di Giada Piras
Giovane studentessa universitaria – e convinta antifascista- già l’anno scorso Giada ha curato l’editoriale per il 25 aprile. La nostra riflessione, con lei, continua anche quest’anno.
Oggi è il 25 Aprile, data in cui venne proclamata la festa di liberazione del suolo italiano dalle forze nazi-fasciste. Esattamente oggi, l’Italia, festeggia il suo 76esimo anniversario come paese libero da una dittatura opprimente.
A tale proposito, tutto questo dovrebbe spingerci a ragionare su diversi aspetti, primo fra tutti: il sacrificio.
Proviamo a pensare a cosa sia veramente successo, perché il 25 Aprile può sembrare solo una data che si sente di sfuggita, un giorno di vacanza per i ragazzi che frequentano la scuola, ma dietro c’è molto di più. Milioni di vite troncate, vittime di quella che fu la dittatura fascista, a partire dagli omicidi come quello di Giacomo Matteotti, assassinato il 10 Giugno 1924 da cinque membri della “polizia politica” che, dopo averlo rapito e accoltellato a morte, lo abbandonarono nelle campagne di Roma. Ecco, Matteotti non fu né la prima né l’ultima vittima di quello che potremmo considerare l’eccidio messo in pratica dalla dittatura fascista.
Dopo di lui, infatti, avremo una vera e propria escalation di violenze di ogni tipo: invasioni, pestaggi, incarcerazioni e fucilazioni ormai erano la normalità per il regime che, in tempo record, prese il potere sulla penisola.
Arriveremo al 1943, anno in cui il generale Pietro Badoglio (in seguito alla caduta del fascismo), firmerà l’armistizio di Cassibile, fatto che da lì a poco, getterà l’Italia in balia degli eventi.
L’esercito era allo sbando e da qui cominciarono a formarsi i primi gruppi di quelli che venivano chiamati “ribelli”.
Antonio Gramsci si esprimeva così riguardo al scegliere una parte da cui stare, all’essere partigiani:
“Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.”
Chi erano i “ribelli”?
I “ribelli”, chiamati più comunemente “partigiani” possono essere definiti come i protagonisti della resistenza italiana, quell’evento che vede uomini e donne di tutte le età, dai bambini agli anziani, ribellarsi alla presa di potere da parte delle truppe tedesche e dello stato fantoccio della repubblica di Salò antecedente alla firma dell’armistizio.
Nelle formazioni partigiane avevamo ogni sfaccettatura d’Italia.
Lo studente universitario stanco del regime fascista che rifiutava di presentarsi alla chiamata alle armi, il parroco del paese, avevamo i comunisti, gli anarchici, i liberali… Tutte persone diverse tra loro ma con l’unico obiettivo di rendere l’Italia libera da ogni sopruso. Quello che stupisce da questo punto di vista, è come tutte queste differenze siano state abbattute da un ideale talmente forte da far sì che ogni differenza di partito, ogni differenza di etnia, di età, non fosse un problema. E’ questo lo spirito che ci ha portati al 25 Aprile, lo spirito che ci ha resi liberi, che ha fatto nascere la Repubblica e che ha portato alla nascita della nostra costituzione, così poco tenuta in considerazione ma così tanto voluta e sudata, tanto che Piero Calamandrei, noto politico italiano, disse:
“Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furoni impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra costituzione.”
Con questa piccola premessa che vuole spiegare a grandi linee tutto il sacrificio che ha portato il popolo italiano al 25 Aprile, volevo condividere con voi una domanda che mi pongo spesso.
Solitamente, nell’ultimo periodo soprattutto, tante persone si sentono “nostalgiche” riguardo il periodo fascista, senza saperne (il più delle volte), quello che ha portato all’Italia. Tutto ciò porta ad una domanda: perché l’Italia deve ancora fare i conti con quello che, ormai, è lo “spettro” del fascismo?
La Germania ad esempio ripudia ogni forma di nazismo, mentre nell’Italia odierna possiamo trovare dei calendari con la foto di Benito Mussolini in bella mostra in vendita nelle edicole.
Il fascismo insomma, continua a essere una realtà presente nella vita di tutti i giorni, partendo dalla xenofobia devastante che si è diffusa in larga scala negli ultimi anni. Si parla della politica, del potere mediatico che alcuni esponenti esercitano sul popolo, attanagliandolo con il più comune dei sentimenti umani: la paura, forti del fatto che spesso e volentieri dalla storia nessuno ne impara gli errori, per quanto possa essere recente.
Siamo in un’era dove sono in atto dei processi di migrazione di massa, che a differenza di come parecchie persone pensano, non è un complotto atto a distruggere la vita degli italiani, ma bensì possiamo notare quanto il pianeta si stia sviluppando in maniera differente e non equa da uno stato all’altro. Ci si dimentica troppo spesso gli ideali che hanno portato l’Italia ad essere un paese libero da ogni forma di dittatura.
E’ un fatto: Chiunque ami l’Italia, non ama il fascismo. Stiamo parlando di un’ideologia che portata avanti ha distrutto il nostro paese, e non solo. Ha distrutto milioni di vite rendendosi fautore della guerra tra italiani.
Proprio l’altra sera il giornalista Gad Lerner ha presentato in diretta televisiva un progetto svolto insieme all’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia) riguardante le testimonianze di quelli che ormai possiamo considerare “gli ultimi partigiani”.
Racconta, tra le tante storie raccolte, quella di Aldo Costantini, carabiniere veneto che, mandato in Piemonte per un rastrellamento, con la sua squadra si rifiuta di sparare sui partigiani, poiché al momento del giuramento da carabinieri, ebbero giurato di non sparare sugli italiani. Vennero quindi arrestati e chiusi nel carcere militare di Torino. Un commando partigiano li salverà prima della deportazione e da lì comincia la loro storia tra le file della resistenza.
Sul sito noipartigiani.it possiamo osservare centinaia di testimonianze da chi la resistenza l’ha vissuta in prima persona, vivendone gli orrori che solo una guerra può portare, ma anche la gioia della liberazione. Un progetto prezioso ed innovativo, che porta le storie della resistenza sul web (avvicinandole inevitabilmente a quello che è il mondo dei giovani), raccolte in un portale a cui tutti possiamo avere accesso e che soprattutto rimarrà, con le testimonianze di donne e uomini della resistenza, un documento prezioso, utile a ricordare le stragi e il dolore che vi sono dietro a questa data che noi italiani dovremmo sentire far parte di noi.