L’educazione all’affettività

di Elisa O.

Elisa è uno studentessa di seconda Liceo Classico, di Cagliari, che, con attenzione e partecipazione, ha potuto riflettere sul dramma dei femminicidi, sulla violenza di genere e sulla, necessaria, educazione all’affettività. Ringraziandola per il suo contributo, pubblichiamo la sua attenta ‘riflessione’

L’educazione all’affettività consiste nell’adottare tutte le le strategie necessarie mirate a sviluppare nei ragazzi l’intelligenza emotiva, a partire dalla consapevolezza delle proprie sensazioni, delle proprie emozioni e dei propri sentimenti e di accrescere le abilità affettive, con l’obiettivo di favorire una buona relazione interpersonale.
Vi sono una serie di atteggiamenti quali la tenerezza, l’attaccamento, la gentilezza,
l’educazione, la devozione, la gratitudine e la bontà che si trasmettono principalmente in
famiglia attraverso l’esempio dei genitori, se in famiglia, ad esempio, i genitori o i parenti
attuano dei comportamenti che comprendono la cura e l’attenzione verso qualcun altro, è
certo che i figli assimilano questo “modus vivendi”.
A mio avviso la famiglia è la prima agenzia educativa anche se spesso viene depotenziata
per trasferire l’onere esclusivo di educazione alle scuole. Ritengo infatti che la scuola può e
deve dare il proprio contributo ma non può sostituirsi alla famiglia, che in questo ambito
riveste un ruolo determinante.
Trattandosi di una problematica complessa, che abbraccia non solo gli ambiti socio-culturali ma anche e soprattutto emotivi e affettivi, la scuola può cominciare a svolgere delle attività riguardanti l’educazione all’affettività, le relazioni attraverso dei percorsi mirati alla
percezione delle proprie caratteristiche e risorse, il confronto rispetto alla sessualità, le
relazioni con la famiglia, con il gruppo di amici e con il partner.
Gli obiettivi che si devono perseguire, sinergicamente con la famiglia, sono: sviluppare l’assertività, l’empatia , rispettare se stessi e gli altri, saper dire “mi piace e non mi piace”, accettare un rifiuto.
Nel rapporto scuola-famiglia serve trasparenza, fiducia e consapevolezza che il fine da perseguire è il benessere e la serenità dei ragazzi.
Il percorso oltre che coinvolgere la scuola e la famiglia, necessita inoltre dell’intervento dello psicologo, della polizia postale e del terzo settore di supporto per l’approfondimento di tutte le
tematiche che emergeranno dalle attività.
La base culturale su cui si basano le violenze, da quelle quotidiane ai femminicidi , è la
cultura patriarcale , ovvero una visione del mondo che affida agli uomini il controllo degli
altri, con una precisa gerarchia tra i sessi. Il pregiudizio non è del singolo ma del sistema.
Ci sono ancora famiglie dove le donne non contano niente, dove i rapporti di coppia sono di possesso; ne consegue che i figli che vivono questa modalità, la imitano e si innesca in
questo modo un circolo vizioso da cui non se ne esce.
Dopo decenni di battaglie femministe, è triste constatare che purtroppo il corpo della donna
è ancora visto come oggetto da possedere, da sottomettere , da usare.
Questa mentalità è figlia della peggiore cultura arcaica e patriarcale che attribuisce un ruolo minoritario alla donna, che a sua volta introietta, anche inconsapevolmente una serie di comportamenti per aderire o avvicinarsi a quel modello.
In sintesi quello che il femminicidio descrive è l’omicidio della dignità di una donna che
desidera maggiore emancipazione e libertà e che quindi cerca maggiore autonomia.
La legge sul femminicidio però non punisce l’omicidio di una donna. E’ nata a seguito della convenzione di Istanbul del 2011,ma riguarda solo ed esclusivamente la parte preventiva, infatti dal momento in cui il Pubblico Ministero viene a conoscenza di situazioni di violenza domestica, abusi e stalking si attiva per portare la vittima al di fuori del contesto in cui subisce violenza. Il femminicidio non è un reato a sé stante, il reato rimane in ogni caso

quello dell’omicidio, infatti se un uomo o una donna vengono uccisi in ambito domestico la
situazione è uguale.
Dalle indagini statistiche risulta che l’Italia sia agli ultimi posti a livello globale per omicidi di donne.
A mio avviso queste statistiche andrebbero contestualizzate, in quanto quello che dovrebbe essere messo in rilievo, è il motivo che spinge un uomo a uccidere una donna.
Il femminicida, talvolta anche suicida, spesso sembra vittima di una situazione
insopportabile, un dolore opprimente, la donna che abbandona, che si allontana e che
interrompe una relazione. È lei la causa di tutto, che ha reso insopportabile la sua vita. Così si costruisce nella mente la tragica associazione “se lei esiste, esiste il mio dolore; se lei non esiste più, non esiste più il mio dolore.”
Il femminicidio è diventato un problema tristemente urgente che richiede soluzioni
immediate, o quanto meno, strumenti che possono aiutare noi ragazze e donne a
riconoscere i campanelli d’allarme.
La gelosia , il possesso, il dover chiedere permesso ad un uomo, l’isolamento che i violenti attuano verso le compagne, controllare gli spostamenti della partner; mortificarla, umiliarla sono indicatori di una relazione tossica, di una pericolosa limitazione della libertà e dei diritti.
Se un uomo controlla o gestisce il denaro e le spese della propria compagna, è violenza
economica, una via facile di accesso per quella psicologica e fisica.

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