di Daniele Madau

‘La Riflessione’ era presente al ritorno in Sardegna di Renato Zero dopo 26 anni. Un grande evento che non ha deluso le attese
Il conto alla rovescia – che precede ogni esibizione di Renato Zero – accompagna sempre verso qualcosa di grande: tre, due, uno…Zero e Renato esce puntuale, dopo 26 anni dall’ultima volta a Cagliari, con uno degli incipit più belli della storia della canzone italiana, quello di ‘La favola mia’: Ogni giorno racconto la favola mia, la racconto ogni giorno chiunque tu sia, e mi vesto di sogno per darti se vuoi, l’illusione di un bimbo che gioca agli eroi. Queste luci impazzite si accendono e tu, cambi faccia ogni sera ma sei sempre tu, sei quell’uomo che viene a cercare l’oblio, la poesia che ti vendo, di cui sono il Dio.
La magia del palco, dell’orchestra, del circo musicale è una grande allegoria, che Fellini, a esempio, amava tantissimo e riproponeva nelle sue pellicole. Per Renato Zero è un carrozzone. L’artista finge di essere quello cantato dalle sue canzoni, e il pubblico finge di credere che ogni parola sia rivolta a lui. E nella finzione la realtà svanisce e si fonde nella rappresentazione sulla scena, ogni barriera crolla e ognuno vive la sua vita più vera proprio perchè quel momento è falso, è solo una rappresentazione. Il poeta è un fingitore. Finge così completamente che arriva a fingere che è dolore il dolore che davvero sente. Così Pessoa. Così tutti noi al concerto di Renato Zero, che intitola una sua canzone ‘Svegliatevi poeti’ – proposta all’inizio della seconda parte – e, lui, che sembra prediligere l’essere un Pierrot, innamorato della luna (che campeggia sugli schermi giganti) o Charlie Chaplin.
E’ vero, ha sempre avuto qualcosa dell’uno e dell’altro, degli innamorati di amore puro, senza chiedere niente in cambio. Ma, Renato, è stato anche un ribelle, e perciò un artista nel senso pieno della parola, a cui possono guardare Achille Lauro o Big Mama, riscoprendone le stesse rivendicazioni. Come Vasco Rossi ha rischiato l’isolamento e ora è osannato ma, più di Vasco, può essere ancora in sintonia con le nuove generazioni, perché -prima di loro – ha rivendicato l’essere accettati per quello che si è, per come ci si sente, per i sentimenti che ognuno prova verso le persone che lui sceglie. Senza dover temere il giudizio, per come ci si veste, per quello che si prova, per quello che si è.
Pochi artisti possono permettersi di proporre una scaletta di altissimo livello, senza cedimenti di testo o musica, e anche, a 73 anni, di esibizione scenica (a parte un leggero calo di voce: ma questa è la garanzia che fosse tutto dal vivo): La favola mia, Niente trucco stasera, Cercami, Amico, Inventi, La pace sia con te, Magari, A braccia aperte, Spiagge, Figaro, Svegliatevi poeti, Nei giardini che nessuna sa, Più su, Il cielo, I migliori anni della nostra vita. Oltre al medley, con altri successi. Da lasciare a bocca aperta, vero riassunto di più di cinquant’anni di carriera, sempre un po’ ai margini, mai veramente accettato dalla critica d’élite, forse troppo legata allo schema del cantautorato tradizionale italiano: non credo abbia mai ricevuto un premio Tenco, eppure i suoi testi hanno quella caratteristica rarissima, propria dell’arte vera: la combinazione tra profondità, bellezza e semplicità. L’importante, però, è che abbia toccato tante vite, come testimonia la serata di Pula.
Dalle canzoni in scaletta emerge un messaggio chiaro, che ha attraversato tutta la sua produzione: l’amicizia come forza salvifica e vitale (forse ‘Amico’ è stato il momento più intenso), l’importanza di amare anche senza essere ricambiati, la fede – nonostante tutto – in Dio, non un giudice ma una luce presente negli occhi delle persone che si incontrano ogni giorno, l’antitesi corpo-anima, tutta a favora della seconda, l’importanza della poesia quotidiana come salvezza, il rispetto per ogni vita.
Andare a un concerto Zero è una possibilità che si spera di avere ancora, a dispetto dell’età di Renato, perché offre tutto: spettacolo, bravura e maestria, e un grande messaggio. Proprio per questo ci si augura che la prossima volta ci sia un luogo ancora più grande ad accoglierlo, che tutti – soprattutto quelli più ai margini, cantati nelle sue canzoni – abbiano la possibilità di accedervi e godere dell’arte, come è giusto che sia. L’arte vera, quella che regala poesia e ci fa fingere di essere poeti, mentre lo siamo davvero.
Un’esperienza che immagino meravigliosa! Luogo, contesto, musiche e parole d’eccezione!!! Sempre grandissimo il nostro Renato!
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Grazie, è stato proprio così!
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