S.Efisio 2024: fedeltà, devozione, gratitudine; ma anche fierezza e amore per la propria terra

di Cristiana Meloni

Fotografie di Daniele Madau, Marco Marini, Cristiana Meloni

Un po’ di pioggia ha bagnato l’inizio di questa giornata che, da 368 anni, riunisce i sardi, tutti i devoti e chiunque giunga a Cagliari, in una processione che diventa un abbraccio di bellezza. La pioggia ha ristorato gli invasi in secca: è stato un regalo di Efisio. Poi, è tornato il sole, a far brillare ancora di più i colori di questa storia secolare. Storia che Cristiana Meloni racconta con accuratezza e passione, portadonci dal passato al presente. E che le fotografie vogliono rendere più nitida.

Da 368 anni il popolo sardo rinsalda la secolare devozione nei confronti del celebre martire Sant’Efisio: il guerriero che, secondo le fonti e i vari racconti tramandataci, liberò l’Isola dalla peste diffusasi durante il quinquennio 1652-1657. In particolar modo, il 1° Maggio del 1657 viene considerata la data nella quale ebbe luogo la prima processione trionfale e religiosa del Santo da Cagliari a Nora. Evento sostanzioso che
non solo segnò l’inizio delle celebrazioni solenni in suo onore – aventi luogo da allora, come noto, ogni 1° Maggio – ma rappresentò soprattutto un importantissimo momento di incontro e unione per tutti i sardi, i quali non tardarono, con commozione e profonda gratitudine, a sciogliere il voto firmato dai consiglieri della Municipalità di Cagliari il precedente 11 luglio 1652. La Peste si era, infatti, arrestata.
Dalla breve premessa si può, pertanto, dedurre che la famosa festa, che vede ogni anno la Sardegna vestirsi e colorarsi con i bellissimi abiti tradizionali, abbia una lunga e antica storia intessuta certamente di fede e devozione ma anche di tradizione e cultura popolare. Una storia che non smette, ogni anno, di attirare e stupire numerosissime persone e che vale, dunque, la pena ricordare.
Le fonti collocano la nascita di Sant’Efisio verso la fine del 200 d.C. ad Aelia Capitolina, una colonia romana dell’odierna Gerusalemme. Figlio di Alexandria, nobile pagana, e di Christophorus, uomo di fede cristiana, il futuro santo rimase orfano di padre. Il giovane Efisio educato, pertanto, al paganesimo dalla madre venne introdotto alla corte di Antiochia, presso il famigerato imperatore Diocleziano, il quale gli
garantì fin da subito la sua protezione. Prova di tale di stima fu l’assegnazione del comando di una gran parte dell’esercito imperiale che Efisio avrebbe dovuto condurre in Italia con l’obiettivo di perseguitare i Cristiani, considerati nemici dello Stato e della legge romana. Giunto fino all’Italia meridionale, il comandante Efisio, venne disarcionato da un bagliore improvviso e ricevette la prima apparizione divina
sottoforma di una croce di cristallo splendente nel cielo che gli venne impressa nel palmo della mano, affinché: ‘in virtute crucis quam tibi ostendi vinces omnes inimicos tuos’. Efisio avrebbe potuto sconfiggere i suoi nemici non con la spada ma con la Croce. A seguito di tale evento miracoloso, il giovane comandante si convertì al cristianesimo e si fece battezzare a Gaeta. Giunse successivamente in Sardegna
con il compito di contrastare le popolazioni ribelli degli Iliesi. Prese, pertanto, il comando militare di Nora dove, nonostante i vari editti anticristiani emanati da Diocleziano, predicò il Vangelo alla gente del luogo e perfino allo stesso Imperatore. Come conseguenza di ciò, Efisio venne repentinamente convocato a
Cagliari dal governatore Iulio il quale, ottenendo il rifiuto da parte del giovane di abiurare la fede cristiana, decise di metterlo a morte. Dopo atroci torture il martire venne decapitato per spada a Nora, lontano dalla città per timore di insurrezioni a sua difesa, il 15 gennaio del 286 o secondo alcune fonti nel 303.
L’arrivo della peste ad Alghero, tramite una nave proveniente da Tarragona, segnò l’inizio di un periodo oscuro e doloroso per la Sardegna e per il resto d’Italia. La diffusione a macchia d’olio del famigerato morbo impressionò profondamente i cittadini del tempo come si può leggere anche nella celebre opera ‘I Promessi Sposi’ di Alessandro Manzoni. Le città, divenute luoghi di sepoltura, si trasformarono in scenari
macabri agli occhi della popolazione che, atterrita dall’orrore di quanto accadeva e dalla paura del contagio, sperò con tutta sé stessa in un intervento miracoloso. A tal proposito, si ricorda la decisione di Papa Innocenzo X di emanare il 27 aprile 1654, un’indulgenza plenaria con la remissione dei peccati rivolta a tutti i fedeli che fossero stati presenti o che fossero accorsi nella Chiesa rurale, intitola al glorioso
martire Sant’Efisio, il giorno in cui si festeggiava la sua festa. La situazione perdurò fino al 1652, anno del celebre voto da parte della Municipalità di Cagliari che implorava l’intercessione del Santo per far terminare la peste. Il voto consisteva nel celebrare ogni anno una festa un suo onore che avrebbe visto i fedeli accompagnare il Santo in una maestosa processione, ripercorrendo il tragitto che giunge dal carcere
in cui venne imprigionato al luogo del martirio a Nora, per poi tornare alla sua Chiesa di Stampace il 4 maggio entro la mezzanotte. La preghiera venne esaudita.
Il 1° Maggio rappresenta, pertanto, una ricorrenza carica di significati per la storia dell’Isola. Se da una parte, la solenne processione simboleggia il rinnovarsi, anno dopo anno, della promessa fatta al Santo; dall’altra i sentimenti che animano i cittadini sardi non si possono esaurire esclusivamente nel tener fede a una memoria collettiva, la quale possiede, certamente, la sua innegabile importanza. Il lodevole impegno e la collaborazione di tutti coloro che organizzano la festa in ogni suo aspetto con cura e attenzione, gli incantevoli volti di chi sfila in costume sardo, i chilometri di chi compie un lungo viaggio per prenderne parte; parlano tutt’oggi di: fedeltà, devozione, gratitudine ma anche di fierezza, amore per la propria terra e di quel forte senso di appartenenza iscritto nel DNA di ogni sardo.
Le ricadute in ambito religioso e sociale sono, pertanto, innegabili. Sant’Efisio rappresenta un dono di estimabile valore per la Chiesa sarda, quale esempio luminoso e coraggioso di vita donata interamente a Cristo. Il giovane Efisio, nell’incontro con Cristo, ha trovato l’energia per un cambiamento decisivo – ha ricordato Mons. Giuseppe Baturi, Vescovo di Cagliari, nell’omelia dello scorso anno – Da soldato persecutore a missionario fervente fino al martirio. Egli ci scuote dalla tiepidezza nella quale talvolta ci
adagiamo e ci conferma che quando incontra (e rincontra) Cristo, la vita si riempie di forza e di scopo, oltre che di radicale esigenza di cambiamento. Il suo esempio, inoltre, investe i giovani schiavi della paura davanti a un futuro incerto e ricorda loro che la giovinezza si mobilita nella sua energia di affetto e ragione, di costruttività e creatività, di volontà di bene e di bellezza quando incrocia l’annuncio credibile e sperimentabile di “ciò che è più bello, più grande, più attraente e allo stesso tempo più necessario.
La celebrazione di Sant’Efisio è, inoltre, un evento che “include tutti”. La sofferenza causata dalla peste (a riguardo si ricordi anche la recente pandemia) ha unito gli uomini e le donne attraverso sentimenti di solidarietà nei confronti di un destino comune. La supplica innalzata al Santo è stato il grido di un intero popolo che, insieme, ha sperato, ha lottato ed è sopravvissuto. Tale unità continua a rinnovarsi e a
consolidarsi tra i numerosissimi sardi i quali, forti e consapevoli della propria identità e cultura, condividono una storia costruita insieme, intessuta di dolore e di felicità. Una storia autentica, sentita, celebrata e onorata di cui essere fieri. Una storia capace di creare legami che sopravvivono al tempo.
Un’eredità preziosa da custodire e tramandare che parla dei suoi protagonisti “umani e divini” e ad essi affida le sorti future.

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