I nuovi scenari istituzionali alla luce dei risultati referendari: dialogo col Presidente Emerito della Corte Costituzionale Valerio Onida

di Daniele Madau

La settimana che si chiude è stata caratterizzata dagli esiti del referendum costituzionale i quali dovranno dar vita, per necessità intrinseche e in base a quanto affermano i pariti della maggiornaza, a nuovi scenari istituzionali. Li analizziamo con il Presidente Emerito della Corte Costituzionale Valerio Onida, che ringraziamo della preziosa disponibilità

Prof. Onida, dal punto di vista del rapporto dei cittadini con le istituzioni, come analizza l’esito del referendum? Le sembra sia prevalso, dato il settanta per cento del ‘Sì’, un desiderio di rinnovamento, se non di rottura, o la buona percentuale di affluenza testimonia, piuttosto, un attaccamento dei cittadini alla materia costituzionale e al funzionamento delle istituzioni? Positiva l’affluenza alle urne, ancorché poco superiore al 50%, anche tenendo conto che pure l’affluenza al voto per le regionali non è stata così elevata. E’ un dato ormai costante nel nostro Paese un certo “disamore” al voto, in contrasto con l’altissima affluenza nelle consultazioni dei primi decenni della Repubblica: segnale pericoloso di distacco dei cittadini dalla politica, piuttosto che di indifferenza fra le diverse proposte politiche in campo. La prevalenza del “sì” credo rifletta non tanto o non solo, di per sé, una richiesta di rinnovamento, quanto la disponibilità degli elettori ad avallare decisioni del Parlamento e delle forze politiche, specie se fra loro concordi, su singole modifiche costituzionali (non su vasti, complessi, controversi e divisivi disegni di riforma). E’ bene che la Costituzione e le sue modifiche continuino a rappresentare un terreno riconosciuto come comune e non il luogo di scontri al calor bianco fra forze politiche.

Quale scenario si apre, ora, per le istituzioni parlamentari e quale auspicherebbe lei? Lo scenario che si apre non è tanto relativo al merito delle questioni costituzionali in campo, quanto a possibili prospettive di riforme e aggiustamenti, anche a livello di regolamenti parlamentari e di prassi, nonché di regole interne e di prassi dei partiti, che traggano occasione da questa circostanza  per provare a migliorare l’efficienza del sistema parlamentare, sempre in un quadro di largo consenso. Quindi nessuna “fuga” verso forme di antiparlamentarismo, ma riflessioni più approfondite e sforzi innovativi mirati sui modi per rendere migliore e più efficiente il funzionamento del sistema, nella fedeltà alle ispirazioni di fondo della Costituzione. Nell’immediato, potrebbero anzitutto aprirsi prospettive di altri piccoli “ritocchi” al quadro costituzionale e regolamentare relativamente al Parlamento. Qualche esempio?  Non mi pare opportuno eliminare il criterio della “base regionale” per l’elezione del Senato, che anzi risponde all’idea di fondo di una presenza delle Regioni anche al centro. Nemmeno sarebbe da rivedere il peso numerico dei delegati regionali  nell’assemblea che elegge il Presidente della Repubblica: tre per Regione, indipendentemente dalla popolazione regionale, sono il minimo per assicurare una equilibrata rappresentanza di maggioranze e minoranze regionali, e il peso proporzionalmente cresciuto rispetto ai parlamentari direttamente eletti rafforza l’idea che la base elettorale del Presidente – rappresentante dell’unità nazionale – deve essere ampia  e comprendere non solo il Parlamento ma anche l’articolazione regionale della Repubblica.Opportuna invece sarebbe la equiparazione dei requisiti di elettorato attivo e passivo fra le due assemblee, fin quando il Senato resta eletto direttamente, eliminando le differenze dovute a residui dell’antica e antistorica idea di un Senato come “Camera degli anziani”. Quanto alle modalità di funzionamento delle assemblee, vedrei l’opportunità di aumentare le occasioni e gli strumenti di collaborazione fra le due Camere nell’attività legislativa, ad esempio utilizzando di più Commissioni bicamerali o eventualmente accrescendo le deliberazioni affidate al Parlamento in seduta comune. E poi rivedere le norme regolamentari su durata e modi di svolgimento dei dibattiti parlamentari, anche scoraggiando la moltiplicazione di emendamenti frutto di pratiche ostruzionistiche non eccezionali, o volti a promuovere interessi particolaristici, a scapito della chiarezza e del ruolo generale e regolatorio delle leggi: e correggendo la tendenza in atto ad abusare della decretazione d’urgenza da parte del Governo. Se poi si dovesse affrontare più a fondo il tema di una revisione del bicameralismo “paritario”, questo richiederebbe interventi più ampi, per i quali non vedo ancora orientamenti consolidati e concordi. Si tratterebbe sostanzialmente di differenziare le due Camere nelle funzioni, riservando alla sola Camera dei deputati la funzione di esprimere le maggioranze di governo, dando o negando la fiducia necessaria al Governo per nascere e restare in attività (anche eventualmente configurando forme di “sfiducia costruttiva”), e regolando la collaborazione fra le due Camere in materia di legislazione.  In questo caso si potrebbe portare a compimento l’idea del Senato come “Camera delle Regioni” rivedendone anche le modalità di formazione. Questo è però un tema di fondo che non appare ancora maturo nel dibattito fra le forze politiche.

A vantaggio dei lettori, affinché ottengano un’informazione più approfondita e puntuale, potrebbe riassumere le sue posizioni in favore del ‘Sì’? La posizione che ho espresso a favore del “sì” nel referendum del 20 settembre si fondava essenzialmente nella considerazione che eravamo chiamati a confermare o meno una deliberazione votata quattro volte dalle due Camere, l’ultima volta (alla Camera) quasi all’unanimità e con l’accordo praticamente di tutte le forze politiche parlamentari, di maggioranza e di opposizione. Per opporsi ad una simile decisone si sarebbero dovute individuate delle solide ragioni di merito, che nella specie secondo me non c’erano proprio.

Professore, lei è stato Presidente della Corte Costituzionale: in riferimento ai possibili assetti istituzionali (bicameralismo perfetto, bicameralismo differenziato, monocameralismo) e alla legge elettorale, quali ritiene più efficaci, rappresentative e adatte all’attuale contesto socio-politico italiano? Ho già detto qualcosa nella risposta n. 2 per quanto riguarda riforme costituzionali. La legge elettorale è un altro tema, che anch’esso dovrebbe essere affrontato con atteggiamenti il più possibile concordi fra le forze politiche, non avendo riguardo solo agli interessi contingenti di ciascuna di esse, ma alla ricerca di un giusto equilibrio fra il principio di rappresentatività (anche delle diverse minoranze) e il principio di “governabilità”, evitando cioè l’eccessiva frammentazione politica e favorendo la possibilità che si formino in Parlamento maggioranze stabili e il più possibile coese, tenendo conto del sistema politico oggi in atto nel Paese, anche se per nulla stabilmente consolidato. 

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