
di Daniele Madau
Ogni sessione elettorale e referendaria è un momento di analisi e riflessione, in quanto testimonia lo stato del rapporto dei cittadini con le istituzioni, i partiti e i movimenti politici. Con un’espressione frequente e colorita, le giornate elettorali e referendarie monitorano la ‘salute’ della democrazia.
Analizzando, in primis, il dato dell’affluenza, gli analisti ne hanno rimarcato con soddisfazione il valore, avendo temuto numeri più bassi. Il 50% , di per sé, è, tuttavia, un valore molto basso, di fronte a materie referendarie costituzionali e, nelle regioni interessate, davanti all’elezione di un’amministrazione così prossima come quella regionale. Si deve rimarcare, nuovamente, l’assenza di un diffuso desiderio di partecipazione politica, sentimento così presente sino agli anni ’80 e, sicuramente, uno degli aspetti più preziosi di quel periodo che si dovrebbero recuperare. Del resto, se l’istruzione, il benessere, l’occupazione non si diffondono, lo stesso varrà per la partecipazione politica. Da questo punto di vista, il quadro clinico della democrazia, per continuare con la metafora sanitaria, non appare del tutto positivo.
La vittoria del ‘Sì’ presenta infiniti argomenti: partirei dal fatto che Di Maio non ha commesso l’errore di eccessiva personalizzazione di Renzi del 2016 così che i cittadini, complice anche l’appoggio trasversale degli altri partiti, si sono sentiti più liberi di ricondurre il referendum non a un preciso partito o personaggio ma al quesito in sé. Da un punto di vista strettamente costituzionale-tra l’altro- questo quesito era più correttto di quello di quattro anni fa – che cumulava più riforme -, in quanto più circoscritto e preciso, come prevede la Costituzione.
Non riterrei il voto come una vittoria ‘populista’ ma come un timido segnale, per riprendere le argomentazioni iniziali, di desiderio di partecipazione attiva che, chiaramente, agisce su un dato macroscopico e immediatamente percepito, sulla pelle della quotidianità, dai cittadini: l’enorme discrepanza tra i quasi mille parlamentari e la ricaduta del loro lavoro in termini di benessere e progresso della Nazione.
E’ chiaro, in un’analisi direi sociale che, laddove questo benessere e progresso manchino, i cittadini agiscano ‘punendo’, in un corretta dinamica di premi e punizioni, chi ha lavorato male.
Alla futura classe politica il compito, finora sempre disatteso, di una seria riflessione da cui scaturiscano serie azioni, di rinnovamento e rilancio, anche grazie ai fondi europei in arrivo.
Tra le forze della coalizione di governo, spetterà ai Cinque Stelle vegliare maggiormente sull’operato della futura classe politica e sullo scollamento tra i cittadini e le istituzioni, perché è nel suo DNA: questo anche se il movimento esce fortemente indebilito dal voto delle regionali. Potrà essere però, questa, la via per una sua risalita, alla quale dovrà contribuire una improrogabile riorganizzazione interna.
Al PD che ha, invece, dignitosamente retto in ogni regione e vinto dove doveva vincere, spetterà essere l’anima più riformatrice e sociale, con un occhio privilegiato per immigrati, scuola, sanità, emergenze sociali; in attesa, anch’esso, di creare un nuovo, e rispondente ai tempi, legame con la base.
Sicuramente, ed è il dato più importante, il governo potrà lavorare con maggiore serenità, senza sollecitazioni di rimpasto o elezioni anticipate: per l’Italia, che è abituata, al contrario, a una destabilizzante perenne campagna elettorale, un’occasione forse unica, una congiuntura favorevole da non perdere, per non sprecare i germogli che faticosamente sembrano nascere da quest’emergenza sanitaria.