Educazione sessuale e di genere nelle scuole

di Noemi C.

Riflettiamo sul diritto all’educazione, in questo caso all’educazione all’affettività e alla sessulità, grazie a un intervento di una studentessa liceale, all’anno della maturità, che esprime, con lucidità e forza, la sua idea sul ruolo che dovrebbe assumere la scuola.

Quando si parla del diritto all’educazione e quanto questa sia il frutto di evoluzioni, rivoluzioni o talvolta vere e proprie rivolte, il primo pensiero va inevitabilmente al luogo dove essa dovrebbe avere sede e origine: la scuola. Se da principio non ci fosse stato un concetto di educazione comune ed oggettivo, scientifico, com’è quello che si dovrebbe proporre oggi nelle scuole, ognuno affermerebbe il contrario di quello che dice l’altro. Dunque al giorno d’oggi il diritto all’educazione si traduce con il diritto alla scuola, o perlomeno ai suoi programmi; il diritto a imparare e conoscere le scienze dell’uomo che parlano di uomini, della loro storia e delle loro scoperte.
Diritto di avere a disposizione i mezzi per comprendere quanto limitata sia ancora la conoscenza umana e arricchirla. Diritto a conoscersi, fisicamente e psicologicamente, sotto ogni punto di vista, e a prendersi cura della propria individualità senza un costante ausilio esterno, dubbi e confusioni.
Di tanto in tanto però l’educazione incontra degli ostacoli. Religiosi, di tradizione e cultura, politici.
Ad oggi, sette paesi dell’unione europea su 24 non hanno introdotte come materie, nelle scuole, l’educazione sessuale e di genere: corsi e seminari sono generalmente spontanei, attuati non per legge ma per scelta personale delle direzioni scolastiche nel particolare. Tra questi l’Italia, il cui Stato ritiene più appropriato che questo tipo di istruzione venga riservato alle famiglie degli alunni.
Improvvisamente una prerogativa delle istituzioni designate all’educazione viene allontanata dalla sede dove hanno svolgimento le altre, per essere affidata a un ambito che ha tutt’altro tipo di influenza nei giovani. Non è raro che proprio le famiglie si lamentino dell’ “inculcamento” di certi argomenti nei bambini e nei ragazzi.
Le preoccupazioni dei genitori in disaccordo con un programma che prevede queste materie vertono in genere sul come queste possano influire sulla mentalità dei figli, sostenendo che li spingano con più decisione a fare esperienze sessuali in età prematura e mettano in crisi la loro identità di genere e sessuale; è stato addirittura coniato un termine per chi è totalmente avverso in
particolar modo all’educazione di genere, tendenzialmente da individui che negano l’esistenza di una varietà oltre il maschio e la femmina, così come di orientamento sessuale: la ‘Teoria gender ‘, o ‘ Agenda gender ‘. Secondo questa concezione l’educazione sessuale e di genere non sarebbe altro che un tentativo di confondere le menti in crescita dei ragazzi e farli dubitare della propria identità
di genere (confusa con il sesso biologico), spingendoli a tendenze sessuali differenti dalla “norma” e a preoccuparsi solo ed unicamente dell’atto. C’è chi ritiene che questo tipo di esperienze siano da lasciare all’insegnamento del tempo, della crescita: che i giovani debbano imparare i rischi che possono correre con l’esperienza. Commettendo errori e correggendosi. Tecnica di certo utile in molti campi e fondamento di autonomia matura, ma che sarebbe meglio non applicare a questo particolare discorso. Contrariamente a quanto si possa affermare, infatti, nei casi in cui c’è stata possibilità di attuarla, studi dimostrano che l’educazione sessuale ha in realtà trattenuto i ragazzi ad avere esperienze troppo presto, poiché istruiti sui rischi effettivi che dei rapporti non protetti potrebbero causare.
Le malattie sessualmente trasmissibili (come l’HIV o AIDS) , le gravidanze non desiderate e accidentali e l’utilizzo corretto delle modalità con cui prevenirle sono tra gli argomenti più importanti di cui i ragazzi dovrebbero disporre; informazioni che alle volte, per quanto ne dica lo Stato italiano, non è possibile ricevere dagli ambiti famigliari: per ignoranza della materia, per rifiuto di parlarne ai figli o ancora perché della famiglia si è, purtroppo, privi. Così come qualsiasi altra materia scolastica, dunque, lasciare fuori dalle classi l’insegnamento di una materia tanto importante per la crescita dei ragazzi, inevitabilmente priva alcuni di loro del diritto di conoscere a cosa andranno incontro, se ci andranno incontro e con quali preferenze, con quale identità.
L’uomo è sempre stato in continua evoluzione, questo non si può negare. Ogni generazione ha combattuto o sta combattendo le proprie battaglie e, che ne sia uscito vittorioso o no, ha quantomeno insediato nelle potenze governative il vermicello del dubbio. Non è mai stato facile riuscire a tagliare le reti fitte di tradizioni e religione, fondamenti propri dello Stato italiano, e ancora non per poco tempo lotte di questo genere saranno all’ordine del giorno. Una battaglia persa dopo l’altra, per essere precisi, ma di importanza ineguagliabile, che vedrà sempre un avversario, lo Stato a cui cercano di andare contro, e le cui basi e ispirazioni passeranno alle battaglie che verranno dopo; e non si fermeranno queste finché non avranno raggiunto il loro obbiettivo. È passato poco tempo da quando sesso e sessualità erano argomenti innominabili, incontestabili e tabù. Per anni anche il solo corpo umano nella sua definizione anatomica, era qualcosa da tenere nascosto nella segretezza delle case.
Oggi è sempre più acceso negli adolescenti il desiderio di conoscersi, e la consapevolezza di non doversi vergognare della propria natura. Molte critiche possono essere rivolte ai social media, o alla rete in generale: ma è indubbio il contributo che dà a coloro privi di libertà d’espressione, coloro che trovano simili con cui parlare e imparare ad accettarsi, coloro che non avrebbero, in caso contrario, nessuna risposta alle loro migliaia di domande.
Ma se internet potesse sostituire un’educazione fondamentale come quella che si dovrebbe offrire ai ragazzi, e non può, non ci sarebbe più bisogno della scuola.
L’educazione sessuale e di genere, per chi non ha avuto la possibilità di apprenderla, solo a sentirne il nome, suscita dubbi e talvolta repulsione. L’idea che venga insegnato a un bambino come si svilupperà il suo corpo e quali potrebbero essere le realtà sessuali a cui andrà in contro disturba molti, che difendono il diritto alla infantilità e spensieratezza. Allo stesso tempo però un assoluto mutismo su questi argomenti, non fa altro che spingere i giovani a ricercarli con più insistenza, come è sempre stato e sempre sarà per tutto. Dunque così come si insegnano gli effetti negativi di fumo e alcool e sostanze stupefacenti, l’educazione sessuale potrebbe essere vista da
chi non è avvezzo come una serie di ammonizioni e avvertimenti. Sono argomenti che influiscono molto sulla salute mentale dei ragazzi, in special modo l’educazione di genere, perché ancora sopra questa in particolare aleggia un velo di incertezza e paura. Le scuole hanno paura di offendere la sensibilità delle famiglie, e non si definiscono qualificate per parlarne. Sono innumerevoli i casi di giovani con crisi d’identità e disforie di genere allontanati dal loro diritto di studio perché ancora il sistema scolastico non era disposto ad accettarli e riconoscerli come avrebbero dovuto.
Sta a noi, se ci preme davvero, cambiare questa cosa. Ormai i nostri genitori e i nostri nonni hanno smesso di battersi per i propri diritti, giustamente, dopo averci dato la spinta per fare altrettanto.
Nessun altro sarà in grado di cambiare un sistema chiuso se non i diretti interessati. I discriminati, quelli che avrebbero voluto sapere prima di fare, quelli che non sanno come identificarsi e cercano appoggio, quelli che si vergognano di ammettere chi amano: tutti noi, abbiamo il potere di costruirci il mondo che preferiamo.

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