Lo sport come strumento di autenticità

di Mauro Dessì

Dai campi in terra battuta di un piccolo paese nell’oristanese ai lussuosi stadi del Quatar: e, in mezzo, i trionfi mondiali e le meravigliose esperienze con la nazionale di basket di atleti con la sindrome di Down. Mauro Dessì ci guida, nella sua riflessione, nello sport come modo privilegiato per dare il meglio di sé

Ho giocato a calcio per oltre trent’anni. Ho iniziato che ero bambino e il mio sogno non era tanto quello di giocare in serie A quanto di indossare, un giorno, la maglia rossonera del mio paese nella squadra che, tra i dilettanti, difendeva l’onore della mia piccola comunità di 1500 abitanti, Villaurbana. Ho realizzato quel sogno e sebbene non mi abbia dato fama e successo, mi ha regalato tanti momenti da protagonista. Niente soldi, niente visibilità, solo il gusto, a volte dolce, a volte amaro, di tornare a casa, la domenica sera, soddisfatto e gratificato da una giornata di vero sport.

In questi giorni in cui, finalmente in chiaro, assisto in TV ai mondiali di calcio in Qatar, un po’ mi tornano in mente le mie partite in terra battuta. E guardo ammirato quei prati verdeggianti in cui i campioni del football mondiale stanno gareggiando per conquistare il titolo più ambito per un calciatore. Credo che in ognuno di quei campioni ci sia stato il sogno, da bambino, di arrivare a una competizione come questa. Chissà quali emozioni, chissà quali ricordi del proprio passato nello scendere in campo. In un certo senso, credo che il loro sia calcio vero, né più né meno di quello che, per tanti anni, ho praticato anche io. Ma è difficile slegare questa competizione mondiale da tutto il contorno che ha accompagnato e sta accompagnando l’evento qatariota. Le polemiche per un’assegnazione politicamente poco limpida; gli stadi lussuosissimi che sono costati la vita di migliaia di persone; i costi esorbitanti per assistere alle gare; le restrizioni imposte dal Governo per limitare al massimo che l’occidentalità prenda piede nel piccolo stato del Medio Oriente. Non sono mai mancate le questioni sociali nelle competizioni iridate di qualsiasi disciplina, questo la storia ce lo ricorda, però ogni anno che passa i campionati del mondo diventano una cassa di risonanza notevole di
fatti e avvenimenti che con lo sport non hanno niente a che fare. Anzi… proprio perché
allo sport non appartengono, è messa in dubbio l’autenticità delle azioni sportive stesse. Il mondo ha bisogno di credibilità e autenticità e lo sport può esserne uno strumento
prezioso di promozione e diffusione. A patto però che, come in questo caso, siano presi a
calci solo i palloni e non i diritti dell’uomo.

Nella mia esperienza sportiva non posso che essere grato del fatto che, dal 2005, ho avuto la possibilità di allenare, a Oristano, una squadra di pallacanestro composta tutta da atleti con la sindrome di Down. Un gruppo di atleti incredibili, di atleti veri, che hanno sempre dato tutto senza mai risparmiarsi, senza filtri e senza maschere. Campioni autentici. Grazie a loro sono arrivato nello staff tecnico della nazionale italiana e, per due anni, anche io ho vissuto il mio mondiale. Esperienze fantastiche, emozionanti, con addosso la maglia azzurra dell’Italia. Bellissimo salire sul podio, per due volte, da campioni del mondo. Tanto bello quanto difficile da descrivere e
raccontare. Ma al di là del successo ottenuto, credo che la bellezza di quegli eventi
internazionali fosse nell’autenticità della competizione. Niente di politico, niente
montepremi in denaro, niente ricerca ossessiva della vittoria a tutti i costi. Sport vero,
campioni veri. Atleti che nella vita sono spesso relegati ai margini perché alla vita si pensa possano dare poco. Presi a calci, in senso figurato, nella loro dignità e nei loro diritti.
Eppure tanto determinati quanto atleticamente preparati; tanto coraggiosi quanto
desiderosi di dire la propria a un mondo che fatica ad accogliere chi è fragile, chi è debole, chi è povero, chi non produce. Anche in Qatar ci sarà una squadra vincitrice. Speriamo in maniera pulita e senza favoreggiamenti di nessun tipo. Ma ce ne saranno altre 31 che saranno dimenticate, qualcuna anche probabilmente derisa, perché non hanno vinto niente. Senza pensare che dietro quegli insuccessi ci sono persone che hanno, invece, dato tutto per arrivare a realizzare il sogno di giocare per la Coppa del Mondo. Sono queste le conquiste che contano, quelle essenziali, autentiche. Gli atleti con la sindrome di Down ce lo insegnano: esserci è già una grande vittoria! Dare il meglio di sé è il modo migliore per essere campioni nello sport e campioni nella vita.

2 pensieri riguardo “Lo sport come strumento di autenticità

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