Fabio Concato: il privilegio di scrivere le storie di tutti noi

Fabio Concato sarà il 14 agosto a Berchidda

di Daniele Madau

L’incontro di cui vi scrivo oggi è particolarmento bello, ed emozionante, per me, e per tutti coloro che amano i gioielli della musica italiana: quell’armonia, dolcezza e riflessione che leniscono i giorni più duri e accompagnano i giorni migliori, laddove la musica si sublima e trascende se stessa per fondersi con la nostra anima, le nostre paure e i nostri desideri. In occasione del concerto del 14 agosto a Berchidda, per il festival di Paolo Fresu ‘Time in Jazz’, ho raggiunto al telefono, da Milano, Fabio Concato, che ringrazio per avermi come aperto degli scrigni, quello dei ricordi, quello della sua Sardegna, quello dell’origine delle canzoni e non solo…

Fabio, di nuovo in Sardegna. Sardegna che ti ha ispirato brani come ‘Ciao amore’ e ‘La nave’, che parlano del periodo da te vissuto nella nostra isola e che non testimoniano un bel momento, dato che eri militare di leva. Però, possiamo dire, che da quella situazione difficile siano nate cose belle, come le canzoni e, per ‘Ciao amore’, anche una presa di posizione antimilitarista, tipica della figura del cantautore, per come appare nell’immaginario.

Io ho fatto la leva da grande, nel 1977, perché studiavo medicina all’università e, così, non ho fatto bene né l’una né l’altra…Sì, non è stato un bel periodo, a lanciare bombette o a fingere di sparare con la mitragliatrice – se ci penso, ora, fa anche un po’ ridere – a fare tutto ciò per cui sono negato, in una caserma isolata come quella di Macomer, con ufficiali frustrati e con qualche episodio di nonnismo. Mi avevano promesso che, dopo i due mesi di ‘Car’, mi avrebbero mandato a Milano e, invece, mi hanno mandato a Elmas, con la promessa che, essendo iscritto in Medicina, sarei andato nell’infermeria, anche se non sapevo fare nemmeno un’iniezione. Invece mi assegnarono al bar del circolo sottoufficiali dell’Aeronautica, con orari pazzeschi: una volta saputolo, ho avuto una sorta di mancamento… Però, anche da quella esperienza, sono nate delle cose belle, buone riflessioni, ho incontrato buone persone; anche le canzoni, certo. Nel 1994-95 ho scritto ‘Ciao amore’, uscita, poi, l’anno dopo, che, una volta conclusa, ho guardato con grande soddisfazione: perché era una cosa buona nata da ciò che mi aveva fatto male e di cui dovevo riparlare, per risolverla e darle una spiegazione. E l’antimilitarismo, certo: anche se io ero già, lo sono sempre stato, antimilitarista, lo ho nel dna. Ho sempre pensato fosse più efficace svolgere il servizio civile piuttosto che avere la sensazione di perdere un anno della propria vita: ecco perché quel periodo è stato, comunque, una sofferenza. ‘La nave’ racconta del mio amore di allora, di origine maddalenina, che mi accompagna a Genova per prendere, appunto, la nave verso la Sardegna, e io avvertivo tutte le mie ansie…Per gli ultimi due mesi poi, quando ero bello scoppiato, sono stato, finalmente, mandato a Milano ma, devo dire che, di quei sessanta giorni, non ricordo niente, mentre degli altri ho, non dico nostalgia, ma anche ricordi belli. A Bosa in treno, la sconvolgente bellezza del territorio, le persone care…

Il tuo ultimo singolo, ‘L’umarell’, è disponibile gratuitamente, rispecchiando quanto in passato hai fatto con le tue donazioni. Il brano è scritto in milanese, fatto che testimonia il tuo interesse per la cultura della tua città. Questo ti accomuna al novero degli artisti sardi che, direi, da Maria Carta in poi, hanno scoperto il desiderio di esprimersi nella nostra lingua.

Ho sempre avuto attenzione per la mia città, per la mia lingua. La canzone, però, nasce dal drammatico periodo che abbiamo vissuto e durante il quale la Lombardia- la zona più devastata del mondo, in proporzione- è stata colpita così a fondo. Durante i giorni di chiusura ho pensato che, data la fortuna, e il privilegio, che abbiamo noi cantautori di poter scrivere su delle note ciò che abbiamo in mente, dovevo scrivere, per far nascere qualcosa di bello anche da quei giorni. E’ nata così, questa canzone, anche perchè avevo una statuetta, un ‘umarell’ , un omino, sopra il pianoforte che mi guardava- immagina che livello di stato mentale avevo raggiunto! – e mi spingeva a scrivere. E proprio perché noi lombardi siamo stati particolarmente colpiti, mi è venuta di scriverla in milanese: il milanese non è molto parlato- neanche io lo parlo spesso, ho dovuto anche riscoprire certi suoni ed espressioni- e, perciò, stiamo perdendo la storia e la memoria della città. Ecco, anche, perché, una volta concluso il brano, ho pensato di citare Enzino, Enzo Jannaci, genio del tragicomico per eccellenza, autore di una sensibilità e di una capacità narrativa unica, che ti fa sorridere e riflettere. Sono felice di aver scritto il brano, è stato autoterapeutico, mi ha fatto sentire meglio. Ora, è fruibile per tutti, al di là del vendere o non vendere: fortunatamente, ho superato tanti anni fa il problema del vendere o no. Mi ha permesso di vincere ‘L’Amobrogino d’oro’ nella mia città ma, mi sembra, piaccia anche a Genova, a Napoli, a Palermo. E’ un privilegio scrivere storie in cui la gente si possa identificare, apprezzando il tuo talento, e il tuo cuore: anzi, prima il cuore, poi il talento.

La tua produzione entra nel novero dei cantautori che ha segnato la storia della canzone italiana. Qualche tempo fa ho potuto discutere, con piacere, con Francesco Baccini, che ha scelto di defilarsi rispetto all’attuale sistema di produzione musicale sperimentando altre strade, sulla figura e sul futuro del patrimonio dei cantautori: quale sarà il loro posto?

E’ molto difficile rispondere, provo a limitarmi ai fatti: se tra quarant’anni si cantassero ancora gli artisti di oggi, avranno avuto ragione. Tuttavia, è come se mancassero gli autori, quelli veri. Nell’album ‘Non smetto di ascoltarti’ ho ripreso alcuni classici del rapertorio italiano e mi sono accorto della modernità di canzoni che hanno cinquant’anni, perché c’è musica, melodia, armonia: questi sono elementi che, nella canzone, nella musica popolare, non possono mancare. Non puoi mettere un battito, un ritmo soltanto e sopra delle parole, per quanto intelligenti possano essere, acute. Questo mi fa chiedere se certi brani arrivino solo alla generazione per cui sono state pensate o a tutti: senza armonia, le cose si fermano, anche se, sopratttuo nel rap, a volte il messaggio c’è, e anche molto forte. ‘Domenica bestiale’, lo dico senza nessun sentimento di megalomania, ha quarant’anni e ancora me la sento in radio, sembra resista agli urti del tempo: e così, penso, ci sono anch’io, nel mio piccolo, dopo quarant’anni. Certamente, poi, è cambiato il modo di fare e ascoltare la musica, è cambiato il mercato: è molto difficile rifletterci ma, semplicemente, mi viene da dire che manchi la musica. Qual è la ragione di certi fenomeni, avere più visualizzazioni? Io non credo basti, la musica dovrebbe essere un’altra cosa; però, è così, quindi ne prendo atto.

Come sarà il concerto? Ti immagino con la tua solita presenza, chitarra, gambe accavallate….

Eh no, questa volta sarà diversa, io non suonerò, suoneranno, e di brutto, i ‘Paolo di Sabatino Trio’ , con la lora passionalità, soprattutto di Paolo, cubana, argentina, latina, e ci divertiremo tanto. Suonare a Berchidda, al festival di Palo Fresu – dove c’è musica buona -, sarà bellissimo, non come a Macomer a fare il ‘Car'(ride…). Le canzoni saranno quelle di quarant’anni di repertorio, reinterpretate in modo originale ma senza violenza, con alcune ‘chicche’, come una versione particolarissima di ‘Ti muovi sempre’.

Alla trasmissione ‘Via dei matti’ hai fatto commuovere Stefano Bollani, eseguendo insieme a lui ‘E’ festa’: devo dire che, più o meno, fa lo stesso effetto anche a me. Vorrei farti un elenco delle canzoni che porto con me, che mi accompagnano nei miei giorni e, magari, mi dici se c’è anche la tua, di canzone, quella a cui sei più legato: ‘Mi innamoro davvero’, ‘Prendi la luna’, ‘Ti ricordo ancora’, – così delicata e con tematiche così moderne -‘Ti muovi sempre’, ‘Buona notte a te’, ‘Speriamo che piova’, ‘Voilà’, ‘Ciao ninìn’…

Sì, mi ha un po’ stupito anche se lui, oltre a essere un marziano, un genio della divulgazione- come testimonia la geniale trasmissione- è molto sensibile. Son molto legato a ‘Gigi’, che parla di mio padre: più invecchio, più la amo, mi rappresenta come nessun’altra. Io ho già sette anni in più rispetto a quelli che aveva mio padre quando morì e, così, mi fa ancora più effetto cantarla da sette anni a questa parte: è la mia piccola, grande, opera. C’è il ricordo piacevole e rasserenante, anche se lui non era esattamente in questo modo: era discretamente complicato ma mi è piaciuto descriverlo così. Ho aspettato tre anni per scriverla, e meno male che che è trascorso quel tempo, ho potuto crearla con un’atmosfera non tragica. Poi, certo, c’è anche ‘Fiore di maggio’, con quello di cui racconta, l’ispirazione che la fece nascere…’Ti ricordo ancora’ – con la storia di due bambini delle elementari che, con naturalezza e innocenza, affrontano la loro affettività- mi pose all’attenzione delle comunità omossessuali, che mi ringraziavano perché – anche se non condividevo con loro l’essere omosessuale- finalmente, si parlava di loro e, così, si sentivano ascoltati.

Torniamo, per la chiusura, alla Sardegna…

Ho dei ricordi di amore e stima profonda, che mi arriva sulla pelle, da parte dei sardi, in generale. Poi, non è facile descrivere alcune immagini della Sardegna che mi porto dentro: direi ‘luce’, è luce, la Sardegna. E poi, mi viene in mente Santa Margherita di Pula, Bosa, che è vicino a Macomer, ma, soprattutto, l’affetto così forte della gente, da Sassari a Cagliari.

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