di Daniele Madau

Ora, finalmente, a fianco a Dio, potrà parlargli nella sua lingua amata e madre, il sardo barbaricino, per cui aveva lottato per tanti anni, con forza, intelligenza, sapienza, umiltà e sottile ironia: come era lui.
Ormai da più di un giorno Bachisio Bandinu ci ha lasciato ma, come un buon padre, si è premunito di affidarci una grande, insestimabile, eredità: il suo pensiero, i suoi passi, la sua fatica, spesi per la Sardegna, affinché potesse finalmente essere autocosciente e libera, capace del proprio futuro.
Ho aspettato un giorno prima di scrivere, perché volevo che il ricordo di lui si chiarisse dentro di me, perché sarebbe stato uno spreco scrivere di getto, perché volevo far risuonare, prima, le sue parole.
E, dopo aver fatto questo, non si sa da dove partire, tanta è quell’eredità e tanta è stata la sua persona.
E’ giusto iniziare dalle caratteristiche più belle del suo essere, quelle che brillano di più in chi le possiede: l’umilità e l’accoglienza. Propria dei grandi, dei credenti con una fede matura, dei maestri. L’ho toccata con mano quando mi ha accolto due giorni in casa sua, per parlare e viaggiare – come in una vita utopistica e sognata- di Sardegna e attraverso la Sardegna. E’ stato un privilegio, e non lo dimenticherò.
E proprio standogli vicino, ho capito qual è il titolo con cui vuole essere ricordato, mentre tutti, in questi giorni, lo chiamano antropologo, intellettuale, giornalista, scrittore. Lui voleva essere chiamato professore, a ricordo del suo essere maestro e guida, istancabile mediatore tra tradizione, ma sempre viva, e future generazioni, interlocutori privilegiati. Incarnava tutto ciò che è tramite, passaggio, ponte. Ma anche prisma che riceve la luce e la propaga in ogni direzione, foce che accoglie l’acqua e la dirama. Questo voleva essere ed è stato, accogliere l’immenso patrimonio e mondo della sardità tutta-quella bella e degna- nel suo animo e trasmetterla, perché rivivesse. Ecco perché è stato padre, perché aveva innato il senso della generazione e della propagazione intellettuale, degno delle anime grandi.
Nell’ultimo periodo aveva grosse difficoltà alla vista, come capitato a Keplero, Galilei e Omero. E di Omero aveva il tratto sapienziale e la bellezza delle parole: ogni suo saggio-o anche romanzo- era di una levigatezza e di una sonorità uniche; credo che negli studi che, per forza, si apriranno ora sul suo pensiero, questa sia una delle strade più ricche di sorprese: l’analisi del suo lessico e della sua prosa.
Vorrei proseguire con la sua simpatia, tratto raro e meraviglioso: credo sia giusto metterla in luce, insieme all’affilatezza del suo pensiero. Bachisio Bandinu sapeva e amava ridere e sdrammatizzare, come di chi è amante della vita, e ne ha scoperto la bellezza.
E ora arriviamo al pensiero: abbiamo già detto del tratto scientifico e divulgativo insieme-di un’alta divulgazione- delle sue analisi sui nodi socioeconomici e culturali che negano alla Sardegna un presente e un futuro degno. Ma sarebbe impossibile riassumerlo qui.
Mi soffermo, allora, sulla sua attenzione al pastoralismo e, soprattutto, sulla sua indagine storica, socioeconomica e antropologica sulla nascita della Costa Smeralda: un unicuum imprescindibile e inspiegabile, dato l’impatto che il fenomeno ha avuto sulla nostra realtà, e che non ha avuto seguaci tra gli studiosi. Lungimiranza, profondità e acutezza- unite a una splendida prosa- si trovano nei saggi ‘Costa Smeralda: come nasce una favola turistica’ e ‘Narciso in vacanza’.
In ultimo, la sua lotta per il sardo nella liturgia. Il suo assioma, e il suo fine, era tanto bello quanto semplice: pregare nella propria lingua madre- oltre che scientificamente lecito e ragionevole- era anche umano, nel senso più alto del termine, proprio dell’humanitas, perché permetteva di pregare Dio con tutta la propria interiorità, e la ricchezza dei propri sentimenti e delle proprie parole madri.
Non è riuscito a vedere i frutti della sua instacabile azione, ma è solo questione di tempo: mentre ora Dio ascolta il suo sardo, noi cammineremo su suoi passi.