di Francesca Basso e Viviana Mazza
Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.
Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington

«Per essere liberi, bisogna essere temuti, e per essere temuti, bisogna essere potenti», ha detto ieri il presidente francese Emmanuel Macron, annunciando il rafforzamento dell’arsenale nucleare e offrendo agli alleati europei la possibilità «di partecipare alle esercitazioni di deterrenza nucleare francesi», oltre che di ospitare gli aerei militari francesi in grado di portare testate atomiche. Macron era nella base navale dell’Île Longue a Brest e ha tenuto il suo discorso davanti al sottomarino dotato di missili nucleari Le Téméraire. Se bisogna essere temuti per essere liberi vuol dire che il mondo basato sul diritto internazionale non esiste più. Il mondo di Donald Trump, ma anche della Russia e della Cina, basato sull’uso della forza, si sta imponendo? Come ha messo in guardia l’ex premier Mario Monti una settimana fa durante un evento organizzato dal circolo Nuova Palombella a Bruxelles, «se diamo tutti per scontato che ormai il mondo è cambiato, il mondo è cambiato davvero».
Forse non siamo ancora a quel punto ma ci stiamo avvicinando velocemente. Per Macron «i nostri concorrenti si sono evoluti, così come i nostri partner. Il mondo si sta irrigidendo e le ultime ore lo hanno dimostrato ancora una volta». Il riferimento è all’attacco all’Iran di Usa e Israele e alla risposta di Teheran. Macron ha anche aggiunto che «il campo delle regole è un campo di rovine».
La frase del presidente, secondo una fonte Ue, va però contestualizzata nel discorso sulla deterrenza nucleare francese allargata all’Europa e va letta come un messaggio al presidente russo Putin — tenuto conto che gli Stati Uniti, il principale alleato Nato, non sono più affidabili come un tempo — e non tanto come l’ammissione della fine di un mondo basato sulle regole. Tuttavia le pretese di Washington sulla Groenlandia sono un memento che ormai l’Unione europea non può più scordare. La deterrenza avanzata proposta dalla Francia ha visto l’adesione di otto Paesi europei: Germania, Polonia, Olanda, Belgio, Grecia, Svezia e Danimarca. L’Italia, benché invitata, ha preferito non partecipare.
L’Unione europea sulla difesa e in politica estera continua ad andare in ordine sparso proprio là dove è necessaria l’unanimità per prendere decisioni. Con il risultato di essere lenta quando invece serve velocità. Ultimo episodio: la guerra in Iran. Le divisioni tra gli Stati membri hanno fatto sì che la prima dichiarazione comune dei Ventisette sia arrivata solo domenica sera, dopo la riunione d’emergenza in videoconferenza dei ministri degli Esteri dell’Ue convocata dall’Alto rappresentante Kaja Kallas. È stato necessario mediare tra le posizioni da un lato di Spagna e Slovenia che ponevano l’accento sull’intervento militare statunitense e israeliano non autorizzato dalle Nazioni Unite e quella della Germania che sottolineava l’esigenza di un approccio pragmatico tenuto conto delle minacce dell’Iran all’ordine internazionale attraverso il sostegno alla Russia nella guerra contro l’Ucraina, a Hezbollah, agli Houthi e a Hamas, della repressione interna che ha portato a migliaia di vittime, del programma missilistico balistico. Nessuno dei Paesi Ue ha però messo in dubbio l’efferatezza del regime degli ayatollah e la solidarietà al popolo iraniano.
Le divisioni hanno pesato anche sulle dichiarazioni rilasciate ieri dalla Commissione. I portavoce si sono attenuti alla linea dei Ventisette non esprimendo giudizi sull’aderenza al diritto internazionale degli attacchi di Usa e Israele: «Ciò che non sosteniamo è il regime oppressivo che ha ucciso persone in Iran e che è contro qualsiasi legge. Abbiamo invitato tutte le parti a esercitare la massima moderazione e a rispettare pienamente il diritto internazionale», ha detto la capo portavoce Paula Pinho.
La Spagna ha preso anche le distanze dalla linea di Francia, Germania e Regno Unito, che hanno aperto ad «azioni difensive proporzionate» in risposta agli attacchi iraniani nel Golfo e contro Cipro. La ministra della Difesa Margarita Robles ha escluso l’uso delle basi in Andalusia a sostegno dei raid di Usa e Israele. Potranno essere usate solo per ragioni umanitarie. La posizione di Madrid ha spinto il Pentagono a ritirare una decina di aerei cisterna KC-135 dispiegati nella base di Morón de la Frontera e in misura minore a Rota, usati per il rifornimento in aria dei caccia. Robles ha sottolineato che gli accordi di cooperazione, che stabiliscono le regole per la permanenza delle truppe americane in Spagna, prescrivono che queste «devono operare nell’ambito della legalità internazionale» mentre ora sono impegnate in azioni unilaterali, senza il sostegno di organizzazioni multinazionali, come Onu, Nato e Ue. La scelta del governo di Sánchez ha spintoil repubblicano Lindsey Graham ad andare all’attacco su X: «Madrid è diventata il simbolo di un’Europa pateticamente debole».
L’Unione europea quando è divisa è debole. Questo è un dato di fatto. Ma i Ventisette non riescono a compattarsi come dimostra lo strappo di Madrid che è avvenuto proprio mentre Cipro, che ha la presidenza di turno dell’Ue, è finita sotto attacco dei droni iraniani lanciati contro la base britannica di Akrotiri, ospitata sulla costa meridionale dell’isola. «Benché la Repubblica di Cipro non fosse l’obiettivo — ha scritto su X la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen — lasciatemi essere chiara: siamo al fianco dei nostri Stati membri, collettivamente, fermamente e inequivocabilmente, di fronte a ogni minaccia». Per ora non è stato invocato l’articolo 42.7 del Trattato sull’Ue che obbliga gli Stati membri a prestare aiuto e assistenza con tutti i mezzi in loro possesso a un Paese dell’Unione vittima di un’aggressione armata sul suo territorio.
La Commissione, dal canto suo, ha un perimetro di azione limitato perché politica estera e difesa sono competenza nazionale. Il Collegio di sicurezza (il Collegio dei commissari con al centro il tema della sicurezza) che si è riunito ieri ha definito le priorità di intervento: evacuazione dei cittadini europei anche attraverso il meccanismo di protezione civile dell’Ue, monitoraggio dei rischi di interruzione dei trasporti, in particolare attorno allo Stretto di Hormuz e al Mar Rosso, emergenza prezzi dell’energia, sicurezza interna e impatto sui flussi migratori. La prima azione concreta sarà la riunione, il 5 marzo, della Energy Task Force con gli Stati membri, in collegamento con l’Agenzia internazionale per l’energia in vista del Collegio del giorno successivo proprio dedicato all’andamento dei prezzi dell’energia e all’offerta di gas e petrolio.
Nel fine settimana sono state sollevate polemiche perl’attivismo di von der Leyen con i leader del Golfo, non apprezzato da alcuni Paesi Ue ma anche da europarlamentari come la deputata francese di Renew Europe Natalie Loiseau, che via social aveva chiesto alla presidente della Commissione «sulla base di quali informazioni, quali servizi diplomatici, quali competenze e quale mandato fa queste telefonate? Per favore, si concentri sul suo lavoro: attuare il prestito di sostegno da 90 miliardi di euro che ha promesso all’Ucraina. Il resto è per Kaja Kallas e António Costa». In base ai Trattati l’organo decisionale dell’Ue in materia di politica estera è il Consiglio europeo mentre all’Alto rappresentante spetta il coordinamento, ricordava ieri una fonte diplomatica europea, mettendo in evidenza come fosse «fuori luogo la proiezione di von der Leyen come presidente dell’Unione quando invece è presidente solo della Commissione».
Ma resta la sensazione dell’ennesima occasione persa dall’Unione europea per agire in modo tempestivo e politicamente rilevante.