‘Api regine’, il nuovo romanzo di Raimondo Pinna: l’utopia del matriarcato e dell’ eclissi delle figure maschili nella Chiesa. Incontro con l’autore.

di Daniele Madau

‘Ivana Balistreri e Tina Castrozzi oggi hanno ottant’anni: sorelle di latte, ma non di sangue, hanno vissuto in un paese sulla ferrovia Napoli-Roma, sede di diocesi, cercando di sopraffarsi come chi è in procinto di annegare fa con il suo soccorritore per sopravvivere almeno un altro minuto. Come un apicultore inserisce una nuova regina in un alveare dopo averlo orfanizzato, entrambe si sono introdotte in ambienti patriarcali e li hanno resi orfani delle figure maschili. Ivana ha scelto la Chiesa per spianare la strada del sacerdozio a suo figlio Ignazio e quando questi diventa il vescovo della diocesi lei, in quanto madre, crede finalmente di aver dimostrato di essere superiore e di poter disporre di tutta la sua famiglia riunita. Questo trasforma in odio puro il livore di Tina che, ormai matriarca indiscussa di un clan ai limiti tra legalità e illegalità, farà di tutto per annientare la sua sorella’. Questa è la trama del nuovo romanzo di Raimondo Pinna, edito dalla prestigiosa casa editrice Transeuropa: ho potuto incontrare l’autore, che ringrazio, per scavare dentro le tematiche profonde del romanzo.

Raimondo Pinna, architetto, libero professionista, svolge da quasi trent’anni la propria attività lavorando sulle interrelazioni esistenti tra mercato immobiliare e pianificazione urbanistica del territorio per clienti privati e pubblici in diverse regioni italiane. Non disdegna la scrittura, anzi, come testimoniato dall’ultimo romanzo ‘Api regine’. Ci può raccontare il suo approdo alla scrittura, che testimonia un felice connubio tra attività scientifica e attività d’invenzione letteraria?

La richiesta delle “due righe due” biografiche appartiene al novero delle offerte che non si possono rifiutare, anche se penso che, prima che antipatico, sia sciocco definirsi con poche parole. L’ossessione della sintesi è talmente prevalente, mainstream, da rendere consapevole che la scelta di continuare a praticare l’analisi di qualsiasi discorso sia un comportamento di retroguardia. Il 2 gennaio 2022 gli anni di libera professione diventeranno trenta tondi. Lo sguardo retrospettivo è quello di chiedersi se ne sia valsa la pena di credere in quell’aggettivo qualificativo “libera”. La risposta è ancora aperta, il che non è un segnale di chiarezza. Questa riflessione non può far parte delle “due righe due”.

Certamente non esiste alcun felice connubio tra attività scientifica e attività di invenzione letteraria: sono due piani sghembi: esse si ignorano. Essere un architetto non è una attività scientifica, come non è un’attività umanistica; è qualcosa cui tendere, nella speranza che unisca l’essere della persona con l’azione della persona. Alla fine probabilmente lo stabiliscono i posteri se ci sarai riuscito, però in vita tu puoi pensare di esserci riuscito fino a quel momento. La mia risposta è: a tratti. Oggi sì, e pensarlo mi aiuta a sostenere la difficile fatica del mestiere di vivere.

Sicuramente oggi scrivo come scrivo perché sono un architetto, ma quando ho iniziato a quindici/sedici anni non era certo così. Nessun approdo alla scrittura. Ribalterei la metafora: non si scrive per arrivare in barca al porto scrittura, potendo attraccare dopo aver timbrato vari moduli; non so, premi letterari vinti? Partecipazioni a festival? Credo invece che tutti partono dal porto scrittura: gli danno una barchetta – una penna e un foglio di carta allora, oggi un programma, uno schermo, una tastiera – e gli dicono vai verso la boa. Però la boa la devi trovare tu. E, piaccia o non piaccia agli estimatori dei talenti naturali, la trovi soltanto se qualcuno esperto di quel tratto di mare (non dico che te la indichi ma almeno) ti fornisce gli strumenti nautici per trovarla. Per me è successo tardi, poco dopo i cinquant’anni, grazie a Giulio Milani, editore ed editor di Transeuropa. Nessun rapporto di scuola di scrittura, nessun rapporto docente/discente. Una pacata trasmissione di informazioni fornita come prestazione professionale per rendere il romanzo precedente, Montagne Russe, adatto alla pubblicazione nel contesto della riflessione che sta interessando la composizione letteraria, la letteratura di questo decennio. Per me denaro ben speso e che, in Api Regine, ha continuato a ottenere effetti. Ora sono certo di saper scrivere, intendendo con questo che so come lavorare per ottenere una buona scrittura. Questo è importante per me, non cosa pensi di me come scrittore Milani o qualsiasi lettore. Poi, che io tenga al parere positivo di entrambi è un altro discorso: di vanità. Ritengo poco credibile uno scrittore che neghi di essere vanitoso.

L’ultimo romanzo sembra particolarmente duro: indaga le dinamiche diaboliche, ancestrale retaggio, del ‘ghenos’, la lotta per il potere, l’incapacità di imparare dalle regole di collaborazione della natura – con la metafora delle api a cui è affidato anche il finale -, l’importanza della discendenza: da dove ha tratto ispirazione? Sono corrette le tematiche presentate?

Duro … Non so scrivere di argomenti divertenti, ammiro coloro che ne sono capaci. Non faccio particolare fatica a scrivere così: per me vivere è difficile, non è una passeggiata. Forse salvaguardo la mia parte infantile credo ancora che scrivere di “fatti brutti” aiuti a tenerli lontano dalla mia vita. Non lo so, magari funziona. Insomma, non credo sia poi più duro di tanti altri romanzi in circolazione. Il fascino più intrigante della scrittura è lo stupore di quello che ciascun lettore riesce a trarre dalla lettura delle mie parole, tanto da farmi regolarmente chiedere: ma siamo sicuri che l’ho scritto io? Devo dire che questo mi fa molto piacere; soprattutto riesce a farmi solo dispiacere e non offendermi se il lettore mi dice a muso duro che il mio libro non gli è piaciuto. Peccato! Ma è un suo diritto.

La domanda è però molto particolare e sento la necessità di fare chiarezza, di separarla. Non credo al diavolo o alle esistenze demoniache esterne, quindi per me sono dinamiche e basta. Analogamente non credo a retaggi ancestrali. Se lei, Daniele, chiedesse a un suo personale campione statistico di scrivere la genealogia di ciascuno sono certo resterebbe esterrefatto che molti non sanno neppure la data di nascita dei quattro nonni. E parliamo di retaggio ancestrale? Per me non esiste. Esiste invece la ri-narrazione di ciò che pensiamo debba essere stata la cultura dei nostri “antenati”; senza però porci la domanda su chi siano davvero quegli antenati. Anche per questo, nel suo personale campione statistico, Daniele, vedrà che quegli antenati sono identificati in coloro che hanno abitato quella terra, non nei nostri genetici antecessori. Conta più la geografia che la storia personale.

Ça va sans dire che non credo all’esistenza di regole di collaborazione della natura. Anzi, non credo proprio all’esistenza della natura come soggetto di classificazione scolastica: minerale, vegetale, animale. Credo piuttosto, da architetto, al troppo grande e al troppo piccolo; e resto affascinato e insieme sgomento della loro convivenza in piani sghembi, proprio come l’attività scientifica e l’attività letteraria di cui abbiamo parlato prima. Fascino e sgomento che aumentano a livello inverosimile quando li rapporto al mio essere corpo e anima: davvero dentro di me esiste tutta una serie di “animaletti”, la flora batterica intestinale ad esempio, senza che mi abbiano chiesto il “permesso”? Sorrido e vado avanti e, in relazione alla domanda, penso che le regole di collaborazione della natura seguano il principio del non disturbare.

La domanda sull’importanza della discendenza investe tutt’altro campo. Sì, è fondamentale per gli esseri umani. Il fatto che da che mondo è mondo centinaia di migliaia di uomini e donne abbiano scelto di non riprodursi per i svariati individuali motivi – o abbiano dovuto subire e non scegliere di non riprodursi – lo ritengo la vera prima varietà dell’orientamento di genere con il quale oggi tutti si riempiono la bocca. Ho voluto che questo tema entrasse nell’organizzazione del piano generale della trama.

Papa Francesco ha appena affermato come i peccati di lussuria e gola non siano gravi, più gravi sono quelli di superbia e odio: come commenta queste parole, facendo anche riferimento al romanzo​?

Devo essere estremamente sincero: sono disinteressato totalmente a quello che crede, pensa, afferma papa Francesco. Sono culturalmente, non religiosamente cattolico. Il che significa che non credo che nella persona dell’ottimo ebreo praticante Gesù, forse di Nazareth forse di altra località della Galilea, si sia manifestato il mistero dell’incarnazione. Quindi semplicemente non le commento.
Riferiti al romanzo, esattamente come li ho trattati, lussuria e gola non sono “peccati” ma comportamenti. A seconda di come sono declinati, ossia se hanno o no degli effetti negativi sul prossimo, allora possono essere giudicati buoni, indifferenti o malvagi.

Dal romanzo sembra emergere un potere ancora forte della Chiesa, gestito, però, da donne: le interessa questa dialettica donna-Chiesa? Cosa voleva far risaltare principalmente?​

Anche qui è fondamentale chiarire la mia posizione: la Chiesa Cattolica “è” potente, non “ancora potente”. Quantomeno nel contesto italiano in cui sono nato e sono vissuto; poi non ho la più pallida idea di cosa succeda in Polonia, Irlanda, Portogallo …

Il passaggio centrale che ho voluto inserire come infrastruttura narrativa nel romanzo è che la Chiesa, gestita da soli elementi maschili, si appropria ancora in maniera vincente di una metanarrazione femminile: ella è Madre … Però alle donne vieta di accedere al compito principale dei ministri della Chiesa: il sacerdozio. Per quello che ho visto e continuo a vedere per la Chiesa semplicemente la donna non esiste. Quindi non c’è alcuna dialettica donna-Chiesa. Sono anche qui affascinato dal fatto di come questa narrazione trovi le sue migliori difenditrici nelle donne stesse. Quindi peggio per loro. Non sono un femminista, non sono un particolare estimatore delle donne rispetto ai maschi. Giudico la persona e per me l’essere maschio o femmina è essenzialmente una variazione di tono, importante, ma subordinata ai grandi impulsi: imporsi, sopravvivere, mors tua vita mea; impulsi che appartengono in egual misura a entrambi i generi (e a tutti i derivati moderni lgbtq etc)

Lei si è occupato anche di S.Igia, antica capitale del giudicato di Càrali, di cui ormai, anche architettonicamente si è persa traccia, forse volontariamente: sciatteria nei confronti della propria storia? Guardando, invece, al presente, e al futuro, esseno lei nato a Cagliari, che è anche la mia città, quali pensa siano i punti di forza e debolezza della pianificazione urbana​ di Cagliari?

Non vivo più a Cagliari, nel senso che non vi esercito il diritto di voto come residente. Quindi non mi posso esprimere, perché non vi incido, sui punti di forza e debolezza della pianificazione urbana della città.

Sulla perdita di notizie su Santa Igia ho scritto un libro scientifico cui rimando. Ritornando alla problematica iniziale: non sono è possibile racchiudere in “due righe due” anni di lavoro impiegati a ragionare sulle tracce urbanistiche morfologiche prima ancora che sui lacerti documentari, perché la città è un progetto e non un insieme di atti notarili o decisioni registrate su pergamene; soprattutto non è una sommatoria di resti murari reperibili archeologicamente.

Diversa è la domanda sulla sciatteria nei confronti della propria storia. Qui sì che sono obbligato a rispondere: è un dovere civico. Io penso che Cagliari, la città di Cagliari, non si sia ripresa dall’uccisione dei bombardamenti del febbraio e maggio 1943; quando è morta. Quelli che abitano la città, che sono tornati ad abitare la città sono altre persone e in loro ancora non è conclusa la fusione del retaggio ancestrale cui abbiamo accennato prima. Non gliene importa nulla, per loro la genealogia personale è ancora più importante di quella del luogo. Fino a quando questo iato non sarà risolto Cagliari non sentirà la necessità di considerare se stessa forte; perché ritiene forte la propria storia rispetto alle altre città. Magari fra due generazioni o magari mai, non è certo una conclusione scontata. Se la maggioranza dei cagliaritani adesso vive bene la sua città così com’è va bene. A me non andrebbe bene, ma in democrazia la minoranza accetta il voto contrario ai suoi interessi espresso dalla maggioranza.

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