di Daniele Madau
Democrazia, lo sappiamo, deriva da demos e kratos, letteralmente forza del popolo, originariamente con connotazione negativa, propria dell’aristocrazia ateniese che vedeva emergere la nuova forma di governo. La valenza originaria e rivoluzionaria di questa nuova forma che vedeva la luce nel mondo greco ci sfugge, quasi irrimediabilmente, del tutto, essendo, ormai, abituati ad essa e, soprattutto, vivendo in una realtà altra da quella di 2500 anni fa. Eppure, l’idea di un popolo che si autogoverna in quanto demos, cioè non appartenente a nessuna famiglia privilegiata, nobile per nascita e quindi depositaria della pienezza dei diritti e dei poteri, è talmente grande, talmente romantica nel senso più letterario del termine (il grande movimento artistico del romanticismo ha generato il mito del popolo) che non possiamo non prenderla in considerazione in questi giorni di avvicinamento ai referendum. Non mi posso soffermerare su questo istituto giuridico tecnicamente né sul merito dei quesiti – non avrei modo-ma sul fatto che la nostra possibilità di partecipazione poggia – attraversando i millenni-su questi concetti immortali. La democrazia è più forte del populismo o, al contrario, della tendenza a preservare lo ‘status quo’ che due modi opposti di sentimento politico possono scorgere, legittimamente, dietro i quesiti. La democrazia è più forte dell’appartenenza politica perché questa non esisterebbe senza quella. La democrazia è più forte dei particolarismi perché, ipso facto, ragiona con una visione d’insieme. Eppure, allo stesso tempo, la democrazia ci interpella singolarmente, come componenti fondamentali di quell’insieme. La democrazia come partecipazione è il ritornello liberatorio e musicale di Gaber.
In ultimo, la democrazia è così forte anche da permettere che chi vuole, un po’ più prosaicamente, vada al mare domenica, se cessa il vento.