Una generazione sotto processo e una società senza domande

di Marta Meloni

Da Milano, Torino, Bologna e Roma, fino ad arrivare a Parigi e Lione, le piazze europee sono tornate a riempirsi. Migliaia di persone, soprattutto giovani e studenti, sono scese in strada contro il carovita, le politiche governative, la mancanza di risorse per l’istruzione, le direttive sul riarmo e il servizio militare. In diverse città, l’ondata di dissenso è degenerata in scontri con le forze dell’ordine, atti di vandalismo e momenti di forte tensione. Di fronte a queste immagini, il dibattito pubblico si è subito spaccato secondo schemi contrapposti. Da una parte c’è chi invoca la linea dura e la repressione, riducendo la protesta a una mera questione di ordine pubblico; dall’altra, chi esalta lo scontro come l’unica forma possibile di riscatto. Due posizioni polari che finiscono per convergere nello stesso errore: trascurare le ragioni profonde della spinta giovanile. Un tempo, quando gli studenti scendevano in piazza, lo facevano con l’obiettivo di cambiare le leggi, occupavano le università per ridiscutere i programmi e cercavano una sponda nei partiti e nei sindacati. Il conflitto era aspro, ma poggiava su una convinzione di fondo: che le problematiche potessero essere risolte attraverso la partecipazione. Oggi quella fiducia è svanita, evaporata sotto il peso di una disillusione profonda. Molti giovani vedono svanire le promesse su cui si è fondato il patto tra le generazioni: studiare, impegnarsi e rispettare le regole non garantisce più un lavoro stabile, l’indipendenza economica o la possibilità di costruire un futuro sicuro. Il costo della vita, la difficoltà di trovare una casa e l’incertezza lavorativa alimentano la percezione di un sistema incapace di rispondere alle loro aspettative. Il malcontento, quindi, non riguarda soltanto la scuola o le condizioni materiali, ma anche il rapporto con la politica e con le istituzioni. Resta in secondo piano una domanda più impegnativa: quali strumenti stiamo offrendo alle nuove generazioni per trasformare il
disaccordo in partecipazione, il conflitto in confronto, il desiderio di cambiamento in un progetto? Non è un compito esclusivo della famiglia o della scuola, ma riguarda anche le istituzioni, gli spazi di aggregazione, il mondo del lavoro e una società che spesso invita i giovani a essere protagonisti, senza sempre concedere loro occasioni concrete per esserlo. Comprendere le ragioni di un comportamento non cancella la responsabilità di chi lo compie e non si traduce in un atto di indulgenza. La sofferenza non autorizza a ferire, così come il disagio non rende accettabile la distruzione. Un giovane ha bisogno di adulti capaci di accogliere le sue emozioni senza rinunciare a porre dei limiti, di riconoscere la sua rabbia senza identificarsi con essa, di distinguere la persona dal comportamento. È proprio in questo equilibrio che si gioca una parte fondamentale dell’educazione: non nell’eliminare ogni conflitto, ma nell’insegnare a sostenerlo senza trasformarlo in una guerra. Perché la capacità di gestire la frustrazione non nasce da un rimprovero pronunciato nel momento della crisi. Si costruisce nel tempo, attraverso relazioni in cui il limite non coincide con l’umiliazione, l’errore non diventa una condanna e il confronto non si conclude necessariamente con una sconfitta. Il vero problema non è la rabbia dei giovani. La rabbia è una forma di reazione, la dimostrazione che esiste ancora la volontà di farsi ascoltare e di rivendicare il proprio spazio nella società. Il rischio più grande, per gli adulti, è che quella rabbia si trasformi in indifferenza. Il giorno in cui i giovani smetteranno di scendere in piazza, rinunciando a farsi ascoltare e allontanandosi dalla vita politica e sociale, il problema non sarà più il dissenso, ma la perdita di fiducia nella possibilità di cambiare le cose. Quando una generazione smette di sentirsi parte della comunità e non riconosce più nelle istituzioni un interlocutore, a essere messo in discussione è il legame stesso tra cittadini e Stato. Ed è allora che dovremmo preoccuparci davvero: non quando i giovani protestano, ma quando non credono più che valga la pena farlo

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