Satnam Singh, ‘Ogni morte d’uomo mi diminuisce’

di Cristiana Meloni

Disegno di Satnam Singh tratto dal sito ‘mowmag.com’

Forse solo la poesia, come ha sempre cercato di fare, può trasfigurare la tragedia di Satnam Singh. Renderlo vittima eterna del sopruso sugli ultimi ma anche eternarlo, affinché – pensando a lui – non capitino più queste barbarie e sia, finalmente, scolpito nei nostri cuori come ‘Ogni morte d’uomo mi diminuisce, perché io partecipo all’Umanità

Satnam Singh era un giovane uomo indiano di 31 anni, sopranominato Navi. Satnam Singh era arrivato tre anni fa in Italia con la moglie Alisha, detta Sony, dall’India. Satnam Singh era un contadino che riceveva una paga di 4-5 euro l’ora. Satnam Singh è stato abbandonato in strada, agonizzante, dopo che un macchinario avvolgiplastica – dell’azienda agricola dove lavorava senza un regolare contratto a Borgo Santa Maria (nelle campagne della Provincia di Latina) – gli aveva tranciato nettamente il braccio destro. L’arto violentemente amputato è stato, successivamente, deposto in una cassetta di frutta accanto a Satnam Singh. Satnam Singh è deceduto il 19 luglio all’ospedale San Camillo di Roma dopo un ricovero in prognosi riservata, necessario a cause delle condizioni gravissime in cui versava. Il suo datore di lavoro Antonello Lovato, 38 anni, è attualmente indagato per violazione delle norme sulla sicurezza sul lavoro, omissione di soccorso e omicidio colposo.

Satnam Singh. Nome volutamente ripetuto non per ridondanza sintattica ma per “ridondanza mnemonica”. Satnam Singh, infatti, non deve essere l’ennesimo di una lunga lista di vittime decedute sul posto di lavoro. Satnam Singh era un uomo la cui dignità come essere umano – ancora prima di lavoratore – è stata lesa, tranciata come quel braccio e buttata via in una banale cesta di frutta. In una società moderna e aperta a qualsiasi voglia innovazione come la nostra viene naturale chiedersi come sia possibile che si retroceda nel rispetto e nella tutela dei diritti fondamentali dell’essere umano, quali basi fondanti del vivere insieme civilmente. Qui non siamo solo di fronte a un grave incidente sul lavoro, cosa già di per sé allarmante ed evitabile – ha affermato Hardeep Kaur, segretaria generale Flai Cgil di Frosinone e Latina – qui siamo davanti alla barbarie dello sfruttamento, che calpesta le vite delle persone, la dignità, la salute e ogni regola di civiltà. Infatti, se da una parte la notizia pubblicata e discussa dalle più famose testate giornalistiche sembrerebbe di primo acchito divulgare un ulteriore decesso sul luogo di lavoro, il resoconto delle condizioni a cui sottostava Satnam Singh (e come lui tanti altri senza nome) denuncia delle vere e proprie barbarie vissute il più delle volte, da parte delle vittime, in una silenziosa rassegnazione. Saremmo, infatti, a conoscenza della storia di Satnam Singh se non avesse perso la vita in condizioni così
tragiche?

L’ingiusta e drammatica fine di Satnam Singh è avvenuta, per una triste casualità, durante la settimana in cui si celebra la giornata mondiale del rifugiato. Tema complesso e ampio quest’ultimo, dove l’oggetto di discussione non sono percentuali e/o statistiche ma vite umane: uomini, donne, bambini, famiglie intere costrette a scappare dalla propria terra alla ricerca di un posto sicuro dove poter vivere dignitosamente e avere delle opportunità. La storia di Satnam Singh, in quest’ottica, non può che farci riflettere di conseguenza su un altro dei temi principali, quello dell’accoglienza, che la nostra società riserva nei confronti delle migliaia di profughi che ogni anno raggiungono le coste della penisola italiana. Un giudizio lapidario arriva, a tale proposito, dalla stessa vedova disperata di Singh, Alisha, la quale ha affermato: L’Italia non è un Paese buono. Poche ma “semplici” parole che esprimono il dolore e la delusione provata da una giovane donna dinanzi alla tragedia che ha sconvolto per sempre la sua vita. Non sono, infatti, i grandi monologhi a fare la differenza o a scuotere le coscienze. Questi, benché certamente necessari, richiedono di essere accompagnati da atti concreti, visibili e trasparenti capaci di chiamare in causa tutti. Il bene di un paese si costruisce, infatti, lottando per il bene dei singoli attraverso atti di cura e umanità in cui ciascuno è responsabile dell’altro.


Nessun uomo è un’isola recitava, a riguardo, la poesia del noto poeta cinquecentesco, John Donne, divenuta celebre nel corso dei secoli grazie ad autori come Ernest Hemingway e Thomas Merton. Si tratta di una metafora dall’efficace forza rappresentativa che si presenta come una verità sociologica e antropologica ritenuta, ormai, al pari di un assioma scientifico. Come non poter cogliere nelle parole di Donne una perfetta descrizione dell’oggi frammentario e individualistico? Siamo un mondo globalizzato che vive in solitudine.

Ogni morte d’uomo mi diminuisce, prosegue ancora la poesia. La morte di un essere umano – la morte di Satnam Singh – è un evento che investe una dimensione maggiore che non si può comprendere (e neanche accettare) solo come individui ma interpella l’intera “specie umana”, intessuta da legami indissolubili che parlano di relazioni concrete. Assumere lo sguardo dell’altro amplia i nostri orizzonti, ci libera dalle prigioni del nostro egoismo, permettendoci di superare l’indifferenza e la sordità del nostro tempo, poiché: ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto […] e io partecipo all’Umanità.

Si riporta il testo integrale, come semplice tributo a Satnam Singh:
Nessun uomo è un’isola,
completo in sé stesso;
Ogni uomo è un pezzo del continente,
una parte del tutto.

Se anche solo una zolla venisse lavata via dal mare,
la Terra ne sarebbe diminuita,
come se un Promontorio fosse stato al suo posto,
o una magione amica o la tua stessa casa.

Ogni morte d’uomo mi diminuisce,
perché io partecipo all’Umanità.
E così non mandare mai a chiedere per chi suona la campana:
Essa suona per te.

(Nessun uomo è un’isola, di John Donne)

Una opinione su "Satnam Singh, ‘Ogni morte d’uomo mi diminuisce’"

  1. Davvero un ottimo pezzo, profondo e stimolante!

    La poesia di John Donne è meravigliosa, ed è stata perfettamente usata dall’autrice all’interno del suo messaggio!

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