Gli europei sono «dannatamente felici»? Ecco perché le critiche degli Usa non convincono tutti

di Francesca Basso e Viviana Mazza

Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.
Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington.

Il premier spagnolo Pedro Sánchez, il presidente finlandese Alexander Stubb e la premier danese Mette Frederiksen durante un panel alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco il 14 febbraio 2026 (Epa)

«Non condivido l’argomentazione secondo cui stiamo andando male. In realtà sono dannatamente felice». Lo dice con convinzione e argomentazioni il presidente della Finlandia Alexander Stubb, un passato da ironman e un presente da triatleta da podio (terzo posto assoluto la scorsa estate in una gara di triathlon), compagno di golf del presidente degli Stati Uniti Donald Trump (Stubb è anche ex membro della nazionale finlandese di golf). Non proprio un «nemico» degli americani. Il presidente finlandese ha partecipato a un panel alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco intitolato «Alla pari? Rafforzare le fondamenta della sicurezza transatlantica». Accanto a lui la premier danese Mette Frederiksen, il premier spagnolo Pedro Sánchez e il senatore Usa Christopher A. Coons, membro della Commissione per le relazioni estere del Senato degli Stati Uniti.

Alla Conferenza di Monaco il segretario di Stato Usa Marco Rubio ha apparentemente teso un ramoscello d’ulivo agli «amici europei» dopo il duro attacco sferrato un anno fa (e ripetuto in più occasioni) dal vicepresidente JD Vance. Ma nella sostanza Rubio ha confermato le politiche trumpiane e le critiche all’Europa seppure con toni diversi. Non ha definito gli europei «scrocconi» e ha riconfermato l’alleanza transatlantica: «Per noi Usa ed Europa sono fatti per stare insieme». Ma quello che allontana le due sponde dell’Atlantico è la risposta alla domanda che Rubio ha posto agli alleati: «Che cosa stiamo esattamente difendendo?». Qui le cose si complicano. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha pubblicato su Foreign Affairs un intervento il giorno stesso del suo discorso alla Conferenza di Monaco, che ha segnato un punto di svolta nel modo di concepire le relazioni transatlantiche con la certificazione di una «frattura» che impone la costruzione di un’Europa forte e sovrana, in linea con quanto espresso lo stesso giorno dal presidente francese Emmanuel Macron.

Il cancelliere tedesco non liquida però gli Stati Uniti.  «La Germania vuole stabilire un nuovo partenariato transatlantico — ha scritto Merz —. La scomoda verità è che si è aperta una frattura tra Europa e Stati Uniti. La guerra culturale condotta dal movimento Maga non è nostra. Non crediamo nei dazi e nel protezionismo, ma nel libero scambio. Sosteniamo gli accordi globali sul clima e l’Organizzazione mondiale della Sanità perché siamo convinti che possiamo risolvere le sfide globali solo insieme. Il partenariato transatlantico ha perso la sua evidenza, quindi se vogliamo che abbia un futuro, dobbiamo ristabilirlo. Le sue nuove fondamenta non devono essere esoteriche, ma basate sul reciproco riconoscimento che Europa e Stati Uniti sono più forti insieme».

Stubb è il presidente del «Paese più felice al mondo». La Finlandia è in cima alla classifica dal 2018. E il secondo Paese più felice al mondo è la Danimarca di Mette Frederiksen. Una bel tandem nel panel. «Sono molto felice», ha detto Stubb spiegando che quando ascolta «il discorso, specialmente degli economisti che considerano il Pil puro come l’unico parametro di riferimento, penso che noi che proveniamo dai Paesi nordici apprezziamo le società del welfare, che sono una combinazione di economie di mercato aperte e chiare reti di sicurezza. E se guardo il nostro coefficiente di Gini (misura la disuguaglianza nella distribuzione del reddito o della ricchezza, ndr), se guardo tutte le misure dei dati internazionali, quali sono i cinque Paesi nella top 10, che si tratti di giustizia, di corruzione, di apertura, di welfare, di ambiente, di media aperti, di uguaglianza di genere, sono i Paesi nordici. Quindi non condivido l’argomentazione secondo cui stiamo andando male (è l’argomentazione di Trump e del mondo Maga, ndr). In realtà sono dannatamente felice».

Una rondine non fa primavera ma complessivamente l’Unione europea rappresenta ancora un’isola felice pur con le sue contraddizioni e differenze tra Stato e Stato. La Spagna è al 38esimo posto nella classifica, l’Italia al 40esimo (gli Usa al 24esimo), anche se scherzando Sánchez ha detto che il suo è il terzo Paese al mondo più felice accanto a Finlandia e Danimarca. In realtà il terzo è l’Islanda, il quarto la Svezia e il quinto l’Olanda. I tre leader non sono stati d’accordo su tutto. Ovviamente a dividerli sono state le spese per la difesa.  Frederiksen e Stubb hanno contestato la contrarietà di Sánchez a portare al 5% del Pil la spesa per la difesa. Un tetto che per la premier danese non solo non è eccessivo ma non è abbastanza ambizioso. Per ora i Nordici riescono a tenere assieme difesa e welfare. Per i Paesi del Sud Europa con un alto debito pubblico è più complicato.
 
Per capire perché Stubb è «dannatamente felice», può essere utile citare le parole pronunciate dal premier belga Bart De Wever, un nazionalista fiammingo, al World Economic Forum di Davos qualche settimana fa: «Le persone vogliono entrare nell’Unione europea. Nessuno vuole entrare in Cina. Nessuno, tra i vicini degli Stati Uniti, dice: vogliamo entrare negli Stati Uniti. Nessuno lo vuole. Vogliono entrare nell’Unione europea perché abbiamo rispetto. Abbiamo lo Stato di diritto. E parliamo a bassa voce». Le statistiche sono dalla parte dell’Unione europea. In estrema sintesi: aspettativa di vita, accesso alla sanità e all’educazione, libertà civili come quella di manifestare (i fatti di Minneapolis non possono essere derubricati a un episodio ma sono ormai lo stile della casa). Eppure nell’Unione europea soffia il vento populista dell’insoddisfazione, alimentato talvolta più dalla percezione che dai fatti. Gonfiato anche dalla narrativa americana di un’Europa incapace di proteggere gli interessi dei propri cittadini: «Abbiamo aperto i nostri confini a un’ondata incontrollata di migrazione di massa — ha detto Rubio riferendosi all’Occidente —, che ha minacciato la nostra società e la nostra cultura». Il Segretario di Stato Usa, lasciata Monaco, è poi volato dai suoi alleati Maga nell’Est Europa, prima in Slovacchia da Robert Fico e poi in Ungheria da Viktor Orbán, che sta cercando di risalire nei sondaggi in vista delle elezioni di aprile. 

La contro-narrativa che difende lo stile di vita europeo, come lo chiama la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, non è abbastanza convincente.  Eppure quando si tratta di scegliere con chi stare, c’è chi non ha dubbi. «Il popolo groenlandese è stato molto chiaro: non vuole diventare americano», ha spiegato la premier danese Mette Frederiksen durante il panel, ricordando che le mire del presidente Trump su Nuuk «purtroppo non sono cambiate».  

  


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