
A fine marzo saremo chiamati a esprimerci, col referendum consultivo, sulla diminuzione del numero dei parlamentari, già approvata in parlamento attraverso una legge di riforma costituzionale. Il parlamento che, anche per quanto riguarda se stesso, è autonomo e autocefalo, cioè decide per sé, ha, in effetti, già stabilito che il numero dei suoi membri deve essere ridotto: ora noi, per una volta, dobbiamo decidere di loro. Potremmo chiamarlo privilegio, finalmente, che , però, nelle democrazie è più semplicemente un diritto, parola alla quale noi italiani non siamo molto avvezzi.
Dopo tanto penare, quindi, a fine marzo potremo, quasi come la morte delle raffigurazioni medievali con la falce in mano, amputare il numero dei nostri onorevoli e corrispondere alla sovranità popolare di cui all’articolo 1 della Costituzione. Con quali intenzioni è stata pensata e votata la legge costituzionale? Con intenzioni populiste? Con intenzioni di un risparmio che, alla fine, sarà irrisorio? Con un atteggiamento “di pancia” e ignorante il diritto, altrettanto fondamentale, della rappresentatività? Può darsi. Tutto questo, però, non inficia un provvedimento che, di fondo, a mio parere è giusto. Potrei argomentare questa affermazione con parole mie ma preferisco usare quelle di Nilde Jotti, madre costituente, in una sua intervista di inizio anni ’80: ” Il numero dei parlamentari, è ora che venga ridotto: fu deciso in un periodo in cui mancavano altri organi intermedi, come le regioni e le province. Ora non ha alcun senso”. Lei stessa ci ha chiarito il perché fu decisa una quota così alta di parlamentari ora sta a noi deciderne la sorte. L’importante è che si faccia con coscienza e ci si informi. Partendo dall’ascoltare chi , quei numeri, li aveva decisi.