I 250 anni degli Stati Uniti visti dall’Europa. Prevale il pragmatismo

 di Francesca Basso e Viviana Mazza

Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.

Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington

La festa per il 250° anniversario dell’indipendenza degli Stati Uniti organizzata dall’Ambasciata Usa al Parco del Cinquantenario a Bruxelles domenica 28 giugno (Epa)

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha aperto mercoledì scorso a Washington le celebrazioni per il 250° anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti, che raggiungeranno il culmine il 4 luglio. A Bruxelles al Parco del Cinquantenario, a pochi passi dalla Commissione e dal Parlamento europeo, si è tenuta una festa che l’Ambasciata degli Stati Uniti in Belgio ha descritto come la più grande celebrazione dell’Indipendenza americana fuori dagli Usa con oltre 5 mila ospiti.

Mai come in questo momento le relazioni tra Stati Uniti ed Europa sono in crisi. Certo, non siamo all’alta tensione che si è registrata a gennaio quando il presidente Donald Trump manifestò l’intenzione di prendersi in un modo o nell’altro la Groenlandia, territorio autonomo che fa parte della Danimarca. Ma non ha aiutato l’«amicizia» tra le due sponde dell’Atlantico nemmeno la recente minaccia di imporre dazi del 100% su tutte le merci importate da qualsiasi Paese europeo che introduca una tassa sui servizi digitali applicata alle aziende Usa, il giorno dopo che l’Ue aveva approvato in via definitiva l’accordo scozzese del luglio scorso con il quale Washington impone tariffe del 15% alle merci «made in Ue» esportate negli Stati Uniti (un accordo totalmente squilibrato a vantaggio degli americani). Senza contare gli scontri personali del presidente Trump, l’ultimo in ordine di tempo con la premier Giorgia Meloni.

Le celebrazioni negli Stati Uniti come all’estero avrebbero potuto rappresentare un momento di riconciliazione attorno ai valori condivisi dei Padri Fondatori e invece Trump ha scelto di politicizzare questa serie di eventi, continuando sulla strada della polarizzazione. Gli europei non si fanno illusioni e partecipano alle celebrazioni più per opportunità e pragmatismo che per convinzione. L’immagine di Trump in Europa si è deteriorata e tra i leader conservatori e populisti che gli sono idealmente più vicini è cominciata una presa di distanze in vista della tornata elettorale del 2027 in Francia, Italia, Polonia e Spagna, oltre che in regioni importanti della Germania.

Secondo un sondaggio di Politico condotto da Public First a giugno, solo il 31% degli elettori dell’AfD e il 36% degli elettori del Rassemblement National concordavano sul fatto che gli Stati Uniti siano «un alleato affidabile». Non è un caso se nei mesi scorsi l’AfD abbia invitato i propri funzionari a ridurre i viaggi negli Stati Uniti mentre il leader dell’estrema destra francese Jordan Bardella ha respinto con fermezza l’appoggio di Trump e ha definito il comportamento del presidente americano «irrazionale». Per ora gli è rimasto fedele il partito populista di estrema destra polacco Diritto e Giustizia (Pis).

Per decenni il rapporto tra Ue e Usa è sembrato quasi naturale. Gli Stati Uniti erano insieme potenza militare, riferimento politico e orizzonte culturale, in alcuni Paesi europei con più forza che in altri. Ma sostanzialmente l’Europa occidentale si costruiva sotto l’ombrello americano e la narrativa indicava Washington come liberatrice, garante e partner. Ora il tono è cambiato.

La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, pur cercando in tutti i modi di non dispiacere gli Stati Uniti, non si stanca di ripetere che il mondo come lo conoscevamo non c’è più e che non si deve indulgere nella nostalgia. L’Unione europea deve diventare adulta ovvero autonoma. Ma le sensibilità tra gli Stati membri sono diverse a causa della storia e della geografia. Per i governi dell’Est europeo — soprattutto quelli che vedono nella Russia una minaccia esistenziale — gli Stati Uniti restano il pilastro insostituibile della sicurezza continentale. In questa lettura, il legame transatlantico non è nostalgia: è realismo.

Più sfumata è la posizione della Francia e, in parte, della Germania che sta ancora elaborando il lutto della perdita degli Stati Uniti. Da un lato vi è il riconoscimento di un’esperienza politica — gli Stati Uniti sono la più longeva democrazia costituzionale moderna — che ha plasmato il mondo occidentale, dall’altro vi è la consapevolezza che l’Europa debba ridurre la propria dipendenza strategica dagli Usa, soprattutto in difesa, tecnologia ed energia.

È il linguaggio — ormai familiare a Bruxelles — dell’«autonomia strategica» teorizzata per la prima volta da Emmanuel Macron durante il vertice Ue a Versailles nel 2022, quando alla Casa Bianca non c’era ancora Trump: non antiamericanismo, ma tentativo di prepararsi a un futuro in cui Washington potrebbe essere meno prevedibile, meno presente o semplicemente più concentrata su Asia e politica interna.
Anche sul piano simbolico il rapporto si è fatto più complesso. Per generazioni di europei gli Stati Uniti hanno incarnato l’idea di modernità: innovazione, mobilità sociale, fiducia nel futuro. Oggi molti osservatori europei guardano invece con sorpresa alla polarizzazione politica americana, alle tensioni istituzionali, alle guerre culturali e al ritorno di un linguaggio identitario che un tempo si associava soprattutto all’Europa.

Nonostante tutte le contraddizioni, il giudizio europeo sugli Stati Uniti resta sorprendentemente stabile: c’è meno entusiasmo rispetto al passato, meno deferenza, ma resta la consapevolezza che al momento non ci sia alcuna alternativa credibile all’alleanza transatlantica. 

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