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Influenza delle lingue straniere sull’ italiano

di Marco Marini

Un tempo si diceva che  il  francese fosse considerata la lingua cosiddetta DIPLOMATICA e la lingua colta parlata nei salotti culturali in Italia, oltre alla lingua ufficiale di Casa Savoia ! La lingua inglese, veniva invece considerata la lingua commerciale degli affari. Oggi chiaramente la sua influenza sul nostro linguaggio è abbondantemente dimostrata sia dal lessico abituale (Sport, Bar etc) sia dai termini tecnologici e perfino politici data la facilità di esprimere con un solo termine, un concetto più complesso (Welfare per esempio). E’ innegabile che l’inglese ha soppiantato molte lingue a livello internazionale, relegate quasi ad un uso locale, come lo spagnolo, un tempo parlato in tutto il mondo dalle Americhe all’Asia ed in Africa. Esemplare la scritta, inglese, comparsa nel manifesto del Congresso del Partito Comunista Cinese 2022, dove è stato conferito per la terza volta a Xi Jinping il mandato di Segretario Generale del PCC. Ad onor del vero la lingua inglese, per una percentuale che gli esperti calcolano in un 40%, adopera termini che derivano direttamente dal Latino. Ma sfogliando alcuni testi, abbiamo notato un aspetto interessante per quanto riguarda parole di uso comune nella lingua italiana, precisamente quelle di origine semitica (arabo ed ebraico). Niente di strano per ciò che riguarda la liturgia cristiana dove si adoperano avverbi quali AMEN, che noi indichiamo come “Cosi’ sia” ma che in ebraico significa “certamente” “in verità”, lo troviamo nel testo Biblico e perfino nel Corano. Alleluia, in ebraico Lodiamo Dio (YHWH), oppure Osanna, in ebraico “salvaci/aiutaci”. Fin qua tutto bene, diciamo. Ma quando andiamo avanti in questo strano viaggio scopriamo altre parole interessanti. Quando una nave o un altro mezzo meccanico ha un’avaria, ebbene adoperiamo un termine arabo (AWAR) che significa appunto guasto o rotto. Lo stesso mezzo, funziona se adopera il carburante, la benzina, che attraverso il francese” benzoine” deriva direttamente dall’arabo BAN GIAWI che significa “profumo di giava”.La presenza di arabismi nella lingua italiana si deve principalmente alle seguenti ragioni storiche:  gli Arabi ebbero il dominio del Mediterraneo, specialmente in Sicilia (dove furono dall’anno 827 al 1091) e in Spagna (fino al 1492); i contatti diretti degli Italiani con gli Arabi furono frequenti, in occasione di viaggi e di spedizioni in Oriente, per motivi commerciali o religiosi (le Crociate); gli Arabi, stanziatisi in Europa, ci hanno trasmesso testi filosofici e scientifici – tradotti in latino – propri della loro cultura o di quella di altri popoli. Venute meno tali circostanze, che avevano favorito i rapporti tra il nostro paese e gli Arabi, cessò anche l’influsso da essi esercitato sulla lingua italiana, cosicché l’ingresso degli arabismi in italiano rimane limitato al periodo che va all’incirca dal sec. IX al XV, con la precisazione che l’afflusso più cospicuo si ha nei secoli XI-XII, poi gradatamente diminuisce fino a diventare nullo in età moderna. Fra i più comuni arabismi meritano di essere citati (senza indicazione della data, a causa di attestazioni spesso incerte):

Viaggi per terra e per marescirocco, monsone, arsenale, darsena, ammiraglio, cala, catrame, carovana, gabella, dogana, razzia, aguzzino (guardiano dei rematori nelle navi)
Termini astronomici e geograficialmanacco, azimut, zenit, nadir, libeccio, scirocco;
Termini commercialidogana, fondaco (magazzino o alloggio per mercanti), gabella, magazzino, tariffa;
Termini di pesi e misurequintale, rotolo, risma;
Nomi di abiti, stoffe e tessutigiubba, cotone;  
Cibi, piante, aromialbicocco, arancia, carciofo, limone, melanzana, spinaci, caviale, bottarga (significa uova di pesce salate), caffè, muschio, gelsomino, zenzero, tamarindo, zucchero, sciroppo, sorbetto, ribes, zafferano, canfora, elisir;
Termini varialcole; alchermes: bagarino (= incettatore); divano; facchino; marzapane; ragazzo (originariamente significava “mozzo di stalla”); zecca.
Matematica e scienzealgebra, logaritmo, cifra, zero, alambicco, talco, carato, alchimia, ambra, antimonio, elisir
Giochi, vestiti, strumenti musicalimaschera, cerbottana, scacchi, scialle, giubba, cotone tamburo, nacchere, liuto
Oggetti piccoli e grandicaraffa, giara, tazza, bricco, sofà, persiana, materasso, taccuino, almanacco

…E CONTIAMO ARABO

I numeri ci sembrano così familiari che viene da pensare che siano esistiti da sempre, scritti così come li conosciamo. Sappiamo che il numero che noi leggiamo “dieci”, gli inglesi lo leggono “ten”, i francesi lo leggono “dis” e ancora diversamente lo leggono altre popolazioni. Però tutti lo scrivono “10”.Tanto tempo fa, invece, non era così: non solo i numeri venivano detti in modo diverso, ma venivano anche scritti in modo diverso dalle varie popolazioni. Noi abbiamo ora solo dieci simboli o cifre per scrivere qualunque numero, anche grandissimo. Un tempo, invece i simboli erano molti di più e, soprattutto per scrivere numeri molto grandi, venivano adoperati tanti segni. Per scrivere per esempio il numero 3472 noi adoperiamo quattro segni. I romani scrivevano invece: “MMMCCCCLXXII” e cioè adoperavano dodici segni .Furono le popolazioni indiane che inventarono il modo per poter scrivere i numeri adoperando solo dieci cifre con quello che ora viene chiamato metodo posizionale nel quale, cioè, una cifra cambia di valore a seconda del posto che occupa. Ma furono gli arabi che lo comunicarono a tutto il mondo occidentale. Il califfo arabo di nome al-Mansur ricevette a Baghdad una delegazione di astronomi e studiosi indiani. Era circa il 760 dopo Cristo. Il califfo aveva già sentito parlare di questo modo originale e intelligente di scrivere i numeri e chiese agli studiosi indiani se glielo spiegavano. Essi accettarono di buon grado e gli mostrarono anche come fosse molto più facile, usando quel metodo, fare le quattro operazioni. Da quel momento gli studiosi arabi, già molto esperti nel campo dei numeri, ebbero in mano uno strumento molto più potente e fecero grandi progressi. Circa mezzo secolo dopo un astronomo dell’Accademia Bayt al Hikrna (casa della sapienza) che si chiamava Mohammed ibn Musa al-Khuwarizmi scrisse, per la prima volta nel mondo, un libro in cui spiegava il metodo posizionale, le operazioni e tutta l’aritmetica conosciuta fino ad allora. Dette anche nuovi simboli ai numeri rispetto a quelli indiani, introducendo quelli conosciuti attualmente. Il libro ebbe, negli anni successivi, grande diffusione in tutto il mondo arabo e quindi anche in Sicilia e in Spagna. Quando nel 1100 fu tradotto in latino (che era ancora la lingua usata per scrivere), diventò la base per lo sviluppo della matematica in tutto il mondo occidentale e quindi per il progresso della scienza e della tecnica.

Una curiosità: avrete sentito certo parlare de “Le mille e una notte” e conoscerete la storia di Sherazade. Bene, vi siete mai chiesti perché proprio mille e una? Provate a moltiplicare qualunque numero di tre cifre per 1001 e guardate cosa succede!

Conta gli angoli

La forma dei numeri arabi, così come li conosciamo, deriva dalla quantità di angoli contenuti nel disegno del numero. Guarda lo schema qui accanto: il numero 1 forma un angolo, il numero 2 due angoli e così via…

Nella trasmissione di Rai Storia “Alighieri Durante detto Dante” , il  Professor Alessandro Barbero afferma che la Firenze dell’’epoca era come la Londra dei nostri dei nostri tempi, piena di stranieri che lavoravano presso i cantieri sparsi nella città che era sempre in evoluzione.
Cosa se ne deduce ? L’importanza degli stranieri immigrati che fanno grande il paese che li ospita
 America, Asia, Europa, Oceania. Esempio  in Vaticano sono il 100% (compreso il Papa), l’Abate o Abbate della Chiesa Romana (dall’aramaico ABBA, padre). Ma questo è un altro inghippo (groviglio, dal giudaico-romano).
 

Meditate Gente, Meditate !

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