Addio a Denise Cosco: le mafie uccidono anche in silenzio, a distanza di anni

di Daniele Madau

Lea Garofalo e Denise

Il nostro Paese, la nostra Italia, la nostra Repubblica, dalla sua nascita politica ha avuto una sorella siamese, finta -perché autoimposta, non naturale- diabolica, perché ci divide e ci strazia, affamata, che ci succhia, come un vampiro, la nostra linfa vitale.

E’ la malavita organizzata, il più grande ostacolo verso la nostra piena maturazione democratica, la gramigna che cresce sul nostro giardino e ci soffoca, spezzando anche le vite più giovani. E spesso anche, purtroppo, l’ostacolo meno visto, più sottovalutato, nonostante i drammatici inciampi in esso. Questo ostacolo, questo muro, non ci ha permesso di vedere gli orizzonti ampi e puri di democrazia e, con le parole di Borsellino, di respirare la fresca brezza della libertà. E’ una costruzione autoinflitta, innalzata da dentro, mentre è incredibilmente più facile individuare il nemico come colui che viene da fuori, dal mare, povero e non difeso. E’ un bersaglio semplice, da vili. E spesso la nostra è stata una politica vile, di connivenza. Non si può spiegare altrimenti l’incredibile resistenza e vitalità della criminalità organizzata nel nostro tessuto sociale. Sembra una patologia endemica, inestirpabile, ma non possiamo arrenderci nel considerarla tale. Lo dobbiamo a tutti coloro che l’hanno individuata, chiamata col nome, studiata, combattuta nell’isolamento e che sono caduti contro di essa.

Lo dobbiamo a Denise Cosco, la bambina della foto, insieme a sua madre, Lea Garofalo, una gigante fragile, ma pur sempre una gigante. L’aggettivo fragile non va riferito alla sua persona, ma al fatto che una gigante, in senso fisico ma soprattutto morale, combatte lealmente contro avversari che hanno, invece, il senso distorto dell’onore che diventa disonore, e cioè la malvagità della ‘ndrangheta, il male che Lea ha trovato in famiglia.

Cresciuta in contesto mafioso, andata in sposa a un esponente della ‘ndrangheta, nata Denise, si era ribellata, soprattutto per lei, diventando testimone di giustizia, lottando per ciò che di più naturale possiamo avere, una vita serena e semplice, e d’amore con la propria figlia, Denise. Ma proprio sfruttando questo amore, nel modo più vigliacco e diabolico che si possa mettere in atto, il marito Carlo l’ha raggiunta e barbaramente uccisa, secondo modalità disumane, tipiche della malavita. Aveva trentacinque anni.

Denise ha continuato a lottare, camminando sulle orma della madre, con orgoglio: ‘Io sono un’orgogliosa testimone di giustizia perché non è facile costituirsi parte civile contro il proprio padre, ma è una scelta di libertà’

Ma le mafie uccidono anche da lontano e a distanza di anni, in silenzio, perché iniettano un veleno nel cuore, che agisce distillando il fiele nel corso degli anni, che ghiaccia la linfa vitale, il desiderio di futuro, l’amore per sé e per gli altri, i sogni. E’ un lavoro pulito, che non lascia segni. Si rimane impuniti, mentre lo Stato guarda spesso altrove. Così Denise si è tolta la vita, alla stessa età di Lea, in una drammatica e struggente emulazione e ricongiungimento: vere sorelle siamesi con uno stesso cuore.

Così è spesso stato, abbiamo lasciato la malavita agire, uccidere giovani vite e grandi cuori e mente, guardando altrove. Quando abbiamo lottato lo abbiamo fatto pensando di avere davanti avversari in carne e ossa, da affrontare sul momento. Ma abbiamo trascurato il veleno che agisce lentamente, senza preparare l’antidoto della bellezza, della cura della gioventù, del futuro.

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