Questa Chiesa non piace alle destre. Da qui lo scisma dei lefrebvriani, un atto politico dei poteri forti

di Alfredo Franchini

La manifestazione dei lefebvriani

Mai come in questi ultimi anni la Chiesa è stata vicina ai più deboli. Prendiamo due fatti degli ultimi giorni: sabato, mentre Trump festeggiava a modo suo i 250 anni della fondazione degli Usa, papa Leone era a Lampedusa per ricordare al mondo che serve un piano per accogliere e integrare i migranti e non ucciderli in mare. Solo qualche giorno prima il cardinale Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme inviso a Israele, aveva raccontato la tragedia di Gaza da lui girata in lungo e in largo.

È questa la Chiesa che le destre e i poteri forti non vogliono e per questo hanno mandato allo scoperto i lefebvriani che mercoledì scorso a Econe in Svizzera hanno ordinato quattro vescovi senza il mandato pontificio, incassando l’automatica scomunica. Sul prato di Econe c’erano molti politici di tutta Europa e per l’Italia vi hanno partecipato alcuni esponenti del movimento di Vannacci e di Forza Nuova a testimoniare la saldatura tra un’idea balzana di cristianesimo e la visione politica suprematista e xenofoba. Tra i partecipanti c’era anche il mitico Mario Borghezio, ex leghista oggi vannacciano, che ha paragonato lo scisma al raduno di Pontida ideato da Bossi per contestare il potere di Roma. Lo stesso spirito che ha ispirato l’atto scismatico perché i lefebvriani vogliono tornare indietro contestando il Concilio Vaticano II, l’ecumenismo e persino la separazione tra Chiesa e Stato.

Non è la prima volta. La Fraternità San Pio X che ha ordinato i quattro vescovi fece un atto simile nel 1988 – allora il papa era Giovanni Paolo II – eppure la situazione è nuova rispetto alla precedente. La storia è ricca di scismi, (anglicano, luterano), intrecciati con la storia europea ma con significati diversi perché le riforme dovevano restare sempre all’interno di una tradizione. Nel 1988, poi, le democrazie erano solide e non traballanti come adesso con i poteri forti determinanti in America grazie al “cattolicissimo” Vance, il maggior accreditato alla successione di Trump, o a Peter Thiel, il fondatore di PayPal giunto a Roma a parlare dell’anticristo.

Non preoccupa la ferita di qualche migliaio di persone che si allontanano ma la capacità di seduzione politica. La Fraternità San Pio X ha voluto la frattura calcolando una rendita di posizione fuori dalla Chiesa. È il sintomo di uno smottamento della politica che fa leva sulla religione. I nostri politici che usano brandire croci e rosari nei comizi non sono certo il prototipo di un fedele ma si appropriano della religione per portare avanti una visione del mondo in cui non c’è spazio per l’Altro. Quando papa Francesco prese una posizione netta sugli immigrati, i circoli della destra americana iniziarono a chiamarlo “l’uomo in bianco” anziché papa. In Italia a Salvini, a Vannacci, alla Meloni la religione va bene solo quando è piegata alla loro visione del mondo. Una visione distante anni luce dal Vangelo. Di fronte alla complessità c’è il rischio che la religione sia vissuta come un confine: di qua noi, dall’altra parte i diversi. A che serve una religione nella società del nostro tempo? E che cosa accadrebbe alla democrazia se la risonanza della religione dovesse svanire del tutto? Se lo è chiesto Hartmut Rosa, sociologo dell’Università Schiller di Jena, per il quale la democrazia ha bisogno vitale della religione. Ma a una condizione: deve favorire la cultura del dialogo e creare legami con gli altri. Tutto il contrario di quanto vogliono i lefebvriani e le destre.

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