‘Europe matters’. Il ministero della Guerra americano e il Nobel per la Pace che l’Unione europea ha già ottenuto

di Francesca Basso e Viviana Mazza

Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.

Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington.

Una vista aerea del Pentagono. Trump ha firmato un ordine esecutivo per cambiare il nome del dipartimento della Difesa in «dipartimento della Guerra»

Le parole contano in politica. La scelta delle parole ancora di più. La distanza tra Unione europea e Stati Uniti sulla sicurezza passa anche dal linguaggio. Venerdì scorso Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo per trasformare il nome del dipartimento della Difesa in dipartimento della Guerra. In primavera Ursula von der Leyen ha cambiato nome al piano per la difesa europea da ReArm Europe in Readiness 2030 (Prontezza 2030) su richiesta di Italia e Spagna, le cui opinioni pubbliche faticano ad accettare l’idea che i Paesi si debbano riarmare.

In realtà dipartimento della Guerra è il vecchio nome, che ha avuto dall’indipendenza degli Stati Uniti fino al 1947, ed è parte di un tentativo (che probabilmente richiederà l’approvazione del Congresso, anche se la Casa Bianca sta valutando anche strade alternative) di sottolineare che le forze armate americane sono le più forti e vittoriose del mondo. Ai giornalisti che fanno notare che potrebbe costare miliardi cambiare i nomi delle agenzie legate al Pentagono mentre l’amministrazione Trump ha promesso di ridurre i costi, il presidente replica di sapere — da immobiliarista — come fare un rebranding senza grandi spese. «Come dipartimento della Guerra, vincevamo tutto», ha detto Trump, affiancato dal capo del Pentagono Pete Hegseth, entusiasta di chiamarsi segretario della Guerra (il nuovo titolo è già stato affisso sulla sua porta), e dal Capo di stato maggiore delle forze armate Dan Caine.

«Abbiamo vinto la Prima e la Seconda guerra mondiale e tutte le guerre prima e tutte le guerre nel mezzo. Poi abbiamo deciso di diventare woke e trasformarlo nel dipartimento della Difesa… Non abbiamo perso, ma non abbiamo più vinto davvero», ha detto Trump. «Non vogliamo agire solo in Difesa ma anche in attacco», gli ha fatto eco Hegseth, «Siamo guerrieri». A chi gli chiede se una mossa così aggressiva si addica a un presidente che vuole il Nobel per la Pace, Trump replica: «Ho trovato la soluzione a sette guerre grazie alla forza». E aggiunge che il nome del dipartimento è «adatto alla direzione in cui sta andando il mondo». 

Invece l’Unione europea il Nobel per la Pace lo ha già preso nel 2012 «per il suo contributo al progresso della pace e della riconciliazione, della democrazia e dei diritti umani in Europa», come si legge nella motivazione del comitato norvegese per il premio, che ha sottolineato la funzione di stabilizzazione svolta dall’Ue nel trasformare la maggior parte dell’Europa da un continente di guerra in un continente di pace. Quanto alla modifica del nome del piano di riarmo, il tono della spiegazione data da von der Leyen è completamente diverso da quello usato dal presidente Usa: «L’Europa è sempre stata un progetto di pace e sarà sempre un progetto di pace — ha spiegato in un’intervista al Corriere il 29 marzo scorso —.  Ma bisogna essere forti per mantenere la pace. Il piano Readiness 2030 copre un ambito più ampio, che guarda le diverse dimensioni della sicurezza e gli strumenti per mantenere la pace. Questo è l’approccio principale». Il tema della difesa resta controverso nei Paesi del Sud Europa, che sono lontani dalla frontiera con la Russia, ma anche quelli vicini al confine orientale, che temono per la loro sicurezza, non abbracciano un linguaggio bellicoso. La scelta della Nato di aumentare le spese per la difesa fino al 5% del Pil è stata difficile per molti alleati nonostante la consapevolezza della necessità di sviluppare una maggiore autonomia dagli Stati Uniti.

Il rebranding americano — sottolinea il presidente  Trump — non è legato alle garanzie di sicurezza per l’Ucraina, ma all’«atteggiamento vincente» che vuole vedere nuovamente diffuso in America. Trump propone un ritorno simbolico all’America pre-Truman, ed è interessato a investire in nuove armi come il Golden Dome, percepite dai nemici come non solo difensive ma potenzialmente offensive. Il soft power (l’era di Usaid e di Voice of America) è finito, l’hard power viene celebrato. «Mandiamo un messaggio di forza», ha detto Trump, anche se i suoi critici sostengono che il cambio di nome fa il gioco della narrazione propagata dalla Russia e dalla Cina che affermano che dietro la facciata di un’America che rispetta il diritto internazionale e ama la pace c’è una nazione dal grilletto facile. L’Unione europea, invece, sta imparando a proprie spese che la propria dimensione economica non le garantisce più un potere geopolitico adeguato, la deterrenza passa dagli armamenti come durante la Guerra Fredda e si trova impreparata e frammentata. La forza dell’Ue deriva dall’unità dei suoi ventisette Stati membri, per questo il mercato unico è stato un successo. Ma ora è evidente che non basta più. Quanto l’Unione più riuscirà ad accelerare sulla difesa comune tanto più riacquisterà peso a livello globale, tuttavia è un cambio di mentalità che presuppone che gli Stati cedano sovranità in un ambito di competenza nazionale. Certo ora l’Ue ha un commissario alla Difesa che non ha mai avuto in passato, ma la sua competenza si estende solo all’industria della difesa e ormai non è più abbastanza

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