Festival di Sanremo: materia di sogni

di Daniele Madau

Sanremo è un luogo donato alla terra per sognare. Il suo contesto geografico, i suoi luoghi di cultura e d’evasione – il teatro, il casinò- e la loro storia, il Festival della Canzone e il festival contro il Festival della Canzone, e cioè il Premio Tenco. Per gli amanti e gli appassionati, è un luogo simbolo, feticcio e di pellegrinaggio, anche solo televisivo.

Il Festival doveva esserci; però lo sognavo – appunto – diverso. Lo sognavo sobrio, senza il rutilante palco e l’accecante scenografia, in solidarietà con il bianco dei nostri ospedali. Senza le ripetute, e ormai esauste, scenette da villaggio vacanze di Fiorello e Amdeus: un po’ più elegante, perché è il luogo sacro dell’arte della canzone italiana, ed empatico con tutti gli altri teatri d’Italia chiusi, a cui avrebbe potutto stringersi, davvero, in gemellaggio.

E le canzoni? Beh, non sono proprio di mio gusto ma questa è la nuova generazione italiana, a cui prestare fiducia, orecchio e cuore; e, magari, presentare qualche maestro, anche di testi: tra parolacce e frasi un po’ imbarazzanti, ce ne sarebbe bisogno.

Ottimo Ibrahimovic che, con accanto Amadeus, aveva il ‘fisique du role’ per il ruolo comico del gigante con il nano.

Tuttto passa, anche questo Festival: però, che bello che esista, come omaggio alla musica. E come materia di sogni: chi di noi non ha sognato di stare lì, con un suo testo, sul palco.

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