di Daniele Madau



La scorsa settimana, il cui inizio giungeva proprio dopo il solstizio d’estate-che segna l’avvio della stagione del riposo, della festa, dell’evasione e di ciò che li sublima, il turismo- ha visto la Costa Smeralda, sogno turistico per eccellenza, ritornare prepotentemente nella cronaca socioculturale, per motivi diversi. Innanzitutto è giunta la conferma della vendita di Villa Certosa, sita a Porto Rotondo, il santuario del berlusconismo più estremo, che il 25 giugno è stata venduta allo sceicco del Quatar Hamad bin Jassim Al Thani per 350 milioni di euro. Tra i tanti primati di questo unicuum edilizio vi è quello di superare in estensione la Città del Vaticano. Il 23 giugno la manager tedesca, moglie dell’amministratore delegato di Lufthansa, Vivian Spohr, ha patteggiato nel tribunale di Tempio Pausania un anno di reclusione- con sospensione della pena- e due anni di ritiro della patente di guida.
La donna era accusata di omicidio stradale: la mattina dell’8 luglio del 2025 si trovava alla guida del suo suv Bmw, nel centro di Porto Cervo, quando ha investito e ucciso Gaia Costa, 24enne di Tempio Pausania che stava attraversando sulle strisce pedonali.
Stando alle indagini, l’incidente sarebbe riconducibile ad una distrazione della manager che si trovava alla guida della potente auto. Gaia Costa stava andando a lavoro: faceva la babysitter.
Nella notte tra il 27 e il 28 giugno, infine, è morto Bachisio Bandinu, lo svelatore della dinamica di violento potere- illuminato o perverso che lo si ritenga, è sempre potere- che si è celato dietro la favola della Costa Smeralda.
La società sarda ancora deve fare i conti fino in fondo con quel corpo estraneo di bellezza innaturale che è la Costa Smeralda, ma questi tre eventi, così eterogenei e distanti nel valore e nella profondità di significato di ognuno, o almeno tra il primo e gli altri due, si sono prepotentemente e contemporaneamente riproposti in maniera tale da diventare simbolici.
Troppo ampia è la discussione sui benefici e sui costi che l’avventura di Karim Aga Khan ha procurato alla Sardegna e, come sempre, forse la verità sta nel mezzo, che ripudia ogni estremismo; il quale, in questo caso, da un punto di vista, può significare ogni nazionalismo o indipendentismo sardo o assolutismo naturalistico estremi mentre, dall’altro, una ingenua e subalterna fiducia nelle magnifiche sorti e progressive del turismo d’elite. La simbolicità di Villa Certosa, però, credo vada oltre questa legittima e sana discussione: in realtà, in quanto simbolo, va oltre la percezione del reale di tutti noi, della gente comune. E’ il simbolo del potere distante e inacessibile- mentre racconta di essere tutore del popolo- che sia quello di Musk, di Putin, di Bezos, di Nicola II Romanov, Gheddafi o Trump. Occultato dalle bellezze violate della Gallura, per una privacy spacciata per segreto di Stato, raccoglie al suo interno bellezze tanto estreme da essere kitsch, così da ripudiare tutto ciò che è vita vera, quella che si sporca, che si contamina, che cammina instabile nella nostra esistenza. In un gesto di rimozione del padre-patriarca, è stata una delle prime cose di cui la famiglia berlusconi si è liberata. All’opposto ci sono i sandali di Mujca, le porte aperte del Quirinale per le visite guidate di ogni cittadino, la lotta di Angelo Vassallo, Monti di Mola e l’Agnata indifesa dai sequestratori di De André. Soprattutto, all’opposto, ci sono i colori scuri della pelle e degli occhi, sugli abiti blu della tradizione, di Gaia Costa: una meraviglia. Un fiore reciso, come da storia simbolica, da destino quasi ineluttabile, della sua terra: la Gallura e la Sardegna tutta. Stava andando a lavoro, da baby sitter: il lavoro della cura, il lavoro giovanile per eccellenza, forse, quasi sicuramente, in una famiglia d’elite di Porto Cervo. Un moderno essere a servizio, come sino a metà del secolo scorso era destino di ogni ragazza della classe sociale più bassa. E’ stata travolta, per disattenzione, il gesto opposto alla cura, quello della superficialità che svilisce chi incontra, dal suv della moglie dell’amministratore delegato di Lufthansa, Vivian Spohr. Non si vuole imputare all’autrice di questo drammatico evento la colpa di essere benestante o ricca, non si possono mettere in atto questo tipo di discriminazioni, sarebbe un errore grave e non perdonabile. Però quanto è successo è drammaticamente, in maniera struggente, simbolico: nella sproporzione tra il suv e il corpo di una giovane ragazza, tra la distrazione e la cura, tra il lavoro umile a cui hanno abituato i nostri ragazzi e il colosso Lufthansa che abita la Costa Smeralda, tra la vita reale e il sogno del lusso. Mi fermo alla simbolicità tragica, sforzandomi di non giudicare la persona, che avrà sofferto nel realizzare quanto compiuto. Aspetto solo di conoscere meglio il perché di una pena così leggere da essere sospesa, a fronte di una giovane vita persa, senza, anche qui, lasciarmi andare a troppo facili invettive contro il sistema giudiziario.
In questa vita schiacciata c’è come quel trionfo della morte che soggiace a ogni potere, economico o politico, che non serve la vita, soprattutto la giovane vita, ricca di colori e di sentimenti non ancora disillusi, di una ragazza, e che arriva a erigere una fortezza inacessibile di lusso, lasciando quella vita fuori.
Questo meccanismo lo aveva studiato Bachisio Bandinu, l’autore, oltre che di ‘Costa Smeralda: come nasce una favola turistica’, di ‘Lettera a un giovane sardo’, indirizzato alla nuove generazioni, per coltivarne i colori e i sentimenti.