di Daniele Madau e Marco Marini

E’ giusto che ci interroghiamo continuamente sull’Europa e sull’Unione Europea: su che cosa siano, perché abbiamo deciso di farne parte, cosa significhi oggi per l’Italia e se possa rappresentare ancora il nostro futuro.
Il continente europeo è un elemento geografico unitario e pressoché ininterrotto, dall’Oceano Atlantico ai Monti Urali, e come tale nel corso della storia più volte è stato, in buona o in piccola parte, unificato. In genere concretamente, con la forza, a esempio dai Romani, da Napoleone, da Carlo Magno, dal nazifascismo. Ma lo è stato anche in astratto, simbolicamente, da correnti di pensiero, ideali, religioni: dal cristianesimo, dall’illuminismo, dalle rivoluzioni industriali.
Ciò a cui, pero’, abbiamo assistito dagli anni cinquanta del novecento, nella sua particolarità, è stato un fenomeno che ha unito questi due aspetti, concreto e ideale, perché da un ideale è nata un’unione volontaria di stati nazionali, che hanno aderito a regole comuni, dando vita all’Unione Europea.
Prima che queste regole fossero ratificate, i paesi europei usciti distrutti dal dramma comune della guerra, hanno iniziato spontaneamente a collaborare.
A esempio, dopo la fine del secondo conflitto mondiale, i belgi non erano più disposti a fare lavori logoranti e pericolosi e si cercò manovalanza all’estero. Il 23 giugno 1946 fu, così, firmato il Protocollo italo-belga, che prevedeva l’invio di 50 000 lavoratori in cambio di carbone. Nel 1956, anno della strage di Marcinelle, fra i 142 000 minatori impiegati, 63 000 erano stranieri e fra questi 44 000 erano italiani. Carbone in cambio di persone, decisione simbolicamente, e concretamente, quasi disumana.
L’Italia confermava, così, quella sua vocazione all’emigrazione, che ancora perdura, in termini e modalità diverse ma non troppo. Dalla nostra unità, non abbiamo saputo creare, se non un sistema attrattivo per l’immigrazione qualificata, neanche uno tale da garantire il giusto ed equilibrato benessere della popolazione. C’è prima stata l’emigrazione nel nuovo continente americano, poi quella interna dal Sud atavicamente svantaggiato al Nord, poi quella verso Paesi più attenti alla ricerca, alla crescita, ai diritti dei lavoratori, ai salari. Il risultato è quello che vediamo sotto i nostri occhi: un’attenzione spasmodica e -a tratti-ideologica verso l’immigrazione che, a volte, sembra non tenere in conto il valore delle vite umane, e nessuna attenzione verso l’emigrazione, intesa come perdita di capitale umano. Da qui il nostro senso di impoverimento sociale e la deprivazione di futuro e crescita. Ma quando l’Unione Europea si vive fino in fondo, anche con gli apparenti svantaggi, l’emigrazione si può trasformare in circolazione di persone, che prevede il rientro per arricchire la nazione di partenza. Era questo il senso del trattato di Schengen, che è stato sospeso per un mese e che prevede controlli mirati,in teoria, riguardante i cittadini di Paesi extraeuropei provenienti dalla Spagna verso l’Italia, in seguito ai fatti di Ceuta.
Queste le origini di Schengen. Con una decisione del Comitato esecutivo, il 26 marzo 1995 la convenzione di Schengen divenne applicabile nei paesi dell’Europa centro-occidentale, dove i controlli alle frontiere interne vennero abolite, creando così lo ‘spazio Schengen’.
Anche la Grecia, l’Italia e l’Austria, così come i Paesi nordici, aderirono all’accordo e alla convenzione di Schengen negli anni ’90 e i loro controlli alle frontiere interne con gli altri Paesi Schengen vennero aboliti tra il 1997 e il 2001.
Torniamo al 1956 . Nella miniera di Marcinelle era in funzione sin dal 1830 il ‘pozzo I’, la cui manutenzione era ridotta al minimo necessario.
Una serie di eventi di disattenzione e mancata sicurezza provocano un imponente incendio. Essendo questo avvenuto nel pozzo I, quello di entrata dell’aria, il suo fumo raggiunse ben presto ogni angolo della miniera, causando la morte dei minatori. La profondità della maniera toccava i 1000 metri. L’incendio non scese sotto il piano 975 m, mentre divampò nei pozzi fino al piano 715 m. A questo piano il minatore Bohen, prima di morire, annotò nel suo taccuino “je reviens de l’enfer” (ritorno dall’inferno).
Il 22 agosto, alle 3 di notte, dopo la risalita, uno di coloro che da due settimane tentavano il salvataggio dichiarò in italiano: «tutti cadaveri». Persero la vita 262 uomini, di cui 136 italiani e 95 belgi. Solo 13 minatori sopravvissero
Questo è accaduto in un regime di collaborazione tra paesi europei del tutto economico, con tratti di aberrazione, anche se possiamo immaginare la solidarietà tra i minatori e l’immensa commozione, che ancora proviamo.
Quello di Marcinelle è stato il terzo incidente minerario all’estero che ha visto coinvolti gli italiani, dopo Monongah nella Virginia Occidentale il 6 dicembre 1907, che fu il più grave disastro della storia degli Stati Uniti d’America, dove morirono 171 minatori italiani (dati ufficiali anche se ricerche più recenti sollevano la cifra dei caduti) quasi tutti molisani.
L’altra catastrofe avvenne il 22 dicembre 1913 a Dawson nel New Messico, oggi città fantasma sempre negli Stati Uniti, dove su 263 minatori periti, 146 erano italiani.
I minatori continuarono a lavorare nelle miniere di Dawson ma alle 14:20 dell’8 febbraio 1923 un incendio devastante causò la morte di 123 lavoratori, dei quali 20 italiani. L’incendio fu provocato dal deragliamento di un treno carico di carbone. Molti dei morti erano figli dei minatori periti nell’incidente di dieci anni prima, quindi molte vedove dovettero seppellire i propri figli accanto ai mariti. Sembra che in queste sciagure non vennero addebitate responsabilità alle dirigenze societarie nonostante le carenze in termini di sicurezza sul lavoro. Si pensi che dopo l’emancipazione della popolazione afro-americana nel 1865, queste persone si rifiutarono di lavorare in questi luoghi privi di garanzie di sicurezza.
Ma, ritornando all’Europa, dopo la tragedia di Marcinelle, l’idea teorica e l’istituzione reale si sono evolute, e hanno tra i loro capisaldi la solidarietà e la circolazione delle persone, in modo tale che queste possano coinvolgere tutte le risorse, anche sentimentali, dei paesi membri, senza che questo intacchi il senso di appartenenza a ognuno ma che lo rafforzi. E’ questo che si dovrebbe pensare ragionando sugli ultimi eventi che hanno coinvolto Marocco e Paesi dell’Unione come la Spagna, l’Italia e gli altri chiamati in causa.
O si vive il principio di solidarietà e reciprocità, o una storia che parte dal dolore per evolversi perde ogni suo senso.
Concludiamo, tuttavia, riportando i dati INAIL sugli infortuni mortali sul lavoro nel 2025: 1093 persone, con un incremento dello 0,3% rispetto al 2024. Di lavoro si continua a morire, in Italia.