di Daniele Madau
Il calendario bizantino, seguendo quello agricolo, iniziava a settembre: tradizione che è continuata in Sardegna, come dimostra il nome in sardo di Cabudanni (caput anni) per il nono mese dell’anno.
Mentre la raccolta del grano si conclude e le giornate si accorciano, anticipando i colori dell’autunno e accompagnate da un vento che porta profumi più freschi, il tempo del lavoro e della fatica- il tempo della nostra quotidianità- bussa inesorabile, a sostituire il tempo del riposo, della festa, della condivisione, della compagnia. Ed è proprio quest’ultimo, ricordiamolo, il tempo sacro mentre quello del lavoro, antropologicamente, è tempo di condanna, di espiazione, di fatica che nobilita ed eleva.
Di nuovo a faticare, quindi, in attesa del nuovo tempo della pace e del riposo. E allora, che sia un anno in cui ognuno di noi possa di nuovo credere in qualcosa che, oggettivamente, ci sarà, arriverà: ma con attese diverse. Il futuro.
Sant’Agostino e Petrarca percepivano il tempo come stato dell’anima, curvandolo su noi stessi, non rendendolo più assoluto: prima di Einstein l’hanno inteso come relativo. Relativo a me, al mio cuore e alla mia anima.
La percezione di futuro di un precario è diversa da quella di un amministratore delegato. Quella di un novantenne da quella di un quindicenne. Quella della Svezia da quella della Palestina.
E l’Italia? L’Italia… dipende da noi e da chi deleghiamo a governarci.
Si apre il nuovo anno scolastico mentre si chiude quello con meno nascite in assoluto: come riuscire a percepire il futuro?
Il debito pubblico continua ad aumentare, così come i prezzi e i costi della nostra quotidianità e ferialita’, del tempo della fatica.
Eppure, noi dobbiamo credere nel futuro, perché siamo uomini e donne e, senza speranza, la nostra anima si appassisce come le foglie. Anzi, dobbiamo credere nel diritto alla felicità, come da emendamento alla Costituzione americana.
E allora, crediamo anche nella scuola che spalanca le porte e fa squillare le campanelle in questi giorni, crediamo nella cultura e nel merito. Di più, pretendiamo il merito, il rispetto delle leggi, la gentilezza, la disponibilità. Pretendiamo che si paghino le tasse, con la gradualità e proporzionalità che la nostra Costituzione prevede. Perché è da qui che poi, come il grano prima del nuovo anno agricolo, cresceranno ospedali, infrastrutture, scuole, sicurezza, lavoro e, quindi, figli e futuro. Tutto tornerebbe, come nella ciclicità sacra del tempo. ‘Siamo noi questo piatto di grano’ canta De Gregori in ‘La storia’.
Ma possiamo andare oltre, possiamo toccare territori inesplorati, ucronie. In questi giorni esce il libro di Carrère ‘Ucronia’, appunto. Letteralmente significa ‘tempo che non esiste’ : nel testo l’autore si chiede cosa sarebbe successo se Napoleone non fosse stato sconfitto o Pilato non avesse condannato Gesù.
Cosa succederebbe se tutti pagassero le tasse, se scegliessimo- andando tutti a votare- con accuratezza i nostri governatori, se tutti usassero una coscienza civica, se tutti rispettassero l’ambiente? La risposta la sappiamo: più servizi, più opportunità, più futuro. Una ucronia che dipende solo da noi
Bello!
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