La risposta dell’Europa a Starlink: saremo un passeggero o un viaggiatore autonomo?

 di Francesca Basso e Viviana Mazza

Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.

Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington

Un soldato ucraino installa un sistema di comunicazione Starlink su un drone d’attacco «Vampiro» (Epa)

Le restrizioni imposte da Elon Musk alla velocità di connessione dei terminali militari ucraini di Starshield, il servizio basato sulla rete satellitare Starlink, hanno messo ancora una volta in evidenza i rischi che l’Unione europea corre quando dipende da tecnologie critiche che non controlla. L’esercito ucraino utilizza questi sistemi per comunicare sul campo di battaglia e guidare i droni, sia per colpire obiettivi in territorio russo sia per difendersi dagli attacchi di Mosca.

È dunque comprensibile il timore che alcuni Stati dell’Unione europea continuano a nutrire nei confronti degli Stati Uniti quando si parla di sicurezza. Washington resta un alleato fondamentale per la difesa del fronte orientale, i Paesi baltici lo sanno bene. Lo sa anche la Polonia, che ha fatto della spesa militare una priorità: nel 2025 si è avvicinata al 4,5% del Pil e quest’anno dovrebbe sfiorare il 4,7%.

Ma la questione dell’autonomia strategica non riguarda solo gli ambiti di guerra tradizionali (terra, mare e cielo). Ora vale anche e soprattutto per lo spazio, come testimonia la vicenda ucraina. Il dilemma dell’Europa in questo momento è decidere se vuole costruire una capacità propria per l’esplorazione spaziale o essere un cliente, cioè «un passeggero sull’offerta di qualcun altro», come ci ha spiegato in un’intervista Josef Aschbacher, direttore generale dell’Agenzia spaziale europea: «SpaceX intende dismettere il Falcon 9 e la Crew Dragon. Significa che il veicolo che oggi porta gli astronauti nello spazio, come Samantha Cristoforetti e molti altri astronauti Esa, verrà dismesso. Si parla dell’orizzonte del 2029. Bisogna vedere che cosa accadrà con Starship: se assumerà tutte le funzioni o se si concentrerà prima di tutto sulla Luna. Non lo sappiamo. Non è una nostra decisione, è la decisione di un’azienda commerciale statunitense. Questo mostra che da parte europea c’è incertezza su ciò che sarà offerto in futuro».

Anche nel caso dell’Ucraina la decisione è stata presa da un’azienda, come ha rivelato il Wall Street Journal, che ha aggiunto che poi Trump avrebbe chiamato Musk per chiedergli di rimuovere le restrizioni a Starlink per l’Ucraina.

Per competere nello spazio servono investimenti ingenti e l’Europa langue. «Sviluppare da soli una capacità per l’esplorazione spaziale richiederebbe circa 10 anni, con qualche possibile accelerazione, e circa 10 miliardi di euro — ha spiegato Aschbacher —. Questo includerebbe tutto ciò che serve per portare gli astronauti nello spazio e riportarli indietro, incluso l’attracco a una stazione». Sviluppare una capacità autonoma è una scelta strategica, soprattutto ora che l’affidabilità dell’alleato americano è sempre meno scontata. Non è soltanto Musk a rendere evidente il problema, ma anche l’amministrazione Trump. E non c’è motivo di dare per scontato che chi verrà dopo invertirà la rotta.

La decisione dovrà essere presa dai 23 Stati membri dell’Esa nel vertice che si terrà il 15 dicembre a Roma e che potrebbe essere ricordato come «storico». Ma è in queste settimane che i governi si metteranno d’accordo. E la sensazione è che spesso la retorica prevalga sulle decisioni concrete anche per paura di indispettire l’alleato americano che non perde occasione per minacciare il disimpegno dall’Europa.

L’Ue ha già avviato una risposta al predominio di Musk, ma il divario con Starlink resta ampio. Il progetto principale è IRIS², una costellazione multi-orbitale pensata per offrire comunicazioni sicure a governi, imprese e cittadini. Il 7 agosto 2026 la Commissione e il consorzio SpaceRISE hanno firmato un accordo di attuazione che porta IRIS² a 348 satelliti e anticipa i primi lanci al 2029. Ma Starlink è già operativo da anni e ha migliaia di satelliti. IRIS² sarà pienamente operativa verso il 2030. SpaceRISE riunisce SES, Eutelsat e Hispasat e ha una concessione di 12 anni, con Airbus, Thales Alenia Space, OHB e Aerospacelab tra i partner industriali. Il costo previsto è di circa 15,6 miliardi di euro, di cui 11,6 miliardi provenienti da fondi Ue e dell’Agenzia Spaziale Europea. Quindi al momento l’unica costellazione europea già operativa in orbita bassa è OneWeb controllata da Eutelsat. La rete di oltre 600 satelliti fornisce banda larga ad alta velocità e bassa latenza in tutto il mondo, raggiungendo anche le aree più remote. Ma non è abbastanza.

Pochi nell’Ue sono pronti a dire ad alta voce che l’autonomia strategica serve perché gli Stati Uniti non sono più un partner affidabile. Tra questi c’è certamente la Francia, che dispone di un deterrente nucleare nazionale. Ma questo non equivale a una protezione automatica per tutti gli altri Paesi Ue. È probabile che anche per questo gli altri governi siano meno assertivi. La collaborazione europea con gli Stati Uniti nello spazio resta concreta, come dimostra il contributo al programma Artemis ricordato dal direttore dell’Esa: gli europei forniscono lo European Service Module, fondamentale per portare gli astronauti sulla Luna. Ma, come ha ammesso Aschbacher, «per la prospettiva di lungo termine dobbiamo tenere presente che ci sono molte incertezze sulla scena internazionale». Ed è qui che si misura la sfida: continuare a cooperare con Washington senza affidarle il controllo delle capacità da cui dipendono la sicurezza e l’autonomia europee.

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