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La scuola come cura

di Daniele Madau

Ci sarà il tempo per commentare questa giornata post-elettorale. Oggi prendiamo un po’ di respiro e pensiamo ai ragazzi.

Il 14 settembre, come ogni anno, tante ragazze e ragazzi mi sono sfilati davanti, prendendo posto nel loro banchetto, ricercando, come sempre, le ultime file, a rassicurante distanza dal professore.
È il primo giorno di scuola e, in questo anno scolastico, avrò classi completamente nuove, ripartendo dalle prime, dopo aver avuto, negli ultimi anni, i più grandi.
C’è un’altra novità, per me: sono tornato nella scuola dove ho studiato, sofferto, conosciuto i giorni più belli e più brutti della mia giovinezza.
Proprio da qui vorrei partire: è stata una scelta molto sofferta, quella di lasciare la scuola precedente e, insieme ad altre, più stringenti e irrinunciabili motivazioni, c’era anche quella, un po’ irrazionale, che io dovevo tornare dove tutto era iniziato, e cioè dove era nato tutto il mio amore per la scuola. Non è semplice da spiegare: come sempre, quando si ama qualcosa.
La scuola è immagine della cura, meglio: dei più grandi che si prendono cura dei più piccoli. Cura–che in latino significa sollecitudine, attenzione amorosa, anche pena d’amore – in senso lato: avvicinare alla bellezza, al merito, alla cultura, alla lettura, allo studio, all’amicizia, al rispetto, all’educazione, al futuro, ai sogni, al lavoro, all’amore. E chissà a quanto altro…
Non esiste altro luogo, perciò va custodito con cura, appunto, curato, appunto, da tutti noi, da tutta la società: i professori, soli, possono presto sentirsi schiacciati da questo peso.
Penso ai grandi esempi, penso a Gesù che si reca nel tempio a insegnare a dodici anni, oggi diremo da ‘preadolescente’: lascia la famiglia, per ricercare la volontà, e la legge, di Dio.
Platone, discepolo di Socrate, il primo pensatore che si dedicò all’uomo, riteneva che le conoscenze fossero già in noi, per averle viste nell’ iperuranio, e cioè oltre il cielo e, compito del filosofo era quello, tramite la maieutica, di riportarle alla luce. Sarebbe bello pensare che in ogni ragazzo si nasconda questo desiderio, di uscire dalla famiglia e di ricercare i luoghi dell’insegnamento, come per Gesù, e che la scuola potesse esercitare sempre questa maieutica: lo so, sembra quasi un sogno ma se c’è un luogo
dove i sogni possono diventare realtà, quello dovrebbe essere proprio la scuola.

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