dubbio ma ‘Le Nuvole’è un disco più completo, che mette insieme tutto De André mentre ‘Creuza de ma’ è un pezzo di De André, è una parte, non ‘il’ tutto. Al contrario, ‘Le Nuvole’ presenta ‘il tutto’ : c’è anche quello che c’è in ‘Creuza de ma’ ma c’è anche la sua storia di cantautore, la parte musicale, la poesia, la politica: c’è tutto. E’ un disco che racconta Fabrizio nella maniera più completa, e quindi più bella, possibile: album assolutamente indimenticabile.

La rivista ‘Rolling stones’ ha indicato come il più bell’album italiano di sempre ‘Bollicine’ di Vasco Rossi: sei d’accordo?

No, e non credo di sbagliare. Se penso a Battisti, De Gregori, De André, Battiato, Dalla , Pino Daniele, Fossati, penso che abbiano creato album migliori di quello. Potrebbe entrare in un rosa di venti ma, di certo, non come primo.

Su cosa stai lavorando in questo periodo?

Ho terminato ieri le correzioni di un lavoro su Freddy Mercury e ora mi appresto – sono in contatto col figlio – a progettare un lavoro su Pino Daniele.

Come sta andando il tuo nuovo libro su Lucio Dalla?

Benissimo, è quarto nella classifica generale e, notizie freschissime, è già in ristampa e ha visto acquistati i diritti per realizzare un film: sembra davvero che avrà una lunga vita!

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