di Francesca Basso e Viviana Mazza
Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese. Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington.
In questo edizione, la constatazione di come sembra che Bruxelles stia rinunciando a prendere posizione. È molto significativa la cautela usata ieri dalla Commissione europea per commentare la morte di Alex Pretti, ucciso negli Stati Uniti da agenti dell’Ice

Per quanto ci si sforzi, questa voltail bicchiere è mezzo vuoto. La relazione transatlantica non è in buona salute, pur restando fondamentale per l’Unione europea come continuano a ripetere i vertici Ue. Le vicende della scorsa settimana — le minacce di Donald Trump per prendere il controllo della Groenlandia, attraverso l’uso della forza che avrebbe fatto saltare la Nato, o acquistandola in un modo o nell’altro, e di nuovi dazi contro sei Paesi Ue — ha messo ancora una volta in evidenza tutta la vulnerabilità europea. In termini assoluti e non solo in rapporto agli Stati Uniti.
Al di là delle dichiarazioni, è difficile vedere nel breve termine una via d’uscita nonostante tutti ripetano che solo l’autonomia strategica possa salvare l’Unione, perché non è una condizione che si raggiunge dall’oggi al domani, specie nella difesa, nell’energia o nell’intelligenza artificiale. E la situazione non sembra migliore nel medio e lungo periodo perché mancano investimenti ma soprattutto leader in carica con una forte visione e con un largo seguito non tanto tra le classi dirigenti ma tra i cittadini europei. Francia e Germania faticano a dare la linea, il tradizionale motore europeo è inceppato.
Mario Draghi è la Cassandra d’Europa. Di recente gli è stato assegnato il prestigioso premio Carlo Magno. La cerimonia sarà più avanti ma in un videomessaggio diffuso subito dopo l’annuncio, l’ex premier italiano ha sintetizzato molto chiaramente, come sempre, che «l’Europa ha molti nemici, forse più che mai, sia interni che esterni» e che «dobbiamo superare le nostre debolezze autoinflitte. E dobbiamo diventare più forti: militarmente, economicamente e politicamente». Il suo rapporto sulla Competitività europea con le ricette per rilanciarla attende ancora di essere attuato. Il 12 febbraio l’ex presidente della Bce parteciperà insieme all’ex premier Enrico Letta, autore a sua volta di un rapporto sul Mercato unico, al ritiro organizzato dal presidente del Consiglio europeo António Costa nel castello di Alden Biesen proprio per affrontare il nodo centrale dell’autonomia strategica e della competitività. Il timore è che sia l’ennesimo vertice su questo tema.
Non è però solo una questione di economia. L’Unione europea sta perdendo la sua autonomia di espressione. Nello sforzo di non infastidire il presidente Usa Trump, un alleato ritenuto imprescindibile per molti dossier a cominciare dal processo di pace per l’Ucraina, Bruxelles sta rinunciando a prendere posizione. È molto significativa la cautela usata ieri dalla Commissione europea per commentare la morte di Alex Pretti, ucciso negli Stati Uniti da agenti dell’Ice: «Nessun commento da fare su questa questione interna degli Stati Uniti. Ma naturalmente deploriamo qualsiasi perdita di vite innocenti», ha dichiarato la portavoce per gli Affari esteri, Anitta Hipper, sollecitata dalle domande dei giornalisti nel consueto briefing quotidiano con la stampa.
La portavoce si è poi parzialmente corretta: «Non spetta a noi giudicare se una vita sia innocente o meno. Qualsiasi vita persa è deplorevole. La condanniamo in generale, e spetta naturalmente al sistema giudiziario degli Stati Uniti accertare i fatti». Una giornalista ha ricordato che cinque anni fa la Commissione europea aveva definito «abuso di potere» l’uccisione di George Floyd, afroamericano assassinato a Minneapolis da un agente di polizia bianco, prima che la giustizia avesse fatto il suo corso.
«Le persone hanno paura di parlare apertamente della paura di parlare apertamente», ha detto Bill Gates a Davos, intervenendo al World Economic Forum, come riferisce Gideon Rachman nel suo articolo «Decoupling from Trump’s America» sul Financial Times. Rachman cita anche un passaggio del discorso di Bart De Wever, primo ministro del Belgio: «Sono state oltrepassate così tante linee rosse (da Trump, ndr)… Essere un vassallo felice è una cosa. Essere uno schiavo miserabile è un’altra. Se fate marcia indietro ora, perderete la vostra dignità, e questa è probabilmente la cosa più preziosa che possiate avere in una democrazia». De Wever si riferiva alle ripetute minacce del presidente Usa di annettere la Groenlandia.
A Bruxelles nessuno pensa davvero che a far dissuadere Donald Trump sia stata la compattezza dell’Unione (peraltro l’Ungheria ha continuato a essere una voce fuori dal coro), anche se al termine del summit straordinario di giovedì scorso è stata evidenziata la deterrenza suscitata da un’Unione unita. C’è la consapevolezza che più concause abbiano portato Trump a desistere per ora nell’intento, prima fra tutte un’opinione pubblica americana che non sarebbe stata favorevole a un’azione militare contro la Groenlandia, territorio autonomo che fa parte del Regno di Danimarca, Paese dell’Unione europea. Mentre nuovi dazi sui prodotti Ue sarebbero stati pagati dai cittadini americani, un boomerang con le elezioni di medio termine non lontane. Certamente però è stato importante che gli Stati membri si siano dimostrati uniti nel dimostrare solidarietà a Groenlandia e Danimarca, ribadendo il rispetto della sovranità e integrità territoriale.
Quello che i leader europei hanno capito, stavolta senza dubbi, è che il tempo dell’incertezza non finirà a breve. Per questo la politica commerciale dell’Ue sta assumendo sempre più una dimensione geopolitica, come l’accordo di libero scambio che sarà chiuso questa mattina a New Delhi tra Ue e India, dopo oltre vent’anni di negoziati. O l’accordo con il Mercosur. In attesa dell’autonomia strategica europea, all’Ue non resta che diversificare i mercati, le catene di approvvigionamento, i Paesi da cui dipendere per le terre rare.