Gli europei pregano per un summit della Nato senza sorprese

 di Francesca Basso e Viviana Mazza

Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.

Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington

Il segretario generale della Nato Mark Rutte con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan (Ap)

Siamo ad Ankara per il vertice della Nato che riunirà oggi e domani in Turchia i leader dei 32 Paesi dell’Alleanza. Il summit inizierà con la cena ufficiale a cui parteciperà anche il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Inutile dire che la principale curiosità in sala stampa è se il summit filerà liscio come nelle intenzioni del segretario generale Mark Rutte e del padrone di casa, il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, oppure il carattere volubile del presidente Usa Donald Trump lo farà deragliare, magari provocato dal “no” irremovibile del premier spagnolo Pedro Sánchez ad aumentare le spese per la difesa fino al 5% del Pil entro il 2035, oppure da uno scambio di battute con la premier Giorgia Meloni con cui la tensione è da giorni alle stelle. Perché domani i leader discuteranno per poche ore, secondo un format compatto già collaudato lo scorso anno al vertice dell’Aia. Obiettivo ridurre le occasioni di frizione. 

La dichiarazione formale approvata venerdì scorso dai 32 ambasciatori dei Paesi Nato, che dovrà essere firmata domani dai leader, non riserva sorprese. Ma anche l’ovvio di questi tempi non è scontato e dunque è importante che confermi che gli alleati Nato sono pronti a ribadire il loro impegno ferreo all’articolo 5 del Trattato Nord Atlantico e ad affermare chela Russia rappresenta una «minaccia a lungo termine per la sicurezza e la stabilità euro-atlantiche». Inoltre prevede 70 miliardi di euro di sostegno aggiuntivo all’Ucraina per quest’anno, con «livelli almeno equivalenti» di aiuti anche nel 2027.

Il messaggio che vi raccontiamo da Washington è che Trump non mette da parte tanto facilmente l’ascia di guerra. Le critiche della scorsa settimana del presidente Usa sui social alle spese militari «ridicole» di Berlino sono la cartina di tornasole. Trump non ha mai digerito quello che ha detto il cancelliere tedesco Friedrich Merz a fine aprile: «Un’intera nazione viene umiliata dalla leadership iraniana, in particolare dai cosiddetti Guardiani della rivoluzione». E poco importa che la Germania faccia parte insieme alla Polonia, ai Nordici e ai Baltici dei Paesi che stanno aumentando le spese della difesa. Berlino sta investendo così tanto da suscitare qualche preoccupazione negli Stati vicini: tra il 2026 e il 2030, la Germania stanzierà nel complesso quasi 784 miliardi e raggiungerà già nel 2029 il 3,5% della spesa militare in senso stretto, quella che rientra nel target Nato del 3,5% del Pil entro il 2035. Ma Trump se l’è legata al dito che gli europei non l’abbiano sostenuto nella guerra contro l’Iran e che anzi l’abbiano criticata.

Alla vigilia del vertice, il segretario generale della Nato Mark Rutte ha portato avanti la sua consueta strategia per evitare che l’Alleanza si frantumi: adulazione di Trump e numeri a sostegno dell’impegno degli alleati. «A un solo anno dall’avvio di un progetto decennale, vediamo che gli Alleati europei e il Canada stanno già investendo circa il 4% del loro Pil nella difesa e nella sicurezza», ha detto l’ex premier olandese, ricordando che è stato Trump a imprimere questo riequilibrio nella spesa, chiesto fin dai tempi del presidente Eisenhower negli anni Cinquanta: «Lo lodo per questo».

Ma la vera posta in gioco di questo vertice è proseguire sulla strada dell’europeizzazione della Nato. L’obiettivo di questi due giorni è «trasformare le risorse finanziarie in capacità operative, lavorando fianco a fianco con l’industria della difesa», ha insistito Rutte spiegando che si sta «costruendo una Nato sostenibile» impensabile fino a tre anni fa, nella quale gli Stati Uniti continueranno a fornire il proprio ombrello nucleare e a garantire un contributo convenzionale fondamentale all’Alleanza nel suo complesso e i partner europei «si assumeranno una quota maggiore della responsabilità per la difesa convenzionale» del Vecchio Continente: «Un’Europa più forte significa una Nato più forte». Il processo è avviato, un anno fa per necessità ora forse per convinzione. Gli europei stanno cercando di aumentare il loro peso nella Nato per arrivare nel medio lungo termine a sostituire gli Stati Uniti nella propria difesa. Whitaker ha suggerito che potrebbero esserci conseguenze per coloro che non fanno abbastanza, ma non ha voluto dire di più: «Il presidente Trump si aspetta che gli alleati facciano subito di più e si mettano sul cammino per arrivare al 5% con urgenza».

Non che avessero scelta. Appena entrato alla Casa Bianca, Donald Trump ha iniziato a cannoneggiare l’Alleanza Atlantica. I partner europei, anche i più legati agli Usa, ci hanno messo qualche mese per capire che era finita un’epoca: le mire di Trump sulla Groenlandia, territorio autonomo appartenente alla Danimarca, hanno tolto ogni dubbio, l’Europa deve imparare a difendersi da sola perché non può più fidarsi di Washington come un tempo. «Il presidente ha presentato una soluzione che prevede l’acquisizione della Groenlandia da parte degli Stati Uniti. Pensiamo tuttora che sia il modo migliore per realizzare le necessità di difesa della Nato», ha detto un alto funzionario Usa ai giornalisti domenica scorsa. 

Gli Stati Uniti intendono continuare a trasferire agli alleati la responsabilità della difesa convenzionale dell’Europa e i Paesi europei sono intenzionati a farsene carico, alcuni più di altri. Ma come ha chiarito Whitaker «il vertice di Ankara servirà a misurare i progressi compiuti rispetto agli impegni assunti all’Aia. Soprattutto, valuteremo le capacità militari, perché non si tratta soltanto di spendere di più, ma di verificare quali capacità concrete vengono acquisite grazie a questi investimenti». Non tutti gli europei si stanno impegnando alla stessa maniera. Hanno passato l’esame degli Stati Uniti «Polonia, i Nordici, i Baltici e la Germania», nonostante le critiche di Trump a Merz. Altri, invece, sono in ritardo: non spendono abbastanza oppure non hanno ancora un percorso credibile per rispettare gli impegni presi all’Aia. Italia e Francia, ad esempio,  non hanno mai aderito nemmeno al piano Purl con il quale gli europei comprano armi dagli Usa e le trasferiscono all’Ucraina. Finora si tratta di acquisti per oltre 6 miliardi di dollari. Per gli Stati Uniti è anche una questione di affari, coerente con l’approccio transazionale della diplomazia applicato da Trump (anche se al momento la base industriale della Difesa Usa non consente di consegnare le armi vendute, per via di ritardi nella produzione).

D’altra parte, l’industria della difesa europea non è ancora in grado di rispondere alle esigenze del Vecchio Continente. Dei 119 miliardi di dollari aggiuntivi stanziati quest’anno rispetto al 2025, circa la metà è destinata all’acquisto di armamenti e sistemi prodotti negli Stati Uniti. Il Forum sulla difesa che si tiene oggi a margine del vertice sarà una vetrina per annunciare nuovi contratti per decine di miliardi di dollari con aziende del settore della difesa. Si tratta prevalentemente di accordi di cooperazione multilaterale e di coproduzione di prodotti americani realizzati in Europa. Perché per essere indipendente dalla difesa statunitense, l’Europa avrà bisogno ancora di una decina d’anni. Nel frattempo meglio tenersi buona Washington, anche se c’è chi teme che in caso di un attacco da parte della Russia, Trump potrebbe non intervenire a difendere gli europei.

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