Il senso delle “Storie maledette”

Un’immagine di Gavoi

di Daniele Madau

Domenica scorsa è andata in onda, sulla Rai, una puntata di “Storie maledette”, dedicata a un efferato delitto avvenuto a Gavoi nel 2008. In realtà, è stata dedicata solo a Francesco Rocca, sulla cui intervista era incentrata tutta la puntata: condannato, in via definitiva, per quel delitto, la cui vittima era la moglie, Dina Dore.

Ho discusso animatamente, nei giorni precedenti, con varie persone, sull’opportunità di una realizzazione, e di una messa in onda, di una trasmissione del genere. Con ognuna delle persone mi sono trovato in disaccordo: si meravigliavano che io, in quanto pubblicista, non volessi indagare a fondo i reconditi di una vicenda violenta e complessa e, all’unanimità, gli interlocutori reputavano legittimo un momento in cui una persona, anche se condannata, potesse rivendicare, senza contraddittorio, a milioni di persone la propria innocenza.

Mi rendo conto che quanto appena scritto sia una presentazione capziosa di chi ha già un’idea precisa – nel caso l’impertinenza dell’intervista – e voglia convincerne gli altri.In realtà vorrei davvero riflettere e confrontarmi, anche solo idealmente, con chi leggerà.

Le implicazioni sono molteplici, profonde, direi basilari e fondanti una concezione della vita umana, dei suoi significati e valori. In ordine abbastanza sparso: qual è la finalità di un medium come quello televisivo e di una prima serata? Lasciare spazio alla ricostruzione di parte di una persona che – se pur rivestito interamente e intrinsecamente di tutta la dignità di ogni essere umano-per la giustizia italiana è un omicida, femminicida, uxoricida? Con l’aggravante di aver commissionato il delitto a un minorenne, in presenza della figlia di otto mesi?

La nostra Costituzione ci presenta il percorso carcerario come finalizzato alla rieducazione e al reinserimento del condannato, che preserva in tutto il suo status di persona. Bisognerebbe, però, ammettere il reato e voler intraprendere il percorso di conversione. Da Socrate in poi, è vero, la sola conoscenza del bene permette di compierlo e di evitare il male: e se non lo si conosce, l’uomo diventa ipso facto moralmente non completamente colpevole, in ogni circostanza. In questo caso il mezzo televisivo avrebbe dato risalto a una persona con il fine di portarci a comprendere la fragilità dell’essere umano e a spingerci tutti nella condivisione e comunicazione del bene. Da Gesù Cristo in poi abbiamo la possibilità di contemplare il perdono come il gesto più alto della volontà umana. In questo caso, però, proclamandosi Rocca innocente, si tratterebbe di mantenere la freddezza e di non lasciarsi vincere dal pregiudizio ma di fruire dell’indagine giornalistica.

Il giornalismo, però, deve lasciare spazio a tutti, anche quando, alcuni di questi tutti, sono interessanti solo dal punto di vista dell’indagine del percorso che li porta a gesti così violenti- e cioè da un punto di vista in fin dei conti voyeristico, visto che non si analizza tale percorso per progettarne una riabilitazione, non era quella la sede -come dichiarato dalla conduttrice? Ricordo l’intervista di Bruno Vespa al figlio di Salvatore Riina e lo stesso amaro gusto di culto della morbosità, portatrice di ascolti, che mi aveva lasciato.

E ancora, è giusto non considerare la reazione che la famiglia della vittima, specialmente la figlia di quattordici anni, poteva avere nell’assitere alla ricostruzione di una vicenda così dolorosa e tragicamente personale?

Tutto questo vortice di domande, per me che scrivo, è aggravato dal contesto del delitto, un borgo della mia regione, la Sardegna: e infatti la trasmissione è iniziata con un, e qui mi sento libero e sicuro, storicamente sgrammaticato e fuori luogo servizio sull’anonima sarda degli anni ’70-’80: qual era il legame e il fine?

Non credo che questa discussione ideale avrà una conclusione univoca; tuttavia, in certi casi, io abbandonerei il vestito e le finalità del giornalista per essere solo uomo e, dunque, io avrei preferito il silenzio, per rispetto di Dina Dore.

E se anche Francesco Rocca fosse innocente, l’avrei intervistato una volta assolto, dopo l’eventuale revisione del processo o, ancora meglio, una volta pentito, nel caso colpevole: così sì, si sarebbero potute mostrare le meravigliose potenzialità dell’animo umano, dall’abisso più profondo, ai gesti più alti.

Una opinione su "Il senso delle “Storie maledette”"

  1. Quando ho saputo dell’intervista ho provato una tristezza profonda e un po’ di scandalo. La ragazzina porta già il peso di leggere on line ciò che è successo e che di lei è stato detto allora, fosse anche solo un aggettivo. Se si fosse pentito, in altra sede avrebbe potuto manifestarlo e raccogliere o perdono o totale indifferenza.

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