
di Daniele Madau
Nella fascetta che accompagna e racchiude il suo ultimo saggio, c’è scritto: ‘Un grande maestro dei nostri tempi’, perché in questo periodo di postverità e decostruzione, ha saputo incarnare il nuovo desiderio di senso, il senso della vita, il bene e il male, la libertà, la speranza, il rapporto tra ragione e fede. E’ un piacere, allora, dialogare con Vito Mancuso, in Sardegna per tre appuntamenti, promossi dal ‘Club di Jane Austen Sardegna’, tra Tortolì, Sant’Antioco e Cagliari, per portare dentro tre rassegne diverse le domande che attraversano da anni il suo lavoro filosofico e teologico. Studioso tra i più conosciuti nel dibattito culturale italiano, Mancuso ha costruito la propria ricerca nel confronto tra pensiero filosofico, tradizione religiosa, coscienza individuale e conoscenza scientifica. Nei suoi libri e negli incontri pubblici porta fuori dagli ambiti specialistici temi che appartengono alla teologia e alla filosofia ma finiscono inevitabilmente per bussare alla vita quotidiana.
Nell’ultimo lavoro, ‘Gesù e Cristo’, torna sulla figura di Gesù e sul rapporto tra il personaggio storico e il Cristo della fede. Da quella distinzione si aprono interrogativi più ampi: che cosa significa credere oggi, quale posto occupa la verità, quanto siamo realmente liberi, come si orienta una vita verso il bene. Le sue posizioni sono rivoluzionarie e, in alcuni casi, in assoluta controtendenza nei confronti della tradizione, ma proprio per questo vanno studiate con apertura, rispetto e interesse anche da chi è sempre stato all’interno del credo ortodosso. L’incontro di oggi è un dialogo di crescita e contatto umano profondo.
Professor Mancuso, il suo ultimo lavoro, ‘Gesù e Cristo’, è un poderoso volume, sulla figura del Gesù della storia e del Cristo della fede. Tra i numerosi personaggi che lei analizza da un punto di vista del tutto nuovo, da Barabba alla commovente possibile storia di Maria, incontriamo, però, nella parte indubbiamente più originale, un Gesù perdente, che si abbandona alla morte, non volendola, chiamando il Padre. E’ questo ciò di cui ha bisogno la società oggi, magari perché riesce a identificarsi meglio in questo nuovo Gesù?
Il presente, l’oggi, come sempre, ha bisogna di una sola cosa: la verità. ‘Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi’. Questo proclama del Gesù del quarto vangelo, il vangelo di Giovanni, penso che sia valido per tutte le persone e per tutti i tempi. Ora, parlando di verità, il fatto che la morte di Gesù sia una sconfitta emerge in maniera incontrovertibile dal vangelo più antico, quello di Marco, e viene ripreso dal vangelo a quello successivo in ordine cronologico, quello di Luca. Nel vangelo di Giovanni, però, quello più recente, la morte di Gesù è presentata in un modo completamente diverso, e si passa dalla sconfitta al compimento, con quel verbo greco al tempo perfetto – il tempo che indica proprio l’azione compiuta, conclusa: ‘Tutto è compiuto’- che presenta la realizzazione di un progetto. Secondo me, però, occorre riprendere quello che è il dettato del Nuovo Testamento, al fine di restituire, per tornare alla parte iniziale della risposta, il più possibile la verità. Per rispondere,poi, ancora più precisamente alla domanda, io non so se questo Gesù sia ciò di cui ha bisogno la società oggi; so, però, che la società stessa non è più disposta a ricevere i dogmi tradizionali presentati come verità assoluta.
Uno degli argomenti più forti di ‘Gesù e Cristo’ riguarda la resurrezione. Lei afferma che per quanto riguarda la sua ricezione del messaggio di Gesù, non le è necessario credere nella resurrezione per come è stata raccontata. Eppure, se Gesù rappresenta la Storia, il personaggio storico, Cristo, con la sua resurrezione, è l’Idea, che ci spinge a credere nei grandi ideali che ci permettono di trascendere la vita, passeggera ed effimera. Come preservare l’Idea senza la resurrezione?
Io non nego la resurrezione, e neanche l’affermo. Loro, i discepoli, credevano che Gesù fosse risorto. Alcuni, se non tutti, affermano anche di averlo visto, benché i testi siano contraddittori. Una cosa è certa: io non seguo Reimarus, che ha sostenuto che il corpo di Gesù fu trafugato dai suoi discepoli per poter inventare e proclamare il racconto della sua risurrezione. Di sicuro accadde qualcosa. Ma questo credere nella risurrezione, di che cosa è significativo: che è successo qualcosa di straordinario, in base al quale, poi, il corso degli eventi è cambiato? Io non mi fermerei a questo, ma vorrei analizzare il significato ontologico profondo di ciò che loro credevano. I discepoli non riconobbero Gesù, pensiamo ai discepoli di Emmaus o alla Maddalena; questo perché non dobbiamo pensare a un semplice ‘tornare in vita’, come per Lazzaro, per la figlia di Giairo o Il figlio della vedova di Nain, ma all’entrare in un’altra dimensione, senza tempo e senza spazio. ‘Deus non est corpus’, diceva San Tommaso. Quindi per me, nel suo profondo dato filososfico e teologico, la resurrezione che, ripeto, non nego ma che molto umilmente presento in modo diverso per contribuire al dibattito scientifico, significa entrare in un’altra dimensione, che si accorda con la fisica quantistica, per cui si supera la morte, e questa non esiste più. Quindi la resurrezione non è un momento storico, ma l’idea che Gesù, con la sua personalità vera, con la sua anima continuerà a vivere in Dio. Così noi, potremmo entrare in Dio qui e ora, vivendo nel bene e nella giustizia, e poi restare in Lui per sempre.
Una domanda che presenterei come di aspetto metodologico. Anche in questo saggio ha testimoniato la sua acribia, la sua accurattezza nella ricerca, nello studio e nella presentazione delle fonti per le sue teorie. Una di queste mostra come il messaggio che Paolo trasmette, come ‘apostolo delle genti’, ai popoli che incontra sia stato ricevuto da Pietro. Ma Pietro era un umile pescatore, come ha potuto elaborare la grande riflessione teologica che, poi, vedremo in Paolo?
Il fatto che Paolo abbia ricevuto da altri il messaggio è un dato incontrovertibile, che lo lo stesso Paolo conferma. I discepoli credevano che Gesù fosse risorto, tuttavia non toccavano con mano quel regno di cui lui aveva parlato tutto il tempo. Per loro, quindi, per le prime comunità cristiane, era fondamentale e naturale chiedersi: ‘Come mai il maestro è morto? Questa era la domanda: ‘Come mai Gesù è morto?’ Cosa fecero, allora, quelle prime comunità, per rispondere e per risolvere il problema? Quello che fanno tutti i credenti, ricorrere ai testi sacri, in questo caso alla Bibbia ebraica, a Isaia, a Zaccaria, ai Salmi. Così scoprono alcuni passi, come Isaia 53 sul servo di Jahvè che deve morire, che loro interpretano come profezia. Pietro, non a caso, negli Atti degli apostoli, emerge sempre come figura principale. E’ sempre il primo negli elenchi: del resto, è colui a cui sono state date le chiavi del regno. Per le prime comunità cristiane era una figura di riferimento assoluto. Certo, insieme alla sua stessa comunità, con i suoi stretti discepoli, avrà elaborato il messaggio che, poi, arriverà a Paolo. Il ‘primo degli apostoli’, quindi, come simbolo, non lui individualmente, si fa interprete della necessità di intendere la morte di Gesù non come sconfitta ma come progetto, per cui il quarto evangelista, Giovanni, darà alla luce la grande ‘teologia del compimento’. Consegnerà a Paolo questa costruzione teologica che l’apostolo della genti, come dice lui stesso nella lettera ai Corinti-scritta poco dopo la più antica delle lettera paoline, la più vicina alla morte di gesù, la prima ai Tessalonicesi, secondo alcuni studi- trasmetterà ai nuovi fedeli: Gesù è morto per i nostri peccati ‘secondo le scritture’, diventando il secondo Adamo.
Nel suo volume precedente, prettamente filosofico e dedicato a Kant, ha analizzato le tre domande con le quali il filosofo tedesco Kant riassume ogni interesse della ragione, sia speculativo sia pratico. Una di queste chiede: ‘Cosa ci è lecito sperare’. Ecco, cosa ci è lecito sperarein questo periodo, anche di grande vociare politico, mentre ormai entriamo nell’ultimo anno di governo e inizia la campagna elettorale? Pensando a un altro dei suo recenti saggi, ‘I quattro maestri’, forse l’etica dello Stato di Confucio potrebbe guidarci?
La più grande speranza che possiamo coltivare, pensando alla singolarità di ogni essere umano, è la speranza nella vita eterna. Anche in un mondo in cui è evidente la decadenza etica e spirituale, in questa nostra storia sempre più complicata, è possibile coltivare la dimensione contemplativa della vita, è possibile agire per il bene: insomma salvare la propria anima, che è il vero obiettivo di ogni ricerca spirituale. Rendere l’anima capace di accogliere l’eterno. Questa è la speranza intesa come virtù teologale. Sulla lettura del presente, lo sappiamo, entrano in gioco tante analisi, che ci portano a volte a sperare, a volte a disperare. A esempio, parlando di stretta attualità socio-politica, ho paura che si disgreghi il sogno dell’Unione Europea, ho paura per il clima, per il rischio di perdere le nostre sensibilità e la nostra umanità nella realtà artificiale, per le scollamento tra generazioni: sono tante le paure, inutile ricordarle. Non è la prima volta che questo accade, il mondo non è mai stato un posto tranquillo: pensiamo al tempo di S.Agostino, a un mondo che crollava e alle paure che questo portava. Anche non sognando più, come da ragazzi, come era capitato a me, che il futuro sarebbe stato sempre migliore, noi possiamo sperare di salvare la propria anima.
Mi permetto una riflessione personale, a cui penso spesso, ricollegandomi proprio a S.Agostino, e a una ‘teologia della storia’: come realizzare la città di Dio, la città celeste di S.Agostino in terra? Per riallacciarmi alla domanda precedente, a me viene in mente un nuovo accordo tra religione ed etica, tra spiritualità e senso dello Stato. Mi vengono in mente i sovrani illuminati, come Caterina II di Russia
Le due città, di Dio e degli uomini, sono destinate a rimanere tali, distinte. Per S.Agostino non c’è nessuna possibilità che questo popolo di dannati-libro IV della ‘Città di Dio’- diventi il ‘popolo di Dio’. Questo popolo è una minoranza di pochi eletti da Dio, con la grazia che scende verticalmente dall’alto. Questa è l’immagine di S.Agostino, soprattutto del secondo Agostino, quello della maturità. Il primo Agostino, neoplatonico, io lo cito spesso, perché rappresenta la spiritualità in cui mi ritrovo, quella che al centro presenta l’anima e l’interiorità. Nel ‘De vera religione’, in cui non c’è mai un accenno alla morte e resurrezione di Gesù, si dice che sempre, in ogni tempo e in ogni luogo, l’anima umana può aprirsi a Dio, cioè al bene. ‘Noli foras ire, in te impsum redi: in interiore homine habitat veritas’, ‘Non uscire fuori, ritorna in te stesso; nell’uomo interiore abita la verità’. La verità del libero arbitrio capace di discernere il bene e l’amore. Questo è difficile, per tornare al rapporto tra religione e Stati, che possa accadere nel potere politico, che è spesso governato da logiche del tutto diverse
Conoscendo la sua passione per lo studio e la scrittura, immagino sia al lavoro per un nuovo saggio: è così? E nel caso, ci può anticipare qualcosa?
Sì, ho affrontato e terminato un lavoro sul grande problema del male, di prossima uscita, in autunno, a novembre.