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La politica come bene comune

di Daniele Madau

Oggi incontriamo Ernesto Preziosi, Presidente del Centro studi storici e sociali (Censes) e docente a contratto di Storia contemporanea presso l’Università degli studi di Urbino “Carlo Bo”. Alle elezioni politiche del 2013 è stato eletto deputato della XVII Legislatura della Repubblica Italiana nella circoscrizione IV Lombardia per il Partito Democratico. Membro della V Commissione della Camera “Bilancio, tesoro e programmazione” e della Commissione d’inchiesta sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro.  É stato direttore delle Pubbliche Relazioni dell’Istituto Giuseppe Toniolo, ente fondatore dell’Universita Cattolica e vicepresidente nazionale del settore adulti dell’Azione Cattolica italiana.
Ha inoltre fondato Argomenti2000, una realtà che promuove la formazione e l’impegno politico.

Ogni momento storico ha le sue caratteristiche e complessità ma, questo, ci ha drammaticamente ripresentato scenari di guerra. L’argomento è delicatissimo e va al cuore della politica e della fede: come si deve porre un credente davanti all’invasione dell’Ucraina?
Vi è un atteggiamento di fondo che riguarda la convinzione che la pace che è sempre possibile, mentre la guerra è una follia che semina distruzione e morte. Per questo da credenti dobbiamo fare il possibile perché la pace si realizzi: la preghiera, il comportamento nelle relazioni umane, credere nel dialogo… Allo
stesso tempo dobbiamo leggere la realtà storica e cogliere, dietro le difficoltà della diplomazia, le responsabilità della politica, da credenti dobbiamo esercitare il discernimento e cogliere le differenze con cui la politica fa i conti con i conflitti. Non è più un problema nazionale. In un mondo interconnesso occorre
avere un altro orizzonte.
Nel caso concreto del conflitto in Ucraina…
Ciò che serve è un’Europa più politica, è quel passo avanti verso quegli Stati Uniti d’Europa con una propria politica estera e di difesa comune (con relativa razionalizzazione e riduzione delle spese militari). L’Europa
deve fare un passo avanti. E il primo di questi passi è quello di promuovere una Costituente verso una federazione europea in cui potrebbero entrare a far parte inizialmente quei Paesi che ne condividono il progetto, costituendo così un nucleo forte che potrebbe portare agli Stati Uniti d’Europa.
Siamo davanti a un esecutivo appena insediatosi: quali dovrebbero essere, per lei, le priorità?
Al primo posto deve sempre esserci il bene comune. Ogni singolo provvedimento va ricondotto ad un quadro di riferimento che ha questa priorità. Il giudizio pertanto non può essere “a pezzi”, su singoli provvedimenti ma deve cogliere il fine che un esecutivo persegue. Per noi le povertà sono gli obiettivi di giustizia sociale che non passano per scelte opportunistiche ma che disegnano un quadro di solidarietà.
Accanto ai grandi temi dell’economia e del sostegno alla produzione. Vi sono, giusto per esemplificare, temi come il diritto alla casa, la sanità pubblica, il contrasto alle disuguaglianze e alla povertà, la dignità delle persone in carcere, che vanno considerate priorità.
Nel suo passato da parlamentare, ha fatto parte della Commissione parlamentare d’inchiesta sull’omicidio Moro. Come approcciarsi a una personalità, e una vicenda, così grande per la storia d’Italia?
Qual è stato il lascito, l’insegnamento, suo e dell’intera, dolorosa, vicenda?

Quella vicenda non ha ancora trovato una verità storica. Troppi aspetti risultano ancora avvolti da una nebbia che ci dice che spesso la sovranità di uno stato è meno sovranità di quel che si pensa. Forse è più semplice cogliere il significato politico di quel rapimento e di quell’uccisione dentro una strategia che ha colpito le figure che potevano realizzare una mediazione politica capace di dare stabilità al Paese. Moro era
senz’altro un politico capace di sintesi anche nella complessità della situazione. La persona di Aldo Moro poi, quando la si approfondisce sotto il profilo della capacità politica ma prima ancora spirituale e culturale, è senz’altro una figura di primissimo piano nella nostra storia.
La politica e la fede sono estremi, polarità, quasi opposte. Ripenso a un’intervista a Vito Mancuso, dove negò la possibilità per i filosofi di poter esercitare l’attività politica senza contraddizioni. Dove possono incontrarsi queste estremità, nell’idea di ‘servizio’? ‘Ministro’, in effetti, vuol dire ‘servitore’: lei come ha vissuto la sua esperienza da parlamentare, da questo punto di vista?

Come è difficile rintracciare nell’esperienza politica diffusa, ai vari livelli, una dimensione di servizio svolta con libertà, gratuità e competenza. Quanto prevale purtroppo neppure la ragion di stato ma l’interesse particolare, magari legittimo, ma capace di dirottare la finalità politica da quell’obiettivo di bene comune che dicevo, ad un bene parziale. La crisi del pensiero politico e la crisi stessa delle istituzioni e della democrazia partecipativa ci dicono come, al di là delle eccezioni che pure sono tante, manchi questa
visione. È un terreno delicato su cui i credenti non hanno un’esclusiva ma su cui certo sono tenuti ad offrire una testimonianza esemplare che costituisca ai vari livelli, un segno di contraddizione. La fede non si sostituisce alla ragione e neppure alla politica, ma può offrire una luce che consente di vedere più lontano delle contingenze mettendo al centro la persona.
Qual è l’eredità della ‘Rerum novarum’ e quale posto ha la dottrina sociale della Chiesa oggi?
La Rerum novarum ha ispirato l’azione di Luigi Sturzo quando nel ’19 ha fondato il Partito Popolare. Il magistero sociale della Chiesa, così ricco e copioso negli anni recenti, può costituire una bussola, un orientamento, illuminando le coscienze dei cittadini e orientando l’azione politica. Perché ciò sia possibile però non serve intestarsi una difesa dei valori e neppure portare l’insegnamento sociale tout court in
politica, quanto operare una mediazione culturale, un lavoro culturale che elabori proposte, su cui trovare un largo consenso. A questo dovrebbero servire i partiti e a questo possono dedicarsi le realtà intermedie, associazioni…
All’interno della Chiesa, il carisma francescano, oggi più che mai – grazie all’autorevolezza di papa Francesco-, ha sempre toccato in profondità l’immaginario popolare. Qual è stato il contributo, in passato, dei francescani al mondo socio-economico e politico?
Molteplici sono i contributi dati dal francescanesimo e da Francesco nel campo del sociale e politico: dal favorire la pace tra città rivali, dall’apertura al dialogo tra altre culture e religioni, compreso l’Islam (oggi il dialogo interreligioso può essere una grande opportunità per la pace), fino ad altre scelte vissute con radicalità ma sempre tenendo conto della vita della gente. Va visto in tal senso il rapporto tra povertà e
ricchezza. Vi è un’esperienza legata al francescanesimo che ha aperto in tempi lontani una strada, i Monti di Pietà, le prime banche, come nota Zamagni, furono fondate dai francescani. Chi aveva bisogno poteva otteneva il credito necessario, in modo da distruggere gli usurai del tempo. Il prestito doveva però essere
restituito con tasso di interesse modesto e ciò creava dinamismo e imprenditorialità. Il denaro si innestava così in un movimento circolare che creava benessere. Dobbiamo chiederci che cosa è possibile fare oggi quando, a livello globale è aumentata enormemente, ma insieme sono aumentate le diseguaglianze. Papa
Francesco con l’iniziativa di Assisi rivolta ai giovani economisti, vuol trovare una soluzione, come fece il francescanesimo, per trasformare l’economia.
Da persona che opera in Università, quali ritiene siano le priorità educativa?
Nella crisi profonda che stiamo attraversando è evidente come siano venuti meno i fondamentali sotto vari profili; talvolta anche gli elementi minimi che chiedono una rialfabetizzazione politica. la scuola e l’università per la sua parte hanno la possibilità di favorire un motivato senso di appartenenza alla città
degli uomini che parte dal rispetto dell’altro, dalla visione di un mondo globale di cui ci dobbiamo sentire responsabili, ecc. Può aiutare lo studio della storia presente in tante facoltà, il diffondere una visione della cultura a servizio degli altri oltre che come “ricchezza” propria o come elemento necessario per la professione. La scuola e l’università costituiscono un campo che va senz’altro arato per creare i cittadini di
oggi e di domani.

Un nuovo impegno politico dei fedeli può rivitalizzare la componente laicale, in forte crisi, nella Chiesa?
Il magistero della Chiesa, in modo particolare con e dopo il Concilio, ha richiamato con forza la responsabilità dei laici nell’azione sociale e politica. La chiamata ai laici ad esercitare la propria responsabilità, il servizio nella città degli uomini, è evidente sia, come dice la Gaudium et spes, “convenientemente formato”. E qui si apre un problema: chi forma il laicato al servizio della cosa pubblica?
Il primo livello formativo non sono le scuole socio-politiche, bensì il livello di base della comunità cristiana, la parrocchia, la liturgia domenicale, la catechesi, l’impegno nella carità… Dobbiamo ripartire da questa necessità di formazione sociale di base e irrobustire il percorso formativo, magari anche dopo un esame di
coscienza delle omissioni… Va detto anche che per quella mediazione culturale a cui i laici sono chiamati sono necessari luoghi specifici e nella crisi di militanza dei partiti, tornano utili le associazioni.
Personalmente, ad esempio, partecipo con altri amici ad Argomenti2000 (www.argomenti2000.it); è una associazione di “amicizia politica” che favorisce proprio questa formazione e sostiene quanti si impegnano nel campo amministrativo ponendo in rete competenze e sensibilità.

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