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Se si vuole sognare, bisogna farlo fino in fondo

di Alice Porcu

La riflessione di oggi è tutta dedicata al futuro e a come costruirlo al meglio: sui sogni dei ragazzi. Questa è la storia di Alice, dalla Sardegna a Londra, con la speranza che l’Italia, certi sogni, li sappia coltivare ed esaudire.

“Ma quindi hai già qualche idea su cosa fare nel tuo futuro?”
Non saprei dire con certezza quante volte mi è stata fatta questa domanda, e allo stesso modo non saprei nemmeno dire quante risposte ho dato che, ripensandoci ora, erano davvero assurde.
Durante la vita siamo chiamati a compiere delle scelte che influiranno nel percorso della nostra vita in modo più o meno importante; una di queste, nonché una delle più temute da tutti i giovani studenti, è il percorso successivo alla maturità. Cosa fare dopo il liceo? Quale lavoro mi piacerebbe fare? Quale corso soddisferebbe maggiormente le mie aspirazioni?
Queste sono solo alcune delle domande che affollavano la mia mente prima di prendere la mia decisione, ma che sono sicura siano sopraggiunte a tutti gli studenti che mi hanno preceduto e persisteranno anche per coloro che vivranno in un avvenire molto lontano. In fondo, fa parte della natura umana porsi delle domande su cosa ci aspetterà nel futuro. Magari non tutti tendono a fare piani a lungo termine, ma vi sarà capitato sicuramente di chiedervi cosa mangerete nel prossimo pasto (almeno, io sono appassionata al cibo, quindi mi succede un sacco di volte).
Ebbene, come accade spesso nella vita, nessuna di queste domande mi ha condotto dove sono ora. Sarebbe un azzardo dire che il caso mi ha portato qui, tuttavia una buona dose di fortuna è sempre necessaria anche alle persone più caparbie.
Ma innanzitutto vorrei presentarmi: mi chiamo Alice, ho diciannove anni, e in questo momento mi trovo nel cuore di Londra, questa grande città vibrante, piena di colori e rumori, per studiare nell’università dei miei sogni: la LSE – London School of Economics and Political Science.
Se tornassi indietro nel tempo e dicessi alla Alice di un anno fa che tra un anno si sarebbe trovata qui, probabilmente quella versione di me si farebbe un bel po’ di grasse risate. Insomma, sono qui da ormai due mesi ma tutto quello che è successo mi sembra ancora incredibile, come se stessi vivendo in una fiaba o in un sogno.
La verità è che nonostante la famigerata domanda sul futuro inizi a essere posta sin da quando si è piccoli, niente può preparare al momento vero e proprio in cui si è chiamati a prendere quella decisione. Infatti, nonostante sia una persona a cui piace fare piani a lungo termine, persino io non sono riuscita a decidere con largo anticipo cosa avrei voluto fare, perché un anno fa non ero affatto decisa su cosa sarebbe stato del mio futuro. Anzi, oserei dire che non avevo proprio alcuna certezza. Quando mi veniva chiesto cosa volessi fare mi sentivo come se fossi stata a bordo di una nave non equipaggiata in balìa alla tempesta. Sono una persona a cui piace tenersi
tutte le opzioni aperte e valutarle bene prima di prendere una decisione, perché una volta presa difficilmente cambio idea. Sin da piccola immaginavo come un sogno lontano e irraggiungibile di andare a studiare all’estero, confrontarmi con persone molto diverse da me, mettere alla prova i miei limiti. Mi ha sempre stuzzicato l’idea di fare questo “passo avanti”; ma quando ci si trova sul punto di dover valutare concretamente la possibilità entrano in gioco mille fattori che fanno dubitare anche le cose più semplici. Dopotutto, ci sono persone che si preparano anni per questo momento, e io non sapevo neanche che cosa avrei voluto studiare esattamente o che
lavoro avrei voluto fare. Sono sempre stata una ragazzina molto curiosa, e la mia curiosità mi spinge a esplorare e a appassionarmi di tante cose diverse, ma nel momento in cui bisognava prendere una sola decisione sembrava che questa curiosità fosse più una maledizione che un bene. Non ero sicura di cosa mi piacesse esattamente fare; non ero sicura delle vesti in cui mi sarei immaginata nel lavoro; non ero sicura che ciò che mi sarebbe magari piaciuto studiare mi avrebbe altrettanto appassionato per una professione e viceversa. L’unica cosa che sapevo era che avrei voluto provare qualcosa di nuovo, una ventata d’aria fresca come si suol dire. Ricordo
molto bene il giorno in cui, circa a fine estate prima dell’inizio del mio quinto anno, comunicai la mia decisione ai miei genitori; andare a studiare all’estero era progetto troppo grande per essere realizzato in tre mesi e mezzo, perciò mi sarei attenuta a una laurea triennale in Italia e a un master all’estero successivamente. Avrei dovuto iniziare a prepararmi prima considerando che la maggior parte delle domande scadevano a fine dicembre o inizio gennaio e la valanga di documenti da preparare era soverchiante. Provengo da una famiglia molto semplice, e anche se posso dire di aver vissuto un’infanzia più che felice con tutto ciò che potessi desiderare avevo
sempre bene a mente che dietro ogni cosa che possedevo c’erano i sacrifici dei miei genitori.
Tuttavia continuavo ad avere questa pulce nell’orecchio che mi tormentava. Più immaginavo come sarebbe stata la mia vita se non avessi nemmeno provato e più ero consapevole che in età adulta il rimorso mi avrebbe tormentato. Perciò, in maniera molto cauta, iniziai a cercare su internet qualche informazione. Iniziai a vedere quali fossero le università migliori, quali erano i costi delle tasse, qual era il tenore di vita per uno studente nelle varie città all’estero.
Ho messo da parte il sogno americano perché anche se mi piace sognare sono concreta; oltre alle cifre esorbitanti, le possibilità di prendere una borsa di studio erano molte meno e soprattutto avrebbero eventualmente coperto una parte che non sarebbe stata sufficiente per quello che la mia famiglia poteva permettersi. Così ho iniziato a informarmi sul Regno Unito, solo per curiosità. Senza accorgermene mi sono trovata in mezzo a una tempesta di informazioni perlopiù burocratiche: tasse universitarie, costi della vita, requisiti di accesso per i corsi (tutti diversi), requisiti del livello linguistico (anche quelli diversi), pagelle, documenti da far tradurre; la lista sembrava essere senza fine. Capii allora che era troppo tardi per tirarsi indietro. Dunque, pervasa dal desiderio di intraprendere questa nuova vita, iniziò la mia scalata verso l’obbiettivo.
Feci settimane di ricerche fino a notte fonda per capire quali fossero le migliori università, quante possibilità avessi di entrare statisticamente per cercare di sfruttare al meglio le cinque possibilità che avevo. Non potevo chiedere aiuto a nessuno dal momento in cui non sono a conoscenza di nessuno che sia andato all’università all’estero, e tutte le informazioni erano solo in inglese. Dovevo anche pensare a un piano B nel caso nessuna delle cinque università mi avesse preso. Ma soprattutto dovevo impegnarmi per tenere il tenore scolastico sempre alto, poiché le università avrebbero visto le mie pagelle e le avrebbero confrontate tra loro per vedere
eventuali miglioramenti o peggioramenti; una pagella al quinto anno con voti più bassi del quarto anno non sarebbe stata di certo un’ottima presentazione in scuole così competitive.
Furono mesi davvero impegnativi per me, avevo talmente tante cose a cui pensare che se provo a ricordare esattamente cosa ho fatto tutto quello che mi viene in mente è un turbine di ricordi confusi. Le mie uniche costanti erano le lezioni al conservatorio, a volte in giorni diversi, ma principalmente il martedì dalle 15 alle 21, e il corso di preparazione per la mia esperienza del modello delle Nazioni Unite a New York, che mi occupava quattro ore alla settimana.
Come ho detto prima, non ero sicura di cosa mi sarebbe piaciuto studiare, però sapevo quanto mi interessasse provare a capire le percezioni delle altre persone nonostante fossero molto diverse dalle mie. Dentro di me sapevo che per quanto fossi curiosa in fondo non mi sarebbe piaciuto studiare fisica o ingegneria. Mi attirava esplorare in che modo stati diversi, con popolazioni le cui culture differiscono ampiamente, potessero trovare un punto in comune per collaborare. Perciò una sera decisi di cercare quali corsi di relazioni internazionali offrissero le università; in questo modo mi sono imbattuta nel corso offerto dalla LSE: “Relazioni internazionali e cinese”. La descrizione spiegava che il corso era indirizzato a una comprensione totale della Cina come potenza globale con la padronanza avanzata del cinese mandarino; in più gli studenti partecipanti avrebbero trascorso il terzo anno in Cina, all’università di Fudan, per mettere in pratica le competenze del lessico cinese nell’ambito delle relazioni internazionali. Solo a leggere il titolo mi brillarono gli occhi e iniziai a provare una forte emozione. Sapevo in quel momento di aver trovato il corso dei miei sogni. Tuttavia era
non solo uno dei corsi più ambiti e selettivi, ma era anche offerto da una delle università
migliori al mondo nonché tra le più selettive in Gran Bretagna. Il campus sembrava uscito da un set hollywoodiano, il corso offriva più di tutto quello che avrei potuto sperare nelle mie migliori possibilità; tuttavia non volevo fare il passo più lungo della mia gamba. Dopotutto nel 2021 sono state prese 1700 persone su 26000 domande e delle statistiche simili erano tutt’altro che incoraggianti.

Perciò scelsi altre cinque università, tutte molto buone, tre molto ambiziose e due dove ero sicura che sarei entrata; ognuna di esse presentava un’opzione interessante come l’anno all’estero, lo studio di una lingua straniera, opportunità di lavoro sul campo etc.
Cominciai così a preparare la parte più impegnativa della domanda, il personal statement; si tratta di uno scritto in cui bisogna rispondere alla domanda “perché vorresti seguire questo corso?” cercando di mettere in mostra le proprie attitudini, di dimostrare di possedere delle conoscenze sull’argomento e di provare interesse verso quell’argomento, in modo originale e senza risultare arrogante o noioso. I cinque corsi che ho scelto differivano leggermente tra loro, perciò la difficoltà principale era cercare di scrivere un testo unico che si addicesse a tutti i corsi senza esplicitare mai il nome di un’università; infatti, quando la domanda viene ricevuta, le università non sanno a quali altre sia stata mandata la stessa. L’ultima bozza l’ho terminata,
dopo un mese interminabile, il giorno prima della scadenza. Nello stesso giorno ho preso un’incredibile decisione di petto: seguendo il mio istinto, ho scambiato un altro corso che avevo scelto con il corso della LSE, perché mi sono detta che se avessi voluto sognare avrei dovuto farlo fino in fondo. Inviai la domanda con il cuore leggero, sempre con il mantra “tanto non mi prenderanno mai” per non alzarmi troppo le aspettative. Ho vissuto i mesi successivi in
tranquillità perché sapevo di aver fatto davvero tutto quello che potevo fare.
Ho iniziato a ricevere le prime risposte dopo un mese; ho fatto anche un colloquio con
un’università, e tutte le risposte erano positive. Ero al settimo cielo.
Dalla LSE ricevetti la prima risposta a Marzo, proprio mentre ero a New York per attuare il mio tanto agognato progetto della simulazione delle Nazioni Unite. Proprio mentre mi stavo preparando per la sessione successiva, ho aperto le mail e ho visto: “siamo felici di offrirti un posto alla London School of Economics”. Ho abbracciato la mia amica Aurora, che ha assistito al momento, e ho iniziato a piangere perché non mi sembrava vero. L’unico patto per entrare era che prendessi minimo 95 all’esame di maturità.
Dopo questa prima bellissima e inaspettata notizia, al ritorno dal viaggio a New York mi misi a preparare la seconda domanda indirizzata alla borsa di studio; il personal statement stavolta chiedeva “perché ti meriti la borsa di studio”, in più erano richiesti vari documenti bancari con le loro traduzioni. Ho inviato la seconda domanda a fine aprile, piena di speranza ma sempre con i piedi ben ancorati a terra, perché alla mia borsa potevano concorrere non solo i ragazzi del mio corso ma tutti quelli del primo anno. Le possibilità di vincere un premio erano davvero basse. Per il mio bene ho messo completamente da parte questa questione e dopo aprile mi sono
concentrata solo sull’esame; mi sono impegnata al massimo per poter prendere il 100 e l’ho preso. Ho deciso di passare l’estate a divertirmi come non facevo da tanto: ho fatto un altro corso di subacquea, un viaggio, ho speso il tempo con le persone che pensavo lo meritassero di più. Quando i primi di agosto ho ricevuto la risposta finale ho pianto di nuovo; ho pianto per giorni. Non era un pianto triste, ma lacrime di emozione; non facevo altro che pensare a tutta la strada che avevo percorso che finalmente mi aveva portato al mio sogno. Non riuscivo a credere che stesse succedendo proprio a me, che io, una semplice ragazza proveniente da una città piccola come Selargius, fossi riuscita a prendere una borsa di studio totale in una scuola del genere. Io non mi sento di essere una persona con delle caratteristiche speciali: sono una persona come tutti voi che state leggendo a cui è successo qualcosa di straordinario. Qualcosa di
straordinario che però è la dimostrazione che i sacrifici e il duro lavoro in un modo o nell’altro ripagano sempre.
Da quando sono arrivata qui, ormai due mesi fa, la mia routine è cambiata completamente, ma tuttora se mi soffermo a pensarci ancora mi sembra di vivere in un’illusione. L’università è meravigliosa: ci sono tantissimi spazi adibiti ai momenti ricreativi, una gigantesca biblioteca a sei piani (la più rifornita in Europa per le scienze sociali), le aree dove studiare in silenzio o quelle più adatte per studiare in gruppo. I ragazzi non sono separati nei palazzi in base ai loro corsi, ma semplicemente sono gli alunni a spostarsi nelle aule adibite (che possono essere in edifici distanti una passeggiata tra loro) quindi mi capita tutti i giorni di incrociarmi con ragazzi
provenienti da altre facoltà. Abbiamo il nostro teatro, un auditorium, la palestra, il campo da basket, i campi da squash, le aule insonorizzate con i pianoforti, diverse cucine ben fornite; addirittura, sembra assurdo ma c’è persino il parrucchiere. Gli alunni di Relazioni Internazionali e Cinese sono tredici, e c’è una grande varietà di provenienze e culture: Venezuela, Paesi Bassi, Brasile, Pakistan, Libano, Stati Uniti, Spagna, Francia, Inghilterra e ovviamente Italia. Le lezioni sono di due tipi: ogni settimana ho un’ora di “lecture” e un’ora di “class” per ogni corso.
La lecture è organizzata come la classica lezione universitaria dove un centinaio di ragazzi si trovano nella stessa aula, l’insegnante parla e tutti prendono appunti, ma c’è poca interazione da parte nostra, mentre la class è molto più simile a una lezione delle scuole superiori italiane, ma ancora più interattiva: siamo divisi in gruppi di circa dieci/dodici ragazzi e la lezione è volta a mettere in pratica ciò che è stato imparato durante la lecture, quindi è davvero difficile non partecipare in qualche modo. L’unica eccezione è il cinese di cui non ho nessuna lecture ma faccio sei ore di class settimanali. Gli orari delle lezioni permettono di avere molto tempo libero
per sé, infatti qui ci si aspetta che gran parte del tempo lo trascorriamo studiando
individualmente. Tuttavia, ciò che mi ha colpito di più da quando sono arrivata è l’attenzione che viene data all’aspetto sociale: sin dal primo giorno di scuola ci hanno invitato caldamente a studiare in gruppo e a concentrarci sul fare tante esperienze e abituarci a Londra per questo primo anno, nonostante la competitività di questo ambiente. Ogni venerdì noi ragazzi del Language Centre siamo invitati nel nostro edificio a trascorrere il pomeriggio ai cosiddetti “drinks”, dove ci viene offerto da mangiare e da bere ed è un’ottima opportunità per conoscersi sia tra i ragazzi che con i professori. Inoltre, ci sono le “societies”, ovvero delle società per ogni
passione e sport che si possa immaginare. È davvero difficile restare soli perché fanno in
qualsiasi modo purché ciò non accada, e questo è un bene per gli studenti internazionali come me perché permette di lenire la lontananza da casa e dalla famiglia. Il legame tra noi e i nostri insegnanti è molto stretto: si fanno chiamare con il loro nome (anche se io devo ancora farci l’abitudine) e ci trattano come se fossimo dei piccoli anatroccoli da proteggere finché non diventeranno cigni e saranno in grado di trovare la loro strada. In tutto questo, a rendere il mio arrivo ancora più eclatante è stata la coincidenza di un evento storico senza precedenti: il funerale della regina Elisabetta. Studiare a stretto contatto con tre ragazzi britannici mi ha fatto capire davvero l’importanza, che finora avevo sottovalutato, che questa figura rappresentava per la società inglese. Il giorno in cui avrei dovuto avere la mia prima lezione, infatti, la scuola è stata chiusa e tutti gli eventi sono stati posticipati; per le strade file interminabili di persone in processione impedivano il passaggio davanti Buckingham Palace e tutta la zona di Westminster. Proprio in quel giorno, visto la mancata lezione a scuola, sono andata a fare una passeggiata in centro e senza rendermene neanche conto mi sono trovata nel
bel mezzo del corteo senza sapere come ci sono finita. In ogni luogo erano presenti automobili della polizia e ambulanze; credo di non aver mai visto una cosa simile in tutta la mia vita.
Persino a distanza di settimane, la città pullula ancora di immagini e oggetti esposti in ogni luogo in ricordo della regina. Una cosa che non mi aspettavo era il modo in cui la sua morte abbia toccato da vicino anche i giovani ragazzi miei coetanei; ogni volta che si parla di quell’argomento, i miei compagni inglesi parlano della regina come se fosse stata una persona che hanno conosciuto da vicino. Nonostante tutto, l’evento si è svolto nel massimo dell’ordine, come ho notato sia consuetudine nella cultura britannica. Dagli inglesi viene celebrato infatti il culto della moderazione (il caro buon vecchio Orazio sarebbe stato orgoglioso): non si dice “straordinario” o “strabiliante” ma al loro posto si usa “very nice”, “quite good” – una cosa a cui faccio ancora fatica ad abituarmi, ma il bello di venire in questa scuola è proprio questo, ovvero il confronto con tantissime culture diverse, che era proprio ciò che sognavo. Ma non è solo la
scuola, è proprio la città stessa il racconto di tante culture diverse, che ho modo di vedere ogni mattina prendendo la metro (che qui chiamano “tube”) per andare all’università. Londra sembra essere sempre di fretta: anche se il prossimo treno passa tra un minuto, è sempre meglio cercare di infilarsi in quello già stracolmo di persone. Durante il tragitto vedo così tante facce e mi piace chiedermi a che vite appartengano; a volte provo invidia pensando a come siano fortunati per vivere in una città come questa. Poi mi ricordo che anche io sono lì e allora penso che è proprio vero: dopo tanta fatica sono riuscita a salire sul mio treno.
In questa circostanza sono stata ricompensata dei miei sforzi, ma anche se non fosse successo in questo momento sarei stata felice allo stesso modo, perché ci ho provato con tutte le mie forze e non ho nessun rimpianto e questo è già una grande ricompensa. Avevo un sogno e l’ho inseguito senza mollare mai. Ho fatto davvero tutto quello che potevo. Ho rinunciato a tante cose. Ma anche se ero piena di dubbi nella mente, non avevo dubbi nel cuore. Sapevo di aver fatto la scelta giusta. Perciò quello che voglio dire è questo: non rinunciate mai ai vostri sogni; abbiamo la possibilità di fare qualcosa che non ci piace e fallire comunque, perciò tanto vale.

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