di Daniele Madau

Giovanni Brusca, da oggi, non sarà più un detenuto. Non sarà ancora un uomo libero, perché per quattro anni dovrà essere sottoposto a custodia, e a protezione. Sì, perché è un collaboratore di giustizia. Mi auguro, e mi sforzo di crederci, anche un pentito, pensando a ciò di cui il suo cuore è stato capace.
Questa è la grandezza della democrazia, della Costituzione italiana, del rispetto della dignità di ogni uomo e della fiducia nel suo riscatto e reinserimento sociale?
Questa è la teoria, il modello, l’ideale a cui tendere. I fatti parlano di un uomo che varca le soglie di un carcere di uno Stato ancora non libero, che ancora non schiaccia, con piglio vittorioso, sotto i suoi piedi il drago o il serpente delle mafie e, perciò, non completamente forte e distaccato per poter guardare alla nuova vita di Brusca come a un gesto di matura democrazia.
Ognuno avrà le sue posizioni, ed è giusto che ognuno rifletta su questioni così grandi. L’ultima parola spetta al diritto e alle leggi. Certo, anche le date e le ricorrenze sembrano volerci confondere e smarrire: proprio nei giorni della scarcerazione di Brusca – lo ‘scannacristiani’-, si ricordano i 25 anni della sua vittima più fragile, il piccolo figlio del collaboratore Santino Di Matteo, Giuseppe, a cui ho dedicato l’immagine di questa riflessione.
Così ricorda quell’infanticidio il pentito Spatuzza, da leggere col fiato sospeso (tratto da ‘La Stampa’):
«All’inizio urlava: ‘papa’ mio, amore mio’», ha raccontato il pentito Gaspare Spatuzza in aula chiedendo perdono per l’atroce fine del bambino. «Poi l’abbiamo legato come un animale e l’abbiamo lasciato nel cassone. Lui piangeva, siamo tornati indietro perché ci è uscita fuori quel poco di umanità che ancora avevamo», ha ricordato. Il bambino era terrorizzato. «Ci chiamò dicendo che doveva andare in bagno – ha continuato Spatuzza – ma non era vero. Aveva solo paura. Allora tornammo indietro per rassicurarlo e gli dicemmo che ci saremmo rivisti all’indomani, invece non lo rivedemmo mai più».
Solo dopo anni Spatuzza saprà da Giovanni Brusca che il bambino era ancora vivo. «Abbiamo ancora la carta», gli disse Brusca. Ma gestire la prigionia del piccolo Giuseppe, spostato in lungo e in largo tra Palermo, Trapani, Agrigento e Caltanissetta, non era facile: per questo a un certo punto, dopo avere capito che il padre non avrebbe mai ritrattato i boss decisero di assassinarlo. Indebolito dalla lunghissima prigionia Giuseppe morì subito: gli strinsero una corda attorno al collo, poi ne sciolsero il corpo nell’acido » .
Se davvero ci si può pentire di gesti come questi, allora il nostro credere nella dignità di ogni uomo è un atto di fondata fiducia e speranza. Da custodire, senza le ombre del passato, quando, come disse Paolo Borsellino, le mafie ‘saranno svanite come un incubo’ .