
di Daniele Madau
Le potenti immagini di migliaia di donne che sfidano il regime, a capo scoperto, come milioni di coetanee nel mondo. Ci sono giunte dall’isola di Kish, nel Golfo Persico: oltre cinquemila persone -il 9 dicembre- hanno preso parte a una maratona (‘Kish Marathon’), divisa in uomini e donne con prove separate (la gara femminile alle cinque del mattino). I capelli sciolti di molte donne che hanno corso senza hijab, in aperta violazione della legge sulla “castità e il velo” irrigidita nel 2024, sono delle immagini potenti e bellissime in periodo di guerra e tensione continua, che ci permettono di pensare nuovamente, e ritrovare il coraggio, ai grandi momenti della storia. I capelli lunghi dei ragazzi che sfilano contro la guerra in Vietnam – raccontati in ‘Hair’-, quelli cortissimi dei ragazzi che camminavano e si abbracciavano sopra ciò che restava del muro di Berlino, quelli a caschetto dei ‘Beatles’, che hanno fatto sapere al mondo che i giovani esistevano. Tutto questa meravigliosa voglia di ribellione giovanile l’abbiamo ritrovata a sfidare il regime degli ayatollah iraniano, dai capelli grigi e dalle barbe lunghe, mettendo a rischio -per questa idea di futuro e libertà- anche la propria vita.
La risposta è stata immediata: la magistratura ha annunciato l’arresto di due organizzatori, un funzionario dell’ente che gestisce la free zone di Kish e un rappresentante della società privata che cura l’evento, accusati di aver permesso una “violazione della pubblica decenza”. I media ultraconservatori hanno parlato di “spettacolo indecente”, mentre è ancora vivo il ricordo della morte di Mahsa Amini.
Ma, è proprio vero, non possono arrestarne 2000. E se anche lo faranno, non potranno arrestarne 20000, e poi sempre di più. “Donna, Vita, Libertà”, ancora, fino a che non si possa gridare, davvero, in libertà, senza rischiare la vita.