Allargamento, Ucraina e bilancio: l’autunno caldo dell’Unione europea

 di Francesca Basso e Viviana Mazza

Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.

Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington

Un sostenitore sventola una bandiera dell’Unione europea durante un comizio a sostegno del “sì” a Reykjavik, in Islanda (AP)

L’estate, almeno a Bruxelles, è finita: dal punto di vista meteorologico perché ormai la temperatura massima è sui venti gradi se non meno e perché è ripresa l’attività delle istituzioni europee. La rentrée è stata accompagnata dalla scelta dell’Islanda di non riaprire i negoziati di adesione all’Unione europea sospesi nel 2013, con la vittoria del «No» al referendum di sabato scorso. C’è chi se lo aspettava anche se c’era la speranza che il «Sì» potesse prevalere. Come ci ha spiegato Sandro Gozi, eurodeputato di Renew Europe e segretario generale del Partito Democratico Europeo, «la pesca ha deciso questo referendum: esattamente come nel 2013, gli islandesi hanno avuto paura di perdere la loro grande potenza economica su cui hanno costruito anche parte della loro identità e della loro storia. Non hanno voluto rischiare di avviare un dialogo con Bruxelles». Per Gozi «è ora che l’Unione si riformi e sciolga quei nodi che la fanno apparire poco efficace, lenta e inadeguata alle sfide geopolitiche e geoeconomiche del nostro tempo, eliminando il veto e proteggendo lo Stato di diritto».

Inizia un anno di passione per il progetto europeo. Il 6 settembre la Sassonia-Anhalt va al voto e il partito di estrema destra AfD, Alternativa per la Germania, è dato in testa. Sarà il primo test elettorale. Nei prossimi mesi andranno alle urne Svezia e Lettonia, mentre nel 2027 sarà la volta, tra gli altri, di Italia, Francia (qui i sondaggi danno in vantaggio Marine Le Pen, leader del Rassemblement National), Spagna, Polonia, Estonia, Finlandia, Grecia e Slovacchia. Se le forze nazionaliste si imporranno, come mostrano già i sondaggi di alcuni Paesi, l’Unione europea rischia di entrare in una crisi profonda. Le Pen ha già dichiarato che «in un momento in cui alcuni spingono per un maggiore federalismo e il trasferimento della sovranità alla Commissione europea, questo voto ci ricorda che un’altra Europa è possibile, un’Europa di nazioni libere e sovrane che cooperano volontariamente su questioni di interesse comune». 

L’allargamento sarà uno dei temi caldi dell’autunno: Ucraina e Moldavia, insieme ai Balcani Occidentali, spingono per l’ingresso nell’Ue, a differenza di Reykjavik. Il risultato del referendum islandese impone comunque una riflessione. Per il  ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul «dobbiamo riflettere su come possiamo diventare più attraenti, soprattutto per quanto riguarda le prospettive economiche che siamo in grado di offrire». Il nodo da sciogliere è l’attrattività verso i Paesi del Nord Europa.

La pesca era e rimane il principale ostacolo per l’adesione di Reykjavik all’Ue e per quanto la Commissione europea fosse pronta a introdurre soluzioni «creative», comunque secondo i pescatori islandesi, alla testa del fronte del «No», la situazione sarebbe peggiorata. Ma questo vuol dire anche che per un ricco Paese nordico l’integrazione offerta dallo Spazio economico europeo e da Schengen è sufficiente, nonostante l’Islanda non contribuisca a definire le politiche e le regole che poi applica. Per Wadephul la ripresa dei negoziati di adesione «sarebbe stata una grande opportunità per diventare più forti insieme», come ha dichiarato ieri, sottolineando che  «non è automatico che tutti aspirino a entrare nell’Unione europea». Il ministro tedesco ha ribadito la necessità di non perdere di vista l’allargamento dell’Ue verso Nord: «Credo ancora che non dovremmo perdere di vista questo obiettivo. E questo riguarda naturalmente l’Islanda, ma anche la Norvegia».

A questo punto l’Ue deve chiedersi cosa vuole diventare: l’allargamento ha una funzione geopolitica e geoeconomica ma se poi l’Unione non riesce a prendere decisioni rischia di essere un gigante con i piedi d’argilla. Il 30 settembre la commissaria Marta Kos presenterà il rapporto sulle riforme pre-allargamento e ne ha recentemente anticipato le linee guida. Se da un lato il piano prevede un’integrazione graduale per i nuovi Paesi candidati, dall’altro punta ad affrontare anche il funzionamento dell’Unione con oltre 30 Stati membri, la parte politicamente più sensibile per i Ventisette. L’orientamento è introdurre modifiche senza toccare i trattati, che richiederebbero negoziati lunghi e l’unanimità. Significa puntare su più cooperazione rafforzata, come indicato anche da Mario Draghi nei suoi numerosi interventi. 

Altri temi centrali nei prossimi mesi saranno il sostegno militare all’Ucraina nel quinto inverno di guerra. Su Kiev il clima elettorale si fa sentire, almeno in Italia dove l’estrema destra e una parte della sinistra sono contrarie ad aiutare militarmente gli ucraini. C’è poi il bilancio Ue 2028-2034. Il tempo stringe e a Bruxelles si punta a raggiungere un’intesa prima della fine dell’anno. Il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa ha iniziato la scorsa settimana un tour delle capitali per raccogliere le diverse posizioni sul prossimo bilancio Ue che dovrà essere deciso all’unanimità. Resta lo scontro Frugali-Amici della Coesione. Per i frugali la proposta da quasi 2 mila miliardi della Commissione è eccessiva e chiedono tagli soprattutto alle politiche tradizionali come coesione e agricoltura. Oggi Costa sarà in Lussemburgo, Croazia e Ungheria. Poi si recherà in Romania, Bulgaria, Grecia, Cipro e Slovenia.

Infine il dossier Cina: il commissario Ue al Trade Maroš Šefcovic andrà a Pechino in ottobre e la Commissione europea sta preparando un pacchetto di misure per contrastare concorrenza sleale e sovracapacità produttiva.
Il 16 settembre la presidente della Commissione Ursula von der Leyen pronuncerà a Strasburgo il discorso sullo Stato dell’Unione in cui illustrerà le priorità politiche dell’anno che inizia. Elencherà con molta probabilità l’intelligenza artificiale, la competitività, l’immigrazione, il cambiamento climatico, che questa estate si è fatto vedere attraverso incendi e nubifragi. Ma la sensazione è che l’Unione europea sia in cerca di identità, non un’identità nazionale e intergovernativa ma comunitaria. Il motore franco-tedesco che da sempre traina l’Unione è però profondamente inceppato e non si vedono leader alternativi all’orizzonte.

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