di Daniele Madau


In occasione dell’apertura dell’anno deleddiano, nel quale ricorre il centenario dell’assegnazione del premio Nobel alla grande scrittrice nuorese, Sergio Mattarella e’ stato ospite a Nuoro, dove ha tenuto il discorso inaugurale. Cosi’ si e’ espresso il Presidente: ‘Quello che posso esprimere è la riconoscenza che un lettore può sempre coltivare, manifestare nei confronti di Grazia Deledda.
Quest’estate, nelle due settimane di vacanza che mi erano consentite, ho portato con me in montagna alcuni libri da leggere, alcuni recenti, altri da rileggere. Tra questi, due di Grazia Deledda: “Il vecchio della montagna” e “Canne al vento”. Li avevo letti da giovane studente – il che vuol dire molti decenni addietro – e ho ritrovato le medesime emozioni, le stesse impressioni che allora avevo registrato, trovandone conferma della modernità – vorrei aggiungere della perenne modernità dell’opera di Grazia Deledda – e una riconoscenza che, chiunque abbia letto le sue opere, non può che coltivare, avvertire.
Ed è una riconoscenza che questa mattina è stata sottolineata dagli interventi che abbiamo ascoltato, dall’iniziativa del Sindaco, dall’apertura dell’anno deleddiano.
Io vorrei esprimere un apprezzamento per l’iniziativa e anche il ringraziamento al Sindaco per avermi invitato a essere presente quest’oggi, in questa apertura di anno deleddiano, ringraziando molto per quanto viene fatto per sottolineare l’immenso contributo fornito alla cultura italiana da questa Regione e, segnatamente, da Grazia Deledda.
Prima di tornare nel continente, come diciamo noi tutti isolani, non potevo non esprimere con grande calore, con grande convinzione, l’apprezzamento per quanto fornisce questa città, questa Regione al nostro Paese.
È un momento importante nella vita del mondo, non sempre chiaro, non sempre ordinato, ma il contributo che le nostre regioni, segnatamente questa Regione, forniscono alla vita nazionale è un contributo indispensabile per affrontare tutti i problemi e le emergenze che si presentano’. Il Presidente, nelle sue parole, ha sottolineato, cosi’, la modernita’ di Grazia Deledda, un aspetto ancora da esplorare a fondo.
Il 10 dicembre 1927 accadde, nel mondo della cultura, un piccola rivoluzione. Quel giorno venne conferito il premio Nobel per Letteratura del 1926 a un’ autrice sarda, Grazia Deledda, «per la sua potenza di scrittrice, sostenuta da un alto ideale, che ritrae in forme plastiche la vita quale è nella sua appartata isola natale e che con profondità e con calore tratta problemi di generale interesse umano». Deledda è stata la prima, e finora unica, donna italiana a vincere il premio Nobel per la Letteratura e la seconda donna in assoluto, dopo la svedese Selma Lagerlof.
Grazia, però, nata a Nuoro nel 1871, alle rivoluzioni e ai primati era già abituata. Dopo aver frequentato le scuole elementari fino alla classe quarta, continuò gli studi da autodidatta, seguita prima privatamente dal professor Pietro Ganga, docente di lettere italiane, latine e greche, che parlava francese, tedesco, portoghese, spagnolo; poi proseguì la sua formazione esclusivamente da sola, sviluppando un particolare amore per la letteratura greca.
Nel 1887, a soli sedici anni, vide pubblicati i suoi primi racconti, Sangue sardo e Remigia Helder; nel 1909, invece, dopo i grandi successi dei suoi scritti a cavallo del novecento e dopo essersi trasferita a Roma, Grazia Deledda vide il suo nome comparire come candidata al collegio di Nuoro della Camera dei Deputati per il Partito Radicale Italiano. Non solo si trattava della prima volta che una donna veniva candidata, ma, soprattutto, questo avveniva quando ancora le donne in Italia non potevano votare, malgrado la questione fosse oggetto di sempre più vivo dibattito pubblico. La portata di questa rivoluzione si può cogliere, ad esempio, da un articolo apparso su ‘La Tribuna’ a firma di Giuseppe Piazza, il quale dubitava che la scrittrice potesse avere qualità adatte al ruolo in quanto “anziché un’adeguata preparazione per presieder domani una qualche Commissione di bilancio ha impiegato la sua vita in due cose, a scriver romanzi e a partorire degli ottimi figliuoli… Due cose delle quali l’ultima soprattutto è troppo grande per darle tempo e volontà di essere femminista e «deputata»”.
Ma cosa si raccontava in quegli scritti apparsi tra il 1887 e il 1909, di così grande da far sì che dal rione Santu Pedru di Nuoro si trovasse a Roma, conosciuta a livello internazionale, e candidata al Parlamento italiano?
Si raccontava di ciò che di più grande possa esistere, l’umanità e la sua profondità, il suo abisso di libertà e colpa, la sua inesauribile speranza di bene, vita, amore, giustizia e l’eterna lotta con la realtà per conquistarli. Per indagare queste tematiche cosi’ alte, fece spesso riferimento al mondo biblico.
Quante volte Grazia si sara’ soffermata, a esempio, sul salmo 63? Un baratro è l’uomo e il suo cuore un abisso. Ma Dio li colpisce con le sue frecce: all’improvviso essi sono feriti, la loro stessa lingua li farà cadere; chiunque, al vederli, scuoterà il capo. Allora tutti saranno presi da timore, annunzieranno le opere di Dio e capiranno ciò che egli ha fatto. Il giusto gioirà nel Signore e riporrà in lui la sua speranza, i retti di cuore ne trarranno gloria.
Ne siamo certi, tante. Conosceva a fondo, infatti, la Bibbia. Il mondo arcano, pastorale e misterioso che racconta, infatti, aveva una profonda cultura biblica, trasmessa oralmente e incarnata quotidianamente tra le fatiche delle vita. Grazia, in virtù dei suoi studi, leggeva i testi sacri, e riconosceva nelle fiere e nobili figure della società sarda, dall’anziano carico di anni e saggezza ai giovani brucianti di desiderio, quelle dei testi biblici, che sono, per ogni tempo, modelli e simboli esemplari. La profondità del suo animo, quindi, diventava più profonda nella lettura sacra, e cresceva in poesia alla visione, e poi al ricordo, dei paesaggi sardi, silenziosi e immensi. Le protagoniste di ‘Canne al vento’, il capolavoro riconosciuto di Grazia, scritto più avanti- nel 1913 – e che, col suo successo, ha aperto la strada al Nobel, hanno nomi biblici: Ruth, Noemi ed Ester; molti titoli di novelle e romanzi rimandano a Dio, ai Vangeli o ai luoghi di culto, come ‘Il Dio dei viventi’ , ‘Il cieco di Gerico’, ‘La Chiesa della Solitudine’ .
Anche, però, testi che apparentemente non sembrano essere direttamente riferibili alla fede, risultano, poi, esserne impregnati a fondo. A esempio valga, tra i tanti, la conclusione di ‘La bambina rubata’, una struggente novella su una bambina figlia di una violenza: ‘ La morte stessa della bambina mi aiutava nella speranza di vivere. Dio me l’aveva tolta per misericordia, non per vendetta, e mi aveva ridonato la voce per difendermi davanti agli uomini: da lui ero già assolto e ribenedetto’.
Queste parole, di un testo tutto sommato considerato secondario, illuminano tutto il rapporto tra la fede e la poetica di Grazia, tra la sua scrittura e il mistero della vita. Non può esistere, infatti, l’una senza l’altro. Per alcuni critici, questo è stato un limite, soprattutto in anni di ateismo militante anche in ambito letterario. Potremmo parlare di questione di punti di vista. Sicuramente, per Grazia Deledda, il vero foglio su cui scrivere è stato l’animo umano, sede di una lotta perenne tra il male e il bene, che ha come conquista la libertà umana e come giudice un Dio grande come i paesaggi sardi, bello e terribile come la natura del nuorese ma, soprattutto, misericordioso. Se la società giudica e impone certi comportamenti, Dio perdona sempre. Certo, il perdono arriva al termine di un lento e faticoso cammino, ma questo è il senso della vita di ogni uomo. E’ profondamente sbagliato, quindi, il pregiudizio letterario che vuole le pagine di Grazia Deledda intrise di un fatalismo derivante dall’ arretrata situazione della società sarda. Tutt’altro. L’immutabile panorama sardo, il quale, mentre scriveva da Roma, faceva da sfondo alle sue storia, è la scenografia delle immutabili domande sull’uomo, fatto che rende le suo opere, precisamente, dei classici . Se ora, quindi, la riteniamo distante dalla nostra sensibilità, è perché la contemporaneità ha smesso di farsi le domande più grandi, come quelle che interrogano l’origine del male e del bene, da dove venga la forza misteriosa dell’amore, e quale sia la sorgente dell’uguaglianza di fronte al dolore tra tutti, poveri e ricchi, uomini e donne, banditi e aristocratici. Grazie, scandagliando questi grandi abissi, si ritrovava appieno nella grande letteratura decadente europea, soprattutto russa, da Dostoevskij a Tolstoj, da lei amati profondamente. Il ‘900 stava perdendo i punti di riferimento, tra guerre e relativismi: nessuno ha saputo indagare l’angoscia della domanda di senso più di lei.
Grazia, però, è andata ben oltre, in terreni non ancora studiati al meglio dalla critica. I suoi tratti di verismo scandalizzavano e interrogavano il futuro, anche della Chiesa. In romanzi indimenticabili come ‘Elias Portolu’ o ‘La madre’, ci racconta di amori proibiti dalla società, anche di sacerdoti o futuri tali, che non hanno nulla di peccato, se non quello di voler obbedire a sé stessi. Leggendo le pagine, sentiamo lo stesso smarrimento di Dante davanti a Paolo e Francesca; mentre la Chiesa, ancora oggi, si trova a riflettere sul celibato sacerdotale. In ‘Dopo il divorzio’, del 1902, Grazia anticipa di più di settant’anni la legge sul divorzio, immaginandola già operativa. Lo fa da profonda credente. Le sue eroine sono madri, donne col cancro al seno (‘La Chiesa della solitudine’, 1930, quando il cancro era un argomento sconosciuto e quasi impronunciabile), innamorate di banditi o sacerdoti; oppure, per tornare a ‘La bambina rubata’, uomini autori di violenze sulle donne, che riconoscono il male compiuto, e son pronti a pagarlo per un alto ideale di giustizia. Ma, soprattutto, sono figli di Dio, a cui anelano speranzosi perché ne intravedono la bellezza nel creato e nel fremito misterioso di ogni suo respiro. A noi, dopo tutti questi anni, resta la Grazia di una scrittura forte, passionale, profonda e con una scintilla divina, come la vera vita.