Diario di un inferno

di Salvatore Cubeddu

Diario dei giorni in cui, impotenti, abbiamo assistito all’incenerimento di alcune parti tra le più belle de patrimonio naturalistico sardo. E di una follia che ha tutte le caratteristiche di avere origine umana

26  luglio 2021, lunedì, ore 10,17.

Da tre giorni siamo nel gran caldo, con la Sardegna al centro dell’alta tensione proveniente dal Sahara, che ha portato la temperatura nelle nostre zone interne dai 35° a più di 40° lungo la linea che la dimezza longitudinalmente, in corrispondenza dell’Oristanese. Da una settimana il fuoco si è installato nel Guicier, ai piedi orientali del Montiferru, finchè non è arrivato l’incidente lunogo la strada provinciale che costeggia il Pabarile di Bonarcado che ha causato il disastro degli ultimi due giorni, sabato 23 e domenica 24 luglio. E’ il 23 di primo pomeriggio, quando l’automobile del campagnolo (pastore? vignaiolo?) percorre la strada con il motore surriscaldato che, a contatto con l’erba secca, appicca il fuoco all’erba che ne è a contatto e poi a se stesso. E’ iniziato il vento di scirocco,  colpisce direttamente da est il pendio del Montiferru, alimentando questo incendio ed estendendolo a tutto il Pabarile (terre comuni e private, pascoli e orti di olivo e di ciliegeti). Accorrono i bonarcadesi, squadre organizzate e volontari, e il fuoco viene domato dopo avere danneggiato alcune decine di ettari di territorio. Il fuoco ripartirà il mattino seguente, nonostante i controllori avessero garantito del suo totale spegnimento. Ma, allora: qualcuno è andato a riattizzarlo? Credo che non si saprà mai.

Il fuoco riprende, conclude il suo lavoro a Bonarcado ed entra nel limitrofo territorio di Santu Lussurgiu raggiungendo la valle de Sos Molinos, il cui ruscello cade nella bella cascata. La valle diventa il corridoio in cui il caldissimo vento di scirocco fa risalire veloce il fuoco verso i pascoli e le rocce più alte, dove vediamo i ripetitori radio-televisivi, i primi e più importanti di Sardegna. Risalendo, l’incendio lambisce alla propria destra campi boscati che si avvicinano alle prime case a villa, con spazi alberati e a giardino della moderna entrata di Santu Lussurgiu, accovacciata nella bocca de vulcano con l’entrata bassa verso sud-est. La cittadina diventa invivibile, si teme che il fuoco non si limiti a lambire i giardini, l’allarme porta ad incoraggiare gli abitanti a lasciare le case. Inizia il terrore anticipando quanto verrà vissuto da lì a non molte ore a Cuglieri, dopo che l’incendio avrà percorso in discesa l’altro versante del Montiferru coperto da bellissimi boschi che chiunque abbia soggiornato nel Rifugio de La Madonnina ben conosce. I boschi del leccio contengono fonti (la più conosciuta è quella di  Su Mont’e S’otzu) che più giù alimentano i castagneti, prima che i campi coltivati ad olivo abbiano il sopravvento, circondando e rendendo famosa la ‘Culuris nova’, già tanto fiera di sé e dei propri doni naturali. A Cuglieri, capoluogo storico dell’antica curatoria logudoresa del Montiferru, l’incendio lambisce la periferia che si prolunga nella valle, proprio sotto il famoso ex seminario. E’ da Cuglieri che verranno allontanate due centinaia di persone raccolta dai pullman della polizia e spostati prima a Sennariolo e poi a Bosa. Problema che si pongono urgentemente tutti i comuni abitati da tante persone anziane.

Nella piana che si estende ai piedi del paese ci si trova di fronte al mare e neanche la strada in arrivo da Santa Caterina riesce a fare argine al vento che fa volare le scintille (su bigotzi, terribile) scavalcando l’asfalto. Anzi, come se tornasse indietro, i vortici alimentano il fuoco arrivando anche da quel lato fino al mare.

Ma la cavalcata più veloce dell’incendio ha intanto aggirato Sennariolo ed è entrato in Planargia, un altipiano che dal Montiferru porta fino a sprofondare nella valle formata dall’erosione del Temo a Bosa. Scano Montiferro, Magomadas, Tres Nuraghes, Sindia: l’alternarsi dei pascoli delle aziende agricole, degli oliveti e delle vigne ha alimentato o parzialmente interrotto il fuoco che ha trovato argine nel mare di Porto Alabe (la spiaggia di Tres Nuraghes) e nel difficile intervento dell’uomo impegnato a raccogliere l’acqua del mare e del Tirso per tentare di vincere sul fuoco. Quasi impossibile.

Scriviamo il 26 mattina, lunedì. I giornali locali dedicano pagine e pagine al fuoco. Le istituzioni regionali hanno risposto bene e pure lo Stato si è fatto sentire. Urgenza di intervento (11 canadair, rassicurazione agli agricoltori per i danni, incoraggiamento agli amministratori locali  e alle popolazioni). Non si ha notizia di morti né di feriti, probabilmente anche il numero dei capi di bestiame è inferiore a quanto si afferma e si teme. Quanto ai boschi, il leccio si prenderà i suoi dieci anni, mentre il danno agli olivi non meno di una ventina.

Non è finita, siamo ancora sotto scirocco, che ha fatto il suo terribile lavoro arrivando fino alla fossa di Bosa.

Ma se il vento girasse in maestrale e l’incendio non fosse stato messo sotto controllo (quest’oggi), la decina di chilometri di pascoli anneriti che vanno da Cuglieri a Santa Caterina potrebber fornire l’esca per riprendere e mangiarsi il resto dei boschi del Montiferru, cioè le campagne e i boschi comunali di Seneghe fino ai suoi oliveti.

Se, invece, arrivasse il vento di libeccio, il fronte che insiste tra Sindia e Scano Montiferro potrebbe partire all’assalto di boschi di Mqacomer aprendosi la strada verso Campeda e Sa Costera.

La giornata di oggi è campale nella bonifica del fuoco che si annida nelle radici delle piante, che un vento potrebbe nuovamente fare volare.

Come per la pandemia, anche nel caso dei simili incendio l’uomo può fare fino a un certo punto.

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