La Repubblica come destino

di Daniele Madau

Immagine dal sito di ‘Articolo 3’

E’ difficile non essere retorici quando si parla della Repubblica, la nostra Repubblica, la nostra casa comune. E’ il nostro specchio? Si’. Sia quando appariamo feriti, vilipesi e sfigurati, sia quando appariamo trasfigurati, ammantati di bellezza, in un’immagine ideale. E’ il nostro vicino di casa, e noi per lui. E’ l’articolo 3 della Costituzione, e tutta la Costituzione. E’ un organismo vivo, una vita, secondo anche il discorso di Calamandrei ai giovani sulla nostra carta costituzionale. E’ il libro autobiografico dell’Italia.

L’Italia e’ la sua Repubblica. Nasce a Roma – la Grecia aveva la democrazia radicale- con la cacciata dei re etruschi, e la dona al mondo. Roma avrebbe, da allora, sempre avversato la monarchia, era il suo tabu’. Poteva ammettere dittatori temporanei, e poi l’imperatore, ma il re, mai piu’. Le repubbliche marinare, che dominarono i mari, le repubbliche a Firenze e Venezia, di arte, liberta’, tolleranza e bellezza. La repubblica romana del triumvirato a inizio ottocento, di incredibile modernita’. La Repubblica e’ passato, presente e futuro ( la Costituzione, per il futuro, lo dice chiaramente). E’ un organismo vitale- come detto- ma e’ anche la nostra linfa vitale. I re stranieri, che hanno devastato il nostro suolo, i papi, i Savoia, sono come elementi estranei e secondari, figli dei tempi. L’Italia e’ nata prima nella cultura, come repubblica delle lettere e delle arti, dove ognuno poteva emergere grazie ai suoi talenti. E’ vero che i Savoia hanno fatto l’Italia, ma gli italiani erano gia’ tali, e lo saranno sempre, nell’ideale della cultura, che e’ liberta’ per eccellenza, pubblica e, quindi, repubblica, cosa pubblica.

E’ il nostro destino, perche’ mette al centro la persona. Non una persona, ma la persona. Tutela i piu’ fragili, cerca il giusto processo, promuove la salute e l’istruzione. Cresce con il lavoro,  l’apporto, la fantasia, il coraggio di ognuno di noi. E’ non e’ scontata: lo vediamo proprio in questi tempi, oltre il nostro specchio. Dare un senso ai nostri giorni vuol dire sentirci sua parte, come in un senso di comunita’ dell’anima che non permette di sentirsi soli, percepirla come destino per la realizzazione di ogni vita, cosi’ da sconfiggere il timore di sentirsi inutili, sbagliati, fuori luogo o spaesati.

Lo so, abbiamo sconfinato nella retorica: eppure, chi ha sognato la  Repubblica, tra le macerie della guerra e dei totalitarismi, l’ha sognata cosi’.

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