di Daniele Madau

“La lotta alla mafia dev’essere innanzitutto un movimento culturale che abitui tutti a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità”
E’ giustamente celebre, oltre che bella, questa frase di Borsellino, modello più volte indicato da Giorgia Meloni come decisivo per la sua scelta di fare politica.
In questo giorno di ricordo, silenzio, commemorazione-allora- è giusto, rispettando toni di riflessione che vadano contro quelli sempre estremi della politica quotidiana, riprendere questi concetti cari al magistrato ucciso barbaramente il 19 luglio di trentaquattro anni fa e confrontarli con l’idea di sicurezza che la maggioranza, che dichiaratamente a lui si ispira, sta mostrando.
E’ appena uscito il nuovo decreto sicurezza, che rende legale il fermo preventivo anche dei minorenni. Giorgia Meloni, a Palermo, ha esplicitamente parlato di militarizzazione della Sicilia. Pochi secondi dopo la condanna a Mario Roggero, che aveva inseguito e ucciso alle spalle due suoi rapinatori ‘come vendetta’, si è subito invocata la grazia, senza un attimo di riflessione, senza attendere neanche le motivazioni della sentenza.
Tutto questo è estraneo a Paolo Borsellino: il grande errore di chi vuole commemorarlo oggi, e sempre, è quello di parlarne senza conoscerlo. Nella frase d’apertura, così densa e profonda, limpida, c’è già tutto il suo pensiero di umanità, nel senso dei valori più alti dell’humanitas. Questi non parlano mai di repressione o vendetta, ma solo di educazione, cultura, bellezza, giustizia- nel senso di atteggiamento giusto e rispettoso dei cittadini e dello Stato- legalità, nel senso di libertà sotto le regole. I suoi interlocutori privilegiati erano i giovani, a cui dedicava ogni momento del suo poco tempo libero, per passar loro un messaggio di brezza che scacciasse via la cupa oppressione mafiosa.
In questi trantaquattro anni, il suo ricordo ci ha accompagnato sempre. Sembra, però, purtroppo, che presi dai toni estremi e ormai insopportabili della politica e della comunicazione, le sue parole siano scivolate in superficie, senza trovare terreno fertile, rendendo così ancora più drammatico il suo sacrificio.
Sarebbe inaccettabile, sarebbe assurdo che, dopo ciò che è successo trentaquattro anni fa, non si sappia nemmeno raccogliere un’eredità così luminosa.